Un ricordo di Mariano Luigi Patrizi a 90 anni dalla morte
Immediatamente dopo la scomparsa di Cesare Lombroso (1835-1909), la cattedra di Antropologia criminale e il Museo furono affidati a Mariano Luigi Patrizi (1866-1935), già assistente del fisiologo Angelo Mosso (1846-1910).
Gli interessi per la psicologia indussero Patrizi a cercare convergenze con l’antropologia criminale, contrassegnando i suoi studi con un approccio interdisciplinare, soprattutto in direzione dell’ambito umanistico: un atteggiamento influenzato certamente dal suo maestro. Un esempio particolarmente interessante è il suo studio Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia, (1896) – riedito dalla casa editrice Yume – in cui si pone in evidenza la sua attenzione sull’annoso binomio genio/follia.
Patrizi avvertiva che il suo saggio “non osa rispondere al bisogno sentito dai letterati (…) è piuttosto lo sguardo del medico (prende di mira men l’opera che l’uomo)”, ciò con l’intendimento di smantellare i luoghi comuni “intorno alla fisionomia psichica” di Leopardi, letta attraverso un modello “idealistico e sentimentale” e avvertendo inoltre che “non è la prima volta che il genio di Giacomo Leopardi seduce l’attenzione dei naturalisti”.
Dichiarerà sempre di essere in debito con Lombroso che sul poeta aveva, ne L’uomo di genio (1864), “emesso il giudizio che viene confermato oggi dalle nuove ricerche” rilevando “alcuni inizi salienti, fisici e psichici, di degenerazione quali il rachitismo, l’iperestesia, la forma frusta di follia del dubbio, il vagabondaggio, ecc.”.
Il quadro generale elaborato da Patrizi, per quanto approfondito, si basa su valutazioni che provengono da fonti documentali la cui affidabilità non è naturalmente omogenea e quindi il “nesso intimo tra la bio-psicologia del Leopardi e l’opera sua” è comunque lacunoso, non accreditabile per una lettura clinica realistica.
Ma allora gli approcci erano diversi e la fede nella metodologia di marca positivista determinava il rischio di false conclusioni, sorrette dalla certezza che aspetti scaturiti, per esempio dalla diaristica, da epistolari e da una sorta di esegesi clinica dell’opera letteraria, fossero nella condizione di attestare senza incertezze le peculiarità di personalità sui generis, come il genio, il pazzo e il criminale.
Patrizi non aveva quindi dubbi nel formulare la sua diagnosi: “Le frequenti debolezze degli occhi (astenopia) e la incapacità a qualsiasi lavoro mentale; i disturbi dell’apparato digerente, le dispepsie e il torpore intestinale alternantisi con dolori gastroenterici e movimenti peristaltici esagerati; di più lo stato anomalo della sensibilità, la depressione sessuale, i periodi di sonnolenza e d’insonnie penosi, tutto questo complesso di debolezze e d’irritabilità, pur tacendo de’ sintomi psichici, sono dati sufficienti per diagnosticare con sicurezza una forma chiara e grave di nevrastenia cerebro-spinale.
Essa accompagnò il poeta dalla più verde giovinezza fino all’ultimo della vita, e il mal di cuore, che vedendo ripetersi nei Leopardi, vi si sovrappose negli ultimi anni; di qui le infiammazioni bronchiali ritornanti ad ogni inverno, i disturbi respiratori, gli edemi, gli ultimi fatti embolici ed emorragici della retina, e finalmente la moria repentina, dovuta forse anch’essa, ad un’embolia o epilessia cerebrale per malattia cardiaca o dei vasi sanguigni”.
Il Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia, risulta comunque interessante poiché si presenta come una rilevante testimonianza della metodologia positivista applicata alle scienze dell’uomo e alla medicina, con il fine di creare convergenze atte a sostenerle.
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