Il ruolo dello Stretto di Hormuz per l’economia mondiale.
La notizia ha fatto il giro del mondo. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno, gli Stati Uniti hanno condotto un’offensiva militare contro tre impianti nucleari iraniani – Fordow, Isfahan e Natanz – impiegando una combinazione di missili da crociera Tomahawk e bombe penetranti del tipo bunker buster, lanciate da bombardieri strategici B-2 Spirit. L’attacco ha visto il lancio di una trentina di Tomahawk, molto probabilmente da navi da guerra o sottomarini statunitensi presenti nel Golfo Persico o nel Mar Arabico.
I missili, noti per la loro capacità di volare a bassissima quota e per la guida precisa sono stati impiegati per colpire obiettivi cruciali situati nelle aree di Natanz e Isfahan. Gli attacchi statunitensi contro gli impianti nucleari in Iran hanno causato diversi feriti, ma nessuno mostrava segni di “contaminazione radioattiva”. Lo afferma il ministero della Sanità iraniano
L’attenzione principale dell’operazione si è però concentrata su Fordow, impianto sotterraneo ad alta sicurezza situato nella provincia di Qom. Per neutralizzare questa struttura fortificata, sono state sganciate dodici bombe GBU-57°/B MOP, ciascuna dal peso di oltre 13 tonnellate e progettata per perforare fino a 60 metri di cemento armato.
Le prime reazioni. L’Iran è pronto alla difesa “con tutti i mezzi necessari”. È quanto si legge in una dichiarazione diffusa dal portavoce della diplomazia di Teheran, Esmaeil Baqaei, dopo i raid Usa contro tre siti nucleari in Iran e mentre proseguono le operazioni militari israeliane contro “obiettivi militari” nella Repubblica Islamica. L’Iran esorta il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e l’Aiea ad “adottare misure urgenti e decisive in risposta a questa spaventosa violazione del diritto internazionale”. Lo si legge in una nota del ministero degli Esteri di Teheran. “In qualità di membro fondatore delle Nazioni Unite, la Repubblica Islamica dell’Iran invita l’Onu e i suoi Stati membri responsabili ad assumersi le proprie responsabilità di fronte ai palesi atti unilaterali illegittimi degli Stati Uniti contro l’Iran”, conclude la nota. La risposta è stata immediata e Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha convocato una riunione d’emergenza sull’Iran per il pomeriggio oggi.
Frenetica attività telefonica e diplomatica tra i leader di Egitto, Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait dopo gli attacchi Usa ai siti nucleari iraniani per evitare la guerra in Medio Oriente. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha parlato con il sultano dell’Oman, Haitham bin Tariq, per sottolineare “l’importanza di lavorare per fermare l’attuale escalation tra Israele e Iran”, che si sono scambiati attacchi la scorsa settimana, e ha messo in guardia dalle “gravi conseguenze dell’espansione del conflitto nella regione”.
Secondo una dichiarazione della presidenza egiziana, al-Sisi ha chiesto un “ritorno al tavolo delle trattative” in relazione ai colloqui sul nucleare svoltisi negli ultimi mesi tra Iran e Stati Uniti, in cui l’Oman è stato il principale mediatore, con l’obiettivo di “impedire che la regione venga colpita dalla guerra”.
Vedremo se, dopo le inevitabili scaramucce riprenderanno i negoziati. I Paesi occidentali e quelli aderenti alla Nato, che temono contraccolpi anche dalle cellule dormienti di fanatici presenti ovunque, stanno rafforzando i sistemi difensivi e di vigilanza
Lo scenario è aperto anche perché le strategie di Trump sono imprevedibili. Iran non possiede la forza militare per combattere contemporaneamente contro Israele e gli Stati Uniti.
Intanto oggi riaprono i mercati ed i contraccolpi sulle Borse saranno inevitabili. Nell’analisi più propriamente geopolitica ed economica e concentrata sulle caratteristiche della zona, non si può non partire dall’ormai famoso stretto di Hormuz.
Tra i tanti angusti passaggi che punteggiano le rotte del commercio mondiale, lo Stretto di Hormuz si impone per importanza e fragilità. A vederlo su una carta nautica, incuneato tra l’Oman e l’Iran, appare come un sottile imbuto tra le masse continentali, ma nella realtà è uno dei gangli vitali attraverso cui pulsa l’energia del pianeta. Oltre a rappresentare un punto strategico per l’economia, Hormuz è oggi una linea sottile tra pace e crisi, un passaggio che racchiude in sé l’equilibrio instabile della geopolitica marittima moderna.
Nel punto più stretto, le sue acque misurano appena 29 miglia nautiche, ma ogni giorno vi transita oltre un terzo del greggio trasportato via mare. Non è solo una rotta petrolifera, è una arteria vitale che collega i giganteschi giacimenti del Golfo Persico – Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – ai mercati affamati di energia di Asia, Europa e oltre. La chiusura anche solo parziale di questo stretto significherebbe una crisi senza precedenti, perché – a differenza del Mar Rosso, per cui esistono rotte alternative – per Hormuz non ci sono scorciatoie, non ci sono vie d’uscita.
Oggi Hormuz è diventato un simbolo della fragilità degli equilibri internazionali. Le minacce di Teheran di bloccare il traffico marittimo, le tensioni tra potenze regionali e la crescente militarizzazione dell’area trasformano questo stretto in un potenziale epicentro di crisi globale. La sua valenza non è solo commerciale ma eminentemente geopolitica: controllarlo significa esercitare una leva sul mercato energetico mondiale, sulle economie industrializzate, sulla sicurezza delle rotte marittime.
Nel linguaggio della geopolitica degli spazi marittimi, Hormuz rappresenta un, “punto di strozzatura” attraverso il quale si possono esercitare forme di potere silenziose ma decisive. I mari sono spazi strategici, teatri invisibili di rivalità, strumenti di pressione economica e diplomatica. L’Iran lo sa bene, e nel corso degli anni ha imparato ad agitare la minaccia di bloccare lo Stretto come arma di dissuasione, consapevole che anche una minaccia, se ben calibrata, può avere effetti reali sui mercati globali.
Lo Stretto di Hormuz è così diventato, negli ultimi decenni, uno dei simboli del legame indissolubile tra economia, sicurezza e spazio marittimo. Chi controlla le sue acque può esercitare un’influenza profonda non solo sull’equilibrio regionale, ma sull’intera economia mondiale.
Tuttavia, nel mondo della geopolitica, anche le minacce inverosimili devono essere prese sul serio. La sola prospettiva di un’escalation militare che coinvolga direttamente lo Stretto di Hormuz è sufficiente a far tremare i mercati e a rimettere in discussione le strategie di approvvigionamento energetico a livello globale. E se la razionalità suggerisce che la chiusura del passaggio non conviene a nessuno, la storia insegna che i conflitti possono seguire percorsi imprevedibili, trascinando con sé anche le certezze più consolidate.
Mai come oggi, lo Stretto di Hormuz resta un punto nevralgico, un “collo di bottiglia” energetico la cui sicurezza è fondamentale per la tenuta dei mercati globali. Per evitare il tracollo dell’Occidente, auspichiamo che si mantengano aperti i canali diplomatici, quale unica strategia possibile per evitare che una prova muscolare, faccia esplodere una crisi globale.
