Rileggiamo e riflettiamo sulla “Carta di Chivasso” e i “Patti di Saretto”
La caciara inscenata dalle sinistre alla Camera dei Deputati e al Senato dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio sul contenuto del Manifesto di Ventotene, già ampiamente descritta nel magistrale articolo del Professor Elio Ambrogio, pubblicato il 21 marzo su Civico20News, ha avuto un seguito sabato 22 con l’ostentano pellegrinaggio di pochi intimi sull’isola dell’arcipelago ponziano. Il Partito Democratico con il deputato Roberto Morassut aveva lanciato, con enfasi, lo sbarco a Ventotene, con l’intento di crocifiggere il governo. Ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti: è stata una Caporetto.
L’adunata davanti alla tomba di Spinelli per rendere omaggio ai presunti padri dell’Europa ha registrato parecchie defezioni. Rivolta a tutti i membri dell’opposizione, l’iniziativa ha avuto poco, pochissimo successo: niente leader, ma soprattutto niente Movimento 5 Stelle e niente Azione. Con il minuscolo drappello del Pd, presenti +Europa, Avs e Italia Viva, con Matteo Renzi alla ricerca di un po’ di visibilità. L’obiettivo degli organizzatori era “un’iniziativa nata da forze politiche regionali, laziali, ma da Conte e Calenda è arrivata una indimenticabile e sonora pernacchia.
“La retorica in Italia serve spesso a fuggire dalle responsabilità, oggi l’atto più europeista che si può compiere è costruire una Nato europea. Per farlo occorre anche spendere più in difesa. Questo è il crinale dell’Europeismo. Rileggere De Gasperi insieme a Spinelli”: questo il commento caustico di Calenda. Sulla stessa lunghezza d’onda Conte: “non basta appellarsi a Ventotene, bisogna combattere sul terreno, concretamente” per la difesa di una democrazia non solo formale ma sostanziale. La sostanza per il Pd non cambia: anziché rafforzare la sinistra e immaginare un’opposizione compatta alla Meloni, lo sbarco ha confermato le distanze tra partiti che condividono poco e nulla.
Parole chiare, su tutto questo fumo, arrivano dal filosofo Massimo Cacciari, che si è chiesto quando mai la sinistra sia stata radicalmente federalista come è scritto in quel Manifesto, “dove ci sono la rinuncia a elementi fondamentali di sovranità nazionale ed è questo il perno di Ventotene”.
Cacciari ha tirato in ballo Elly Schlein, facendo notare che “non ha nulla a che fare con la storia del Pci”; Spinelli venne eletto nelle liste del Partito comunista italiano come indipendente “ed è stato isolatissimo nella sinistra italiana, nessuno lo ascoltava”. Il filosofo ha poi dato una rinfrescata alla sinistra, ricordando la storia profondamente antifederalista del Pci e del Psi, dunque contro il Manifesto di Ventotene
“Si è cominciato a parlare un po’ di federalismo solo negli anni Novanta con Napolitano e con il sottoscritto, questi della sinistra di oggi che protestano contro Meloni andassero a fare un corso di storia politica e culturale. Un corso accelerato perché sono di una ignoranza totale e impressionante”, è stata la stoccata finale di Cacciari.
Nel rileggere il Manifesto “Per un’Europa libera e unita” che Spinelli, Rossi e Colorni hanno scritto esuli nell’isola di Ventotene nel 1941 si capisce che ben poco è accettabile di quanto propone. In quelle righe, tra l’altro, si leggono puntualmente le premesse per il fallimento europeo di oggi.
Un primo elemento del Manifesto è di avere carattere rivoluzionario nel preciso senso socialista del termine: «La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista». La democrazia per cui ci si deve battere è vista come uno strumento di questo obiettivo rivoluzionario e non come il fine dello stesso. Il Manifesto supera il concetto comunista di rivoluzione, sia perché condanna la violenza fisica, sia perché ritiene che in quel modo la classe operaia rimarrebbe chiusa in sé stessa e non si collegherebbe con le rivendicazioni degli altri ceti, sia perché sarebbe un modo per allarmare preventivamente i conservatori e permettere loro di organizzarsi per evitarla.
Il Manifesto non usa parole dolci verso il comunismo: i comunisti «nelle crisi rivoluzionarie, [sono] più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto». Nonostante ciò, però, il socialismo di Ventotene concorda con gli obiettivi rivoluzionari di fondo del comunismo. Basti considerare cosa dice dell’abolizione della proprietà privata: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». La negazione del diritto naturale alla proprietà privata rimane, ma deve essere perseguita in modo dolce. Il progetto si colloca sulla linea che verrà battuta anche dal comunismo postbellico italiano di un socialismo che accetta la democrazia come strumento della rivoluzione, non come alternativa alla rivoluzione.
Scostandoci dalle strumentalizzazioni, dovremo tutti risalire alle nostre radici per evitare di soccombere tra gli equivoci introdotti dai politicanti privi di scrupoli.
L’Europeismo in cui ci riconosciamo, risale al pensiero di Benedetto da Norcia, a Luigi Einaudi, agli scritti e all’impegno di Marcello Soleri, Mario Pannunzio, Manlio Brosio, Gaetano Martino, Vittorio Badini Confalonieri, ai veri fondatori dell’Europa, i cattolici anticomunisti Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Konrad Adenauer e poi a Bettino Craxi, che non considerarono mai Spinelli un pensatore e neppure un uomo di azione di cui fidarsi.
Nel corso degli anni, in più occasioni ci siamo riconosciuti pubblicamente in due momenti significativi propedeutici per l’ordinamento democratico che già si vagheggiava di rendere operativo a conflitto terminato, con lo sguardo volto all’Europa politica: La carta di Chivasso e i Patti di Saretto
La mattina del 19 dicembre del 1943 sei giovani attivi nella resistenza, due provenienti dalla Valle d’Aosta (Émile Chanoux ed Ernesto Page) e quattro dalle Valli valdesi (Giorgio Peyronel, Mario Alberto Rollier, Gustavo Malan e Osvaldo Coïsson) sottoscrissero la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, più nota come Carta di Chivasso che conteneva le rivendicazioni autonomistiche delle popolazioni alpine.
Il documento esaltava il principio, largamente presente nell’opera e nell’azione di Chanoux, del federalismo quale strumento di organizzazione dello Stato. In esso, infatti, leggiamo: «Il federalismo rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi. Un regime federale repubblicano a base regionale e cantonale è l’unica garanzia contro un ritorno della dittatura». Vennero così stabilite le basi teoriche dell’autonomia delle valli alpine per un regime federale repubblicano a base regionale, da realizzare all’interno dello Stato italiano completamente rinnovato e tale da assicurare le libertà fondamentali dell’individuo e delle comunità di cui esso è parte.
Pochi mesi dopo, il 30-31Maggio 1944, a Saretto, nell’alta Valle Maira, nacque il progetto per la nascita dell’Europa dei Popoli. Il delegato del Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte, Dante Livio Bianco, commissario politico della I° Divisione “Giustizia e Libertà”, e il Capo dei Movimenti Uniti di Resistenza francesi, Max Juvenal, stipularono accordi politici e militari tra le forze italo – francesi impegnate nella lotta di liberazione “per le libertà democratiche e la giustizia sociale in una libera comunità europea”.
La Provincia di Cuneo vanta così il primato dell’Europeismo autentico: la lotta per la liberazione e per la federazione dei popoli. Ne sono documenti il Progetto di Costituzione confederale europea ed interna di Duccio Galimberti e Antonino Repaci (estate 1943) e i “Patti di Saretto”, espressione della vocazione europeistica e federalistica della lotta di liberazione transfrontaliera e superamento del “risentimento per il recente passato politico e militare”.
Oggi l’Unione europea delle Banche, della burocrazia opprimente e del pensiero unico, dovrebbero conoscere e ricordare i valori che animavano il progetto di Comunità Europea che si elaborava, sotto le macerie della Seconda guerra mondiale, per l’affermazione di un percorso di pace e mutualità.
Purtroppo, polemiche a parte, i principi di Ventotene hanno lasciato un’impronta negativa a Bruxelles che noi, cittadini europei stiamo amaramente scontando.
Molti dei danni prodotti dall’Unione Europea derivano proprio da quelle impostazioni debitamente aggiornate. I “capi” guidano dall’alto senza essere eletti, gli intellettuali organici all’europeismo di Ventotene indottrinano le masse, il laicismo delle élites di Bruxelles è diventato aria da respirare per la gente comune, la “sovranità assoluta degli Stati nazionali” ha assunto dimensioni europee, un “ceto assolutamente parassitario”, che il Manifesto voleva eliminare col federalismo europeo, ha allignato proprio lì.
Anche il “burocratismo” e, oggi, il “militarismo” che a Ventotene venivano presentati come la peste, riemergono in sede europea.
Quante occasioni ci sono per riflettere, invece di sbraitare!
