Scopriamo il concetto storico che spiega il rischio di conflitto tra superpotenze
Grandi aspettative, in un mondo dilaniato da tre guerre erano rivolte verso il viaggio di Trump in Cina. Dai primi commenti è apparso evidente che l’esito sia stato totalmente diverso rispetto al viaggio trionfale di Nixon nella Cina di Mao. L’aspettativa di pace risulta ancora in salita. Questa settimana sarà decisiva se i contatti tra i belligeranti già da tempo in corso, ci faranno intravedere esiti positivi.
Per rimanere alla visita di Stato di Trump in Cina, traiamo spunto da una premessa che ci riporta alla civiltà ellenica.
Xi Jinping ha inserito al centro del dibattito globale un concetto che sa di antico, ma che oggi suona più attuale che mai: la Trappola di Tucidide.
Non si tratta di una tattica militare moderna, ma di una strategia psicologica e politica vecchia di circa 2.400 anni.
Perché Xi Jinping l’ha citata proprio ora? E perché molti analisti temono che la storia possa ripetersi.
A vantaggio dei nostri politicanti con formazione politica dozzinale, precisiamo che Tucidide è stato uno storico e militare ateniese, considerato il padre della “storiografia scientifica”. Nel V secolo a.C., analizzando la Guerra del Peloponneso, arrivò a una conclusione fulminante: il conflitto tra Sparta (la potenza egemone) e Atene (la potenza emergente) non fu causato da un singolo evento, ma dalla paura che la crescita di Atene incuteva a Sparta. “Fu l’ascesa di Atene e il timore che ciò instillò in Sparta a rendere la guerra inevitabile”, scrisse Tucidide.
E lo scrisse mentre era in esilio, dopo aver fallito come generale nella difesa di Anfipoli. Fu proprio il fallimento militare a creare le condizioni affinché Tucidide potesse elaborare e tramandarci la sua analisi.
In cosa consiste la “Trappola”?
Il termine moderno è stato coniato dal politologo di Harvard Graham Allison. La “trappola” scatta quando una potenza dominante (gli USA, in questo caso) vede la propria supremazia minacciata da una potenza che è in rapida ascesa (la Cina).
In questa situazione ogni mossa diplomatica può essere fraintesa:
- La potenza in ascesa si sente legittimata a chiedere più spazio.
- La potenza dominante interpreta ogni richiesta come una sfida al sistema globale.
- L’attrito genera una scintilla che porta al conflitto, spesso per ragioni banali o accidentali.
Citando la Trappola di Tucidide durante l’incontro con Trump, Xi Jinping ha rilanciato dunque un concetto che usa da anni per descrivere il rischio di una deriva conflittuale tra superpotenze. Lo scopo dichiarato non è evocare uno scontro inevitabile, ma l’esatto opposto: riconoscere il pericolo per evitarlo.
Nel suo intervento Xi ha affermato che il mondo si trova davanti a un “nuovo bivio” e ha chiesto se Cina e Stati Uniti siano capaci di «superare la cosiddetta Trappola di Tucidide e forgiare un nuovo paradigma per le relazioni tra le grandi potenze».
Il messaggio è chiaro: la competizione tra Washington e Pechino esiste, ma può essere gestita senza precipitare in un conflitto aperto.
Secondo l’analisi di Allison, si possono identificare 16 casi storici nell’arco degli ultimi 500 anni in cui una potenza emergente ha sfidato una dominante:
- In 12 casi su 16, la situazione è finita in una guerra totale.
- Solo in 4 casi (come la Guerra Fredda tra USA e URSS) si è riusciti a evitare lo scontro diretto grazie a diplomazia e deterrenza.
Il secondo punto ci ricorda che rispetto ai tempi di Tucidide oggi abbiamo quella che gli esperti di geopolitica chiamano MAD, la mutua distruzione assicurata: le armi nucleari sono paradossalmente il “freno a mano” che potrebbe impedire alla trappola… di scattare, pur senza eliminare il rischio di crisi regionali o escalation accidentali. Ma la trappola di Tucidide riguarda specificamente Taiwan: «per la Cina Taiwan è una questione interna, viene considerata un’isola ribelle da riunificare, mentre per gli Usa dal 1979 c’è sempre l’idea che Taipei debba avere un rapporto bilaterale con Washington».
La questione si collega inevitabilmente ai semiconduttori. «Da quanto il governo è entrato in Intel, Trump ha chiesto a Taiwan Semiconductors Manifacturing Company di spostare la produzione fuori dal Paese, ma ciò romperebbe lo scudo di silicio», ha aggiunto un esperto, indicando la metafora sul ruolo dell’industria dei semiconduttori di Taiwan come deterrente contro un’eventuale invasione cinese.
Nel suo saggio Allison conclude che i leader attuali devono imparare dai successi e dai fallimenti del passato, perché il destino delle due nazioni dipenderà dalla loro capacità di gestire questa condizione cronica con estrema attenzione.
“Dobbiamo essere partner, non rivali”, ha ribadito il leader cinese, auspicando che il 2026 possa diventare un anno decisivo per il rilancio delle relazioni bilaterali.
Donald Trump, dal canto suo, ha risposto con toni piuttosto concilianti e ha definito la visita in Cina “un onore come pochi”. Ha quindi elogiato Xi Jinping chiamandolo “un grande leader”. Il leader Usa ha fatto poi riferimenti alla presenza di alcuni imprenditori statunitensi presenti nella delegazione americana, spiegando che rappresentano un segnale di fiducia verso Pechino. “Abbiamo i migliori imprenditori del mondo”, ha detto Trump, aggiungendo che la loro partecipazione all’incontro ha voluto rappresentare “rispetto verso la Cina”.
Da qui la prudenza di Trump che, anche senza aver portato a casa risultati politici tangibili e immediati, deve aver assimilato il concetto, rischi inclusi.
