Un delitto irrisolto non è un delitto perfetto
Da mesi siamo sottoposti al tiro incrociato dei mass media che ci propongono trasmissioni varie dedicate ad alcuni casi di cronaca nera, seguendo un vortice determinato da indagini sovrapposte che disorientano l’uomo della strada. Nei giorni scorsi, in occasione di una di questo talk show, qualcuno ha chiamato in causa il delitto perfetto, suggerendo, nell’affabulazione televisiva, un tema decisamente borderline. Se il delitto perfetto esistesse, ciò sembrerebbe la dimostrazione del fallimento delle più sofisticate tecniche investigative messe a punto dalla criminologia e applicate dalla criminalistica.
Prima di tutto un doveroso chiarimento: un delitto irrisolto non è un delitto perfetto. Infatti possono essere numerosi i fattori condizionanti la mancata soluzione di un caso, che pertanto non consentono di parlare di delitto perfetto, se mai di criminale fortunato!
Quindi sono le circostanze a rendere apparentemente “perfetti” alcuni crimini e ciò non è dovuto al merito dei loro autori, ma ad altri fattori.
L’assenza di movente, di relazioni tra vittima e omicida, di testimoni e di tracce, costituirebbero un mix ideale per il delitto perfetto. Se poi addirittura mancano il cadavere e l’arma del delitto, allora risalire all’autore sembrerebbe impossibile. In realtà non è così perché, comunque, ogni criminale una traccia la lascia e quindi soddisfare tutte le condizioni precedentemente indicate è praticamente impossibile.
Insomma, i delitti perfetti si trovano solo nei romanzi gialli, che possono contare su stratagemmi e situazioni difficilmente presenti nella realtà, dove però non mancano errori di rilievo e investigativi, che possono sviare completamente le indagini in direzioni opposte a quelle da seguire per avvicinarsi al vero colpevole.
Di contro, piccoli particolari trascurati dagli assassini che credevano di aver curato ogni dettaglio, possono rivelarsi fondamentali per giungere alla soluzione del caso.
Casualmente perfetto è quel crimine in cui l’autore è individuato in una persona del tutto estranea agli eventi. Emblematico il caso di Gino Girolimoni (1889-1961), ingiustamente accusato di essere il Mostro di Roma, il pedofilo assassino che tra il 1924 e il 1927 uccise cinque volte: quando venne riconosciuto estraneo ai fatti, la sua nomea non l’abbandonò del tutto, rendendo molto difficile la sua vita, anche perché il vero colpevole non fu mai trovato.
In breve, possiamo parlare di delitto perfetto solo rivolgendoci alla letteratura, dove esistono molteplici opportunità per giungere a tanto: basti pensare al topos narrativo della “camera chiusa”, che prevede un omicidio in cui la vittima si trova all’interno di una stanza chiusa dall’interno e senza altre vie d’uscita.
Ma anche nella narrativa poliziesca alla fine si cerca di trovare un modo per riportare l’evento criminale nella realtà come fece – pur nella parossistica soluzione – Edgar Allan Poe (1809-1849) in I delitti della Rue Morgue.
Forse aveva ragione l’investigatore per antonomasia, Sherlock Holmes: “Non vi sono delitti perfetti, ma solo investigatori distratti”…
