Nutriamo da sempre una sincera simpatia per Piero Sansonetti pur non condividendo quasi nulla delle sue idee e delle sue battaglie: è un vecchio onesto comunista dalle convinzioni forti e nette, vissute con passione e, di conseguenza, col giusto grado di faziosità.
Ma l’articolo di prima pagina de L’Unità di sabato 16 maggio ci ha impressionato per intransigenza immigrazionista, cosa che di per sé non dovrebbe meravigliare, visto l’autore, ma che, inserito nel clima corrente, desta serie preoccupazioni sulle virtù cognitive di un certo mondo di sinistra.
L’occasione è stata il brutale assassinio di Bakary Sako, il bracciante maliano aggredito nei giorni scorsi da un gruppo di giovani a Taranto. È appena il caso di dire che si è trattato di un episodio infame, senza motivazioni se non l’odio razziale, ma Sansonetti ne trae occasione per alcune affermazioni decisamente opinabili, affermazioni senz’altro logiche e coerenti per un puro immigrazionista come lui, ma assolutamente pericolose da un punto di vista politico.
Intanto Sansonetti si duole che ai funerali del bracciante non abbiano presenziato esponenti governativi; ma è pensabile che quest’ultimi siano presenti ad ogni funerale di immigrati quando non sono presenti a quelli di italiani uccisi da immigrati irregolari? Il motivo razzistico vale più delle motivazioni del crimine ordinario? Il razzismo è più pericoloso, come fenomeno, del dilagare della violenza dei molti stranieri irregolari che delinquono nel nostro paese?
Ma non è questa argomentazione di Sansonetti quella importante; diamo atto che, al massimo, l’assenza del governo può evidenziare una mancanza di sensibilità.
Quello che ci indigna è invece l’entusiasmo del giornalista per le affermazioni della procuratrice di Taranto che ha detto testualmente “Questa è la nostra terra, ma questa terra non è nostra (…) Inutile fare decreti sicurezza, aumentare le pene: serve un’azione di educazione”. Pensiero che Sansonetti definisce “giusto, giustissimo”, aggiungendo e ribadendo che quella terra “è di tutti”.
Ora, a parte il solito scontato richiamo alla panacea dell’educazione, non sappiamo quanti si possano riconoscere in quelle parole, quanta pericolosità si celi nell’idea che le nostre terre siano “di tutti”.
Una visione del genere, oltre a rivelare ancora una volta come una certa magistratura non sia al servizio della legge ma delle personalissime opinioni dei giudici, pone almeno due questioni fondamentali.
La prima è il contrasto fortissimo tra una visione utopica, umanitaria e moralistica del fenomeno migratorio e quella che è invece la struttura reale dello stato: aderire alla visione di Sansonetti e della procuratrice di Taranto significa minare, o addirittura rifiutare, i tre componenti fondamentali degli stati secondo la dottrina classica: un potere, un territorio, un popolo. Significa cioè non riconoscere allo stato il diritto di esercitare il suo potere, di cui la politica migratoria è parte integrante; significa non riconoscere allo stato il diritto di esercitare questo potere su un territorio che è “suo”; significa non riconoscere allo stato il diritto di stabilire chi è cittadino e chi no, attribuendo alle due categorie i rispettivi diritti e doveri.
È lecito dire ciò che hanno detto Sansonetti e il magistrato di Taranto? Per quanto riguarda il direttore de L’Unità ovviamente sì; per quanto riguarda invece la procuratrice è lecito nutrire qualche dubbio, costituendo le sue affermazioni la negazione di una parte significativa del nostro ordinamento giuridico.
La seconda questione che emerge da questo episodio rappresenta uno dei dilemmi fondamentali della nostra politica contemporanea: il contrasto, già individuato da Weber e ripreso da Hans Jonas, fra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità. Da un lato c’è chi chiede di accogliere tutti in nome di un principio etico universale senza curarsi delle conseguenze materiali e prevedibili di tale decisione; dall’altro c’è invece chi chiede di valutare con attenzione quelle conseguenze prima di aprire i confini a tutti. E le conseguenze dell’immigrazione incontrollata sono nella mente e nell’esperienza di tutti noi, tranne che in quelle di Sansonetti e del magistrato tarantino.
Una conseguenza indiretta, meno apparente ma più invasiva, consiste poi nell’ideologia immigrazionista. Come tutte le ideologie, essa non si accontenta di proclamare verità o presunte verità, cosa assolutamente normale, ma pretende anche di imporle. Ogni mezzo è lecito: dalla riprovazione sociale all’aggressione verbale, dal discredito personale al rifiuto del dialogo, dall’attribuzione di titoli infamanti all’emarginazione culturale, dall’uso pesante dei mezzi di comunicazione alla violenza didattica verso i giovani in formazione. È di pochi giorni fa la notizia dei bambini delle scuole elementari di Trieste, costretti a camminare scalzi per simulare le condizioni degli immigrati. Vero atto di prevaricazione ideologica ed educativa su minori psicologicamente indifesi che la dice lunga sulla spregiudicatezza dei migrazionisti duri e puri, veri “talebani dell’accoglienza” come li definisce Fausto Biloslavo nel suo ultimo libro, dove illustra senza reticenze il grande business che sta sotto l’immigrazione, e che spiega come molti in questo paese siano schierati a favore di essa senza se e senza ma, visti gli enormi profitti -politici ed economici- che ne ricavano.
Un atteggiamento mascherato da virtù e gonfio di retorica che è giusto smascherare e contrastare, lasciando però la porta aperta a quell’immigrazione pianificata, costruttiva, regolata e ben limitata che può portare benefici sicuri alla nostra società.
È importante che i nostri politici comprendano una verità essenziale che paiono aver dimenticato, o forse non hanno mai conosciuto: essi non stanno là dove sono per imporci le loro presunte virtù solidaristiche, ma solo per realizzare l’interesse concreto del paese che li ha legittimati.
Seguire il principio della “terra di tutti” realizza questo interesse?
