Il Paradosso americano e il Complesso della Frontiera Perenne
Grande festa nonostante 40° di temperatura, storico discorso anticomunista di Donald Trump il conquistatore in difficoltà. Niente premio Nobel per la pace. Questo ed altro mi sa!
Eletto presidente nel suo secondo mandato il 20 gennaio 2025, oggi Donald Trump è additato da un’ampia coalizione che include personaggi del Partito Democratico, movimenti femministi, giornalisti, analisti e media, come bullo, misogino, arrivista, opportunista economico disposto a calpestare diritti interni e internazionali, pur di consolidare il proprio potere personale. Non è una bella immagine e in Europa è piuttosto condivisa.
Un punto particolare dovrebbe far riflettere l’intero popolo a stelle e strisce, riunito in un’unica crudeltà storica. L’enfasi dogmatica della retorica di Trump e l’intransigente tappo dei confini offrono uno spettacolo di rara ipocrisia storiografica.
Il progetto di erigere barriere fisiche e ideologiche per difendere una presunta e superiore “autenticità” dell’americanismo “Hollywood & McDonald” non è che l’ultimo sintomo di una profonda, vergognosa nevrosi identitaria. Si assiste al tentativo disperato di blindare una fortezza sovrana e yankee, eretta sul nulla etnico-storico, ma zeppo di sangue da Colt 45, dimenticando che il peccato originale degli Stati Uniti risiede proprio nella più devastante, incontrollata e violenta ondata migratoria della storia moderna: circa 30 milioni di avventurieri europei fino al XIX secolo.
La Genesi del Vuoto e l’Olocausto della Terra gridano: “giustizia” dai Grandi Laghi alle praterie, dalle Montagne Rocciose ai deserti dell’Arizona. Il mito dell’eccezionalismo e della superiorità $-culturale dello “stile di vita born in USA”, si scontra con una realtà brutale: la totale assenza di radici storiche, se non violente e disumane. Quella che la storiografia ufficiale celebra come l’epopea dei pionieri fu un’invasione sistematica condotta da una diaspora europea eterogenea. Gente spesso senza più patria, spinta da cinico spirito di avventura forzata e di infettivo fanatismo. Questa massa informe non cercò l’integrazione, ma l’annientamento programmato di chi la terra la viveva con un legame sacro, viscerale e millenario: 100 milioni di nativi, il più grande olocausto della terra, deliberatamente consumato e ancora in attesa di un processo a ritroso.
Per impiantare il “sogno americano”, è stato necessario operare una rimozione biologica e culturale senza precedenti. La progressiva conquista del territorio indiano, portata a termine in soli 400 anni, dall’est al West, con l’inganno e con le armi da fuoco, nei confronti di centinaia di tribù native, molte scomparse nella memoria del tempo.
La Guerra Ecologica e Biologica. Lo sterminio deliberato di oltre 50 milioni di bisonti per ridurre alla fame e piegare la resistenza di tribù fiere come i Sioux, unito all’arma involontaria delle epidemie (vaiolo, morbillo) contro cui i nativi non avevano difese.
I Trattati della Vergogna: una sequela ininterrotta di patti firmati da Washington e sistematicamente traditi non appena l’oro o la ferrovia richiedevano un nuovo spostamento della linea di sangue.
L’Apartheid delle Riserve. I legittimi custodi del continente, i pellerossa, sono stati spogliati di tutto e confinati in riserve marginali, trattati come relitti subalterni della storia all’interno della loro stessa patria. Il Peccato del Sangue: La Carne da Cannone dell’Economia Capitalista, o come è definita dalla cultura araba: del Grande Satana.
A completare l’edificio di questa finta civiltà non bastò la sottrazione della terra; servì lo sradicamento e la deportazione di milioni di esseri umani. Il Sud profondo degli Stati Uniti si è strutturato sulla più spietata tratta di schiavi africani, 12 milioni di… “negri”, strappati alle proprie case per diventare ingranaggi sacrificabili di un’economia della piantagione che ha finanziato la ricchezza primordiale della nazione.
Un’eredità brutale, mai davvero liquidata, che sopravvive ancora oggi. Nelle vecchie capitali confederate, la fine formale dello schiavismo prima, e delle leggi Jim Crow poi, non ha cancellato una tendenza endemica alla segregazione. Quella discriminazione strutturale si manifesta oggi nel gerrymandering (il ridisegno chirurgico dei collegi elettorali per depotenziare il voto delle minoranze), nelle disparità socio-economiche feroci e in una giustizia a doppio binario. Il corpo della popolazione afroamericana resta, specialmente nel Sud, il testimone scomodo di un benessere edificato sulle catene, una minoranza perennemente vigilata all’interno di una società che ne rifiuta la piena assimilazione.
Distrutte le radici altrui per l’impossibilità di veder fiorire le proprie, e sottomessa la forza lavoro con la violenza delle armi, l’America ha trasformato questa spinta antropologica alla conquista in una tendenza globale. Esaurita la frontiera interna, il “Destino Manifesto” si è proiettato verso l’esterno, traducendosi in un’ossessione per il dominio decisionale sul resto del globo. È la pretesa universalistica di un popolo senza passato che esige di dettare il futuro del pianeta, esportando con le armi o con la finanza un modello culturale piatto, fondato sul consumo e sulla mercificazione, spacciato per apice della civiltà.
In questo quadro, la politica della destra trumpiana rivela il suo cortocircuito definitivo. Gli eredi spirituali di quei coloni indomiti che consideravano ogni confine come una linea mobile da calpestare, oggi si riscoprono guardiani isterici di un perimetro sacro.
L’ossessione del MAGA per l’invasione straniera è in verità, una proiezione psicanalitica: la paura atavica di subire esattamente lo stesso processo di sostituzione e spoliazione che i loro antenati hanno inflitto ai nativi americani, o la rivolta di quelle minoranze che per secoli hanno tenuto sotto il tallone.
Edificando muri e invocando espulsioni di massa, l’America di Trump non fa che confessare la propria fragilità: la consapevolezza sotterranea che una nazione nata dall’arbitrio, dal sangue e dalla cancellazione della storia altrui, non possiede alcuna vera muraglia morale in grado di proteggerla dal corso del tempo.
Carlo Mariano Sartoris
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Eppure anche in televisione si sente dire ancora oggi che l’America è il più grande esempio di democrazia. Incredibile che si arrivi a tanto. Ma ormai le idiozie imperversano per ogni cosa.
Hai toccato un argomento importantissimo. La tragedia dei Nativi Americani, che secondo alcune fonti rasenta i 130 milioni di individui, sarà una macchia indelebile che il tempo non potrà mai cancellare. Quindi, senza voler fare delle discutibili classifiche sul numero dei morti di tragedie di questa dimensione … non dobbiamo solo parlare delle stragi più recenti, ma ricordare per non dimenticare mai che quella dei Nativi americani è stata una carneficina senza precedenti…
Anche nei nostri giochi infantili noi “tenevamo” per gli indiani, nonostante la nostra giovane età e benché gli invasori americani diffondessero ben altra prospettiva: indiani feroci, selvaggi, superstiziosi,cattivissimi…
Poi abbiamo letto libri e visto film, finalmente orientati a ristabilire la verità storica di quello che è stato un terribile genocidio. “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown è un testo fondamentale sull’argomento.
E chi può dimenticare i film Soldato Blu, Balla coi lupi, l’Ultimo dei Mohicani, e il più recente Killer of the Flower Moon?
Purtroppo la memoria è debole quando si tratta di ricordare il male che si è fatto ad altri…
Bella storia questa,aggiungerei che le vittime dell’indipendenza americana passano soprattutto attraverso armi più sofisticate ma non dichiarate tali
Quelle della DISTRAZIONE di massa, il cinema, le tivu’, lo sport, tutti complici di un sistema che addormenta le masse, lasciando agire chi non vuole né il proprio bene, ma neanche quello del pianeta in cui vive.