Dopo quella di Berlusconi, con la morte di Bossi (oramai politicamente emarginati Romano Prodi, Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro) si è chiusa la stagione di quelli che furono i grandi protagonisti della c.d. “Seconda Repubblica”: specchio di un’Italia che in parte non c’è più o, comunque, si è trasformata.
Nato a Cassano Magnano (VA) nel 1941, studente in medicina mai laureato, simpatizzante durante gli anni di gioventù di alcuni movimenti di sinistra, la svolta avviene nel 1979 quando Bossi conosce Bruno Salvadori, esponente nell’Union Valdôtaine. Sulla scorta della positiva esperienza valdostana, Bossi matura così la convinzione che sarebbe stato opportuno assegnare maggiore autonomia normativa, organizzativa e finanziaria anche alle regioni ordinarie.
Con l’aiuto (tra gli altri) di Roberto Maroni e di Gianfranco Miglio, nel 1982 Bossi dà vita al giornale Lombardia Autonomista, mentre nel 1984 fonda la Lega Autonomista Lombarda, poi abbreviata in Lega Lombarda. Il primo successo elettorale avviene però nel 1987 quando Bossi risulta eletto senatore, che gli vale l’appellativo di senatùr. Nel 1989 Bossi riesce a federare diversi movimenti autonomisti già operanti nelle regioni settentrionali (tra cui la Liga Veneta e Piemont Autonomista che avevano ottenuto discreti risultati), dando vita alla Lega Nord, di cui viene subito nominato segretario federale.
Rieletto deputato nel 1992, al grido di “Roma ladrona la Lega non perdona”, Bossi massimizza da un punto di vista d’immagine ed elettorale l’inchiesta giudiziaria di “Mani pulite”, facendo crescere il partito sino al ragguardevole risultato del 8,65% su base nazionale (con punte molto elevate soprattutto nelle valli alpine, in Lombardia e in Veneto); percentuale che viene confermata nelle successive elezioni del 1994 che vedono la nascita del I° governo Berlusconi.
Con Berlusconi, Bossi avrà un rapporto di “amore-odio”. Da un lato, Bossi farà votare la sfiducia al I° governo Berlusconi – a cui seguirà il governo Dini, appoggiato, oltreché dalla Lega, dal Partito Democratico della Sinistra (l’attuale P.D., per intenderci) e dal Partito popolare – e per anni accuserà pesantemente Berlusconi (definito spregiativamente Berluscaz) di essere colluso con la malavita, salvo, in maniera affatto coerente, tornare ad allearsi con Berlusconi a partire dalle elezioni del 2001.
Ininterrottamente Parlamentare dal 1987 sino alla morte di qualche giorno fa, più volte ministro, europarlamentare dal 1994 al 2001, il declino di Bossi inizia nel 2004 quando viene colpito da un forte ictus che lo vede ricoverato in ospedale per lungo tempo e che ne fa perdere dinamismo e lucidità, quindi con l’inchiesta che coinvolge la Lega accusata di truffa ai danni dello Stato e di riciclaggio dovuto a un’indebita gestione dei rimborsi elettorali, che conduce Bossi a dimettersi da segretario federale della Lega, sostituito da Maroni, dopodiché da Salvini.
Politico dotato di indubbia loquacità e capacità oratoria, acuto osservatore del contesto economico, sociale e politico nel quale agire, come per ogni leader (da Andreotti a Craxi, da Pannella a Grillo, da Berlusconi a Renzi), la figura di Bossi ha dato vita – e in parte continua a farlo – a una pluralità di giudizi contrastanti. Da una parte, Bossi ha avuto l’indubbia intuizione di comprendere che il federalismo avrebbe potuto beneficiare di importanti simpatie politiche (specie tra gli elettori del nord), dall’altra Bossi è personaggio che, ad esempio, non si è posto il minimo problema a espellere uno degli uomini più rappresentativi della Lega del tempo, l’On. Domenico Comino, accusato di tramare un’alleanza con Forza Italia, salvo pochi mesi dopo, allearsi egli stesso con Berlusconi.
Ed ancora, abile polemista che sa adottare un’efficace – anche se spesso ruvida e qualche volta volgare – comunicazione politica (a partire dal nome Lega Lombarda che riprende l’omonima di Alberto da Giussano che, nella battaglia del 1176, sconfisse l’imperatore Federico Barbarossa), a ministro delle riforme istituzionali che, nei fatti, non riesce a imprimere quella significativa svolta federalista che i suoi sostenitori avrebbero desiderato.
Bossi è tutto il contrario di tutto: è stato adorato dagli uni e inviso dagli altri, acclamato alla stregua di un condottiero coraggioso che sa difendere il proprio popolo da uno stato centrale spendaccione e assistenzialista e all’opposto deriso come un “pazzo” intenzionato a sfasciare l’Italia. Bossi è al contempo il capo carismatico che sul pratone di Pontida arringa migliaia di persone e l’uomo che, con l’aiuto di Massimo D’Alema, mettere nel sacco il governo Berlusconi (e non un Salvini che invece si fa mettere nel sacco nel momento che cerca di far cadere il I° governo Conte), ma anche il segretario che ha gestito un partito che si è visto confiscare dalla magistratura 49 milioni di euro per truffa sui rimborsi elettorali, alla faccia di una vantata “diversità” e “superiorità” morale rispetto ai partiti della c.d. “Roma ladrona”.
È difficile dunque tracciare – perlomeno per chi voglia giudicare con sguardo obiettivo – un bilancio che sia il più possibile scevro da pregiudizi e impressioni di tipo soggettivo. Quello che certamente si può affermare, è che la Lega di Bossi era partito ben differente rispetto a quello oggi guidato da Salvini, ciò sia a livello di collocazione ideologica sia di prospettazione programmatica.
Infatti, mentre la Lega Nord di Bossi – soprattutto i primi anni – non era un movimento strutturalmente collocato a destra (non a caso, molti degli esponenti di quell’epoca, come l’allora sindaco di Milano Marco Formentini, avevano spesso militato in partiti di sinistra), la Lega di Salvini, con i suoi legami con esponenti quali la Marine Le Pen e Viktor Orbán, ha fortemente spostato a destra l’asse del partito.
Inoltre, se la Lega di Bossi aveva quale stella polare l’autonomia, il federalismo e la difesa delle “piccole patrie”, anche in chiave di binomio “nord-sud”, Salvini ha spostato pesantemente il baricentro sullo scontro tra italiani ed extracomunitari, nell’auspicio – cosa che in parte è avvenuta – di raccogliere consenso anche nelle regioni del meridione.
Non è un caso che, al funerale di Bossi, tenutosi domenica a Pontida, alcuni militanti, evidentemente nostalgici di battaglie più locali, o magari del richiamo indipendentista rappresentato dalla Padania, abbiano attaccato Salvini, reo di aver tradito gli ideali della prima Lega e di aver ipocritamente indossato la “camicia verde” senza meritarselo.
Un saluto, quello del “popolo di Pontida”, rappresentato da tanta gente comune, che a torto o ragione, aveva visto in Bossi e nella Lega una speranza per un futuro migliore.
