Intanto l’azione di governo può attendere
Ormai non è più una voce isolata richiusa nei conventicoli della politica. Sta diffondendosi la notizia della quasi certezza del ricorso anticipato alle elezioni politiche nella primavera del prossimo anno.
Per chi è rimasto cultore del parlamentarismo che discende dallo Statuto Albertino, una conclusione anticipata della legislatura, senza sfiducia, appare come un oltraggio alla volontà popolare. Si ricordano governi che per fare approvare le ultime riforme a ridosso della chiusura naturale della legislatura, ricorrevano al blocco degli orologi posti nelle due Camere, per non dispendere il messaggio positivo che si voleva far giungere al Paese. Ma i tempi cambiano!
A memoria d’uomo una decisione quasi analoga la adottò a inizio Novecento Giovanni Giolitti, inaugurando poi” l’età giolittiana”, periodo di prosperità e di pace.
Tra le indiscrezioni che circolano c’è almeno il pudore di ammettere che prima della decisione definitiva, si avrà riguardo agli equilibri internazionali. Sempre che il capo dello Stato non nomini un governo tecnico per giungere alla conclusione naturale della legislatura.
A sostegno di questa decisione pare ci sia un calcolo politico che a dire il vero tradisce la fiducia che il presidente del consiglio dovrebbe nutrire verso alleati e governo stesso. Giorgia Meloni sa di attraversare una fase ancora favorevole e la sua leadership continua a dominare il centrodestra, così, in un sistema politico sempre più personalizzato, la tentazione di trasformare il consenso attuale in un nuovo mandato parlamentare è tutt’altro che remota. Anticipare il voto significherebbe consolidare i rapporti di forza esistenti. C’è poi un’altra ragione, meno dichiarata ma altrettanto rilevante.
L’indebolimento della Lega rischia di diventare un problema per tutta la coalizione. Se il declino del partito di Matteo Salvini dovesse accentuarsi, gli equilibri interni del centrodestra potrebbero entrare in una fase di competizione permanente. Decisione che non arresta la caduta ininterrotta di Salvini, se lo stesso non si affretta a dare una sterzata totale alla sua leadership ancor più offuscata dalle vicende oscure che segnano il progetto del ponte sullo stretto di Messina e gli intrecci poco chiari stabiliti nelle regioni del mezzogiorno.
Occorre che il capitano cambi linguaggio e torni a parlare al Nord produttivo in contrasto con il meridionalismo che ha contraddistinto i provvedimenti del governo Meloni. Altra spina per il premier, cercare di limitare l’ascesa del generale di Vannacci. Il governo nei mesi scorsi ha approvato le norme sulla sicurezza, ma urge mettere in campo quelle azioni operative che infondano sicurezza nei cittadini e intercettare il motivo prevalente del consenso di Vannacci. Oggi intere zone d’Italia, oltre alle grandi città vivono nella paura. Con azioni mirate e presenza delle forze dell’Ordine occorre ristabilire il senso di sicurezza, come la certezza della pena, altrimenti sono solo chiacchiere. La popolazione più indifesa deve poter circolare tranquilla senza correre il rischio di rimanere vittima e succube di delinquenti che agiscono impuniti.
La leadership di Meloni oggi appare stabile e a scanso di rischi si pensa di concludere anzitempo la legislatura. Ma sullo sfondo si intravede già la partita più importante che è sfociata nel tormentone di questi giorni, con tutte le bizzarre interpretazioni da parte delle opposizioni.
La prossima legislatura potrebbe essere quella chiamata a eleggere il successore di Sergio Mattarella. Ecco perché il voto anticipato assumerebbe un significato che va ben oltre la durata del governo: significherebbe provare a costruire i numeri necessari per orientare anche il futuro del Quirinale, completando quel processo di consolidamento delle istituzioni che la sinistra ha sempre condotto dall’elezione di Oscar Luigi Scalfano in poi, con crescente determinazione.
La Presidenza della Repubblica rappresenta il principale presidio dell’equilibrio costituzionale. Pensare di affrontare quella scadenza con una maggioranza ancora più ampia significa garantire ampio respiro all’azione di governo.
La preparazione oculata della successione al Quirinale è strategica e in tale prospettiva, non si intravedono scossoni all’interno della maggioranza
Alla ventilata notizia, l’opposizione già stordita dal rinnovo naturale del parlamento nell’autunno del 2027 sta andando ancor più nel panico.
Dando una falsa interpretazioni del voto referendario è da mesi che da quelle parti si discute del nulla, diffondendo asserzioni puerili e controproducenti ad ogni passo del governo Meloni.
I sinistrati si dividono su Leadership, alleanze, perimetri del campo largo, rapporti con il centro, politica estera. Pretendono addirittura che Renzi sostenga la coalizione, ma senza apparire in foto, perché il suo volto potrebbe disturbare i centri sociali o gli elettori di AVS.
Il dibattito resta spesso confinato nella geometria della coalizione, senza riuscire a tradursi in una proposta politica capace di parlare al Paese reale. Il punto non è trovare una formula organizzativa perfetta. Il punto è costruire un progetto riconoscibile. Perché gli elettori non chiedono un’alternativa a Meloni; chiedono un’idea diversa di Italia.
Nel frattempo, riaffiora periodicamente il tema del centro politico. Esiste certamente un’area moderata che non si riconosce né nella destra sovranista né nelle incertezze del campo progressista. Ma da anni ogni tentativo di darle una rappresentanza autonoma si arena davanti allo stesso ostacolo: trasformare un potenziale elettorato in una forza politica dotata di identità, radicamento e credibilità, ma poi prevale la liea del desco e tutti continuano ad appiattirsi dietro Elly Schlein. Se davvero si voterà nella prossima primavera, la campagna elettorale accelererà i suoi ritmi.
Eppure, il Paese sembra vivere altrove. Le famiglie fanno i conti con salari che non recuperano il potere d’acquisto perduto, con una sanità pubblica sempre più in affanno, perché infarcita da politicanti incapaci e inesperti che non sono in grado di organizzare i servizi al cittadino in modo razionale.
Il lavoro c’è, ma spesso precario e sottopagato, anche a causa delle ricadute perverse della globalizzazione mal gestita, con giovani costretti a scegliere tra emigrazione o vita da precari.
Sono queste le emergenze che dovrebbero occupare il centro del confronto politico. Per l’opposizione non basterà denunciare gli errori del governo, ignorando il loro ventennale silenzio sulle scelte energetiche da rendere operative, sulle infrastrutture carenti e sull’immigrazione costosa e invadente. Servirà la capacità di offrire un orizzonte credibile di giustizia sociale, crescita sostenibile, diritti e doveri rispettati da chi risiede nel nostro Paese.
Se il” quartetto” continuerà a rincorrere gli equilibri interni invece di ascoltare le istanze del Paese, lascerà a Giorgia Meloni il vantaggio più prezioso: quello di apparire, agli occhi di una parte sempre più significativa dell’elettorato, come l’unica leader capace di indicare una direzione, anche perché qualche testimonianza l’ha già data.
