L’Arcivernice, un’idea che oggi chiamiamo realtà virtuale
Immaginate di essere davanti a un quadro. Un cavaliere in armatura, immobile da anni nella sua cornice. Poi qualcuno passa un pennello sulla superficie… e il cavaliere, con naturalezza, scende a terra.
Non è un effetto digitale. Non è cinema. È il 1930. Sulle pagine del Corriere dei Piccoli compare un personaggio destinato a lasciare il segno: Pier Cloruro de’ Lambicchi, creato da Giovanni Manca.
Il nome è già un piccolo gioco: un po’ chimica, un po’ laboratorio. Lambicchi è uno scienziato, ma non austero e solenne: è l’inventore che, tra intuizioni brillanti e conseguenze imprevedibili, mette in moto situazioni irresistibili.
La sua scoperta più celebre si chiama Arcivernice.
L’Arcivernice ha una proprietà sorprendente: se spennellata su una figura dipinta o disegnata, quella figura prende vita.
Un personaggio raffigurato in un quadro può uscire dalla tela. Un animale illustrato può muoversi nel mondo reale. Un’immagine stampata può diventare presenza.
Per i ragazzi degli anni Trenta era una trovata comica e meravigliosa. Ma, a ben guardare, era anche un’idea straordinariamente moderna: l’immagine non resta confinata alla carta, può attraversare il confine e agire.
Pier Cloruro de’ Lambicchi nasce nel 1930 sul Corriere dei Piccoli e accompagna i lettori per tutta la decade degli anni Trenta, con presenze anche negli anni Quaranta e riprese nel dopoguerra su testate collegate. Non è un’apparizione fugace: resta in circolazione per oltre trent’anni, attraversando generazioni di giovani lettori. Le sue storie seguono la formula tipica del “Corrierino”: vignette accompagnate da didascalie in rima, senza balloon. Un formato che oggi può sembrare lontano, ma che conteneva un’intuizione decisamente avanti nel tempo.
Oggi entriamo in ambienti di realtà virtuale. Vediamo oggetti digitali comparire nello spazio reale grazie alla realtà aumentata. Trasformiamo un’immagine statica in animazione o avatar grazie all’intelligenza artificiale. In fondo, stiamo facendo ciò che faceva l’Arcivernice: stiamo rendendo operative le immagini.
Nel 1930 bastava un pennello immaginario. Nel 2026 bastano algoritmi e visori.
Da ragazzo, come molti della mia generazione, sfogliavo il Corriere dei Piccoli con quella curiosità un po’ sospesa che solo certe letture sanno dare. Le immagini sembravano ferme, tranquille. Eppure l’idea che potessero “uscire” dalla pagina, grazie all’Arcivernice, accendeva qualcosa di speciale: la sensazione che il confine tra disegno e realtà fosse più sottile di quanto apparisse. Oggi, davanti a una scena in realtà virtuale o a una figura generata dall’intelligenza artificiale, quella stessa meraviglia ritorna.
Forse Giovanni Manca voleva soltanto far sorridere. Ma, quasi un secolo fa, aveva già intuito una domanda che ci riguarda ancora: e se le immagini non fossero soltanto da guardare, ma da vivere?
Forse l’Arcivernice non è mai scomparsa. Ha semplicemente cambiato nome.
Un invito a visionare il mio filmato: Pier Lambicchi
https://www.sergiosalomone.eu/
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Un’intuizione intelligente e profetica, caro Sergio. Il “progresso” ci ha privato dell’acume, dell’immaginazione ,del desiderio di scopriere.Tutto è servito per l’appiattimento mentale. Purtroppo!
Uno dei nostri comuni impegni quotidiani, con tutta la personale dovuta umiltà, é appunto quello di contrastare il dilagante appiattimento mentale e Civico 20 News ne é il chiaro vessillo. Grazie