Elaborato in parte il lutto da sconfitta, noi sostenitori del sì proviamo ora a capire qualcosa di ciò che è successo.
Il 53% del 59% -circa un terzo- degli aventi diritto al voto ha scelto di fermare la riforma costituzionale del governo Meloni relativa alla carriera dei magistrati italiani.
Ovviamente, noi del fronte opposto prendiamo atto della decisione del popolo sovrano ma ci riserviamo di esprimere le nostre opinioni sulla più brutta campagna referendaria che si ricordi, e poi sulle conseguenze del voto.
Si è trattato di una campagna argomentata in maniera delirante, irrazionale, infantile con una serie di considerazioni al limite del deficit cognitivo. È vero che essa ha contagiato entrambe le fazioni, ma ha devastato soprattutto la parte del no. Alcune argomentazioni di Giorgia Meloni sono state discutibili e sopra le righe, ma complessivamente le ragioni del sì sono state esposte con pacatezza competenza e ragionevolezza, grazie anche all’apporto di illustri giuristi, alcuni di sinistra, che hanno dato un supporto autorevole alla campagna referendaria, forse fin troppo autorevole e, come tale, un po’ troppo tecnica e quindi meno coinvolgente degli slogan paradossali della parte avversa.
La campagna del no, è stata supportata dalla sinistra in tutte le sue varianti: da quella istituzionale e parlamentare alle varie tribù dei centri sociali, da quella radical-chic a quella di piazza, da quella acculturata a quella popolana e qualunquista, da quella sindacale a quella tardo-resistenziale, da quella ecclesiastica a quella immigrazionista, da quella pensosa dei salotti televisivi a quella scalmanata delle piazze anarcoidi, da quella dedita alle salamelle dei festival dell’Unità a quella filo-islamica. Ha raccolto tutto il materiale umano possibile dimostrando una grande capacità di aggregazione inversamente proporzionale però alla lucidità argomentativa, distribuendo a man bassa slogan assurdi, surreali, dadaisti, però buoni per tutte le bocche delle componenti sopra elencate.
La madre di tutte le menzogne distribuite al popolo del no è comunque stata quella secondo cui la riforma governativa avrebbe posto la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo. Non c’era nulla, assolutamente nulla, nel testo della legge costituzionale che facesse presumere, anche lontanamente, una simile possibilità: nulla che andasse a intaccare l’articolo 101 della Costituzione, per cui “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Abbiamo provato in tutti i modi a dimostrare questa semplice ed evidente verità, ma non c’è stato verso: il fanatismo propagandistico e goebbelsiano degli avversari è stato granitico.
A questa assurdità se ne sono aggiunte altre: la volontà del governo di assumere pieni poteri, lo stupro della Costituzione antifascista, la connivenza con mafia, malaffare, massoni, e molte altre facilmente reperibili in rete e sui giornali. Per chi volesse una sintesi di tutte queste accuse e profezie può leggere il delirio apocalittico di Marco Travaglio su Il fatto quotidiano del 22 marzo, un pezzo che illumina sul descensus Averno di un certo giornalismo asservito all’ideologia.
L’interrogativo che rimane in sospeso è: come ha fatto tanta parte dell’elettorato a condividere e digerire quella propaganda stralunata? Esclusa una pandemia di natura psichiatrica, non resta che il potere ipnotico e coercitivo dei mezzi di comunicazione, un tema che abbiamo affrontato molte volte ma che adesso ci porterebbe lontano.
Qualcuno si è compiaciuto che il no abbia prevalso fra i giovani. Non sappiamo in base a quali indizi venga affermato ciò, ma se fosse vero dimostrerebbe solo come i giovani siano i più soggetti all’influenza mediatica, meglio se conforta i loro stimoli piazzaioli dimostrati recentemente e la loro tendenza a credere che il mondo si cambi con slogan e idee coltivate in serra.
Ormai è chiaro: si tratta di un referendum profondamente falsato da tutta questa disinformazione senza senso, ma anche dal fatto che i no costituiscono non tanto il rifiuto di una riforma, di cui molti votanti non hanno neppure capito il significato, ma un voto politico contro il governo da parte di una base elettorale di sinistra che ha colto l’occasione per esprimere tutta la sua rabbia repressa.
Piuttosto chiediamoci quali saranno le conseguenze di questo risultato referendario.
Molto probabilmente non ci saranno effetti significativi sulla tenuta e sull’azione del governo, salvo qualche aggiustamento nella strategia e magari qualche rimpasto marginale nella sua composizione. Giorgia Meloni aveva messo le mani avanti: una eventuale sconfitta non avrebbe comportato nessuna dimissione dell’esecutivo.
Le conseguenze vere saranno altre. Una certa magistratura già propensa a considerarsi antagonista trarrà dal risultato referendario la consapevolezza di potersi ancor più allargare nella sua opera di destabilizzazione di un governo liberamente eletto, grazie anche ad una impunità, venduta come autonomia, ora più che mai garantita da un CSM ben blindato nella sua struttura politico-corporativa, correntizia e autoreferenziale. Eventi come gli indegni party di Milano e Napoli nei locali dei tribunali con saltelli, spumante e bella ciao sono altamente significativi di una tendenza ormai scoperta e spudorata alla trasformazione della magistratura in contropotere politico sempre più vicino e complice della sinistra; cosa che dovrebbe indignare ogni cittadino per bene ma che alla suddetta sinistra appare perfino naturale e divertente, senza rendersi conto che si tratta di un colpo micidiale alla dignità e alla credibilità di quei magistrati, e forse anche degli altri.
Che fare, dunque? È evidente che per molto tempo non si parlerà più di riforma della magistratura, e neppure di altre riforme costituzionali. Ha vinto il plumbeo conservatorismo di una sinistra che ha scambiato la Costituzione per un totem preistorico, intoccabile, irriformabile, nato -secondo i suoi sacerdoti e officianti- da eventi di ottant’anni fa, senza tener conto che gli stessi padri costituenti, con una modestia oggi assente, avevano serenamente previsto che la loro creatura potesse essere modificata attraverso una procedura rafforzata da essi stessi prevista.
Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 che redasse la nostra Costituzione disse “La Costituzione sarà gradualmente perfezionata… Noi stessi -i nostri figli- rimedieremo le lacune e i difetti, che esistono e sono inevitabili”. Andatelo a dire alle guardie armate della Costituzione come Giovanni Bachelet che, con uno spiccato senso delle proporzioni, ha paragonato la campagna per il no alla guerra partigiana.
Se la via costituzionale ormai risulta preclusa, si può sempre pensare però di apportare modifiche importanti al sistema giudiziario attraverso la legge ordinaria, facendo attenzione a non incorrere in errori che successivamente ne facciano decretare l’incostituzionalità.
Sarebbe un ottimo e perfettamente legittimo modo per ricordare a certi magistrati italiani che essi sono soggetti soltanto alla legge, ma che la legge che devono applicare la fa il Parlamento, anche su proposta del governo, e che dunque la loro autonomia ha questo limite inderogabile. E magari anche ricordando loro che l’articolo 12 delle preleggi dice chiaramente che la legge va interpretata secondo la sua formulazione letterale ma anche seguendo “l’intenzione del legislatore”, e solo residualmente secondo altre regole.
È un argomento che abbiamo trattato in un precedente articolo, ma che sarebbe bene riproporre al governo nell’ambito della sua politica giudiziaria. Proprio per ristabilire quel giusto equilibrio fra poteri che le opposizioni politiche e i cantori del no hanno tanto invocato nei giorni scorsi.

Ottimo articolo ma hai dimenticato di citare che i paladini della costituzione l’hanno modificata ultimamente 2 volte: la prima è la scellerata modifica del titolo V e la seconda altrettanto scellerata con la diminuzione dei parlamentari
E’ vero, ma avrebbero sicuramente trovato una rinfola per dire che in quei casi era cosa buona e giusta….