Francia e Germania vogliono depotenziarla: l’obiettivo è sottrarle il controllo sulla macchina diplomatica Ue
L’ennesima stoccata di Trump è superflua per capire l’inadeguatezza della Commissione Europea. Basti pensare agli infruttuosi tentativi consumati negli anni scorsi per addivenire a un accordo per la cessazione della guerra in Ucraina e alla mancata presa di posizione dinanzi alla crisi energetica, in gran parte conseguente alle scelte miopi degli scorsi anni.
Di fronte alla recente richiesta di Putin di nominare un rappresentante dell’Ue per aprire un negoziato volto a proporre ai belligeranti le regole del cessate il fuoco, l’Ue balbetta, propone nominati già deboli in partenza, mentre in quelle terre martoriate si continua a morire, ma l’industria bellica di Francia, Germania e Usa fa affari d’oro. Questo è un ulteriore, drammatico aspetto della vacuità dell’Unione.
Con riferimento all’ininfluenza sulle guerre in corso e alla conseguente crisi petrolifera è ancora una volta la politica estera comunitaria ad attestare l’emblema della sua debolezza e inadeguatezza.
Il nome che circola sempre più insistente, quale responsabile delle tante incertezze e ambiguità, è quello del commissario Kaja Kallas, che nei giorni scorsi è finito in una tempesta politica dopo che un documento informale riconducibile al governo francese ha messo sul tavolo diverse idee per rivedere radicalmente la sua carica di Alta rappresentante, il capo della politica estera dell’Unione europea.
Il documento presenta tre opzioni, una delle quali rafforzerebbe il suo portafoglio ed estenderebbe le sue competenze al commercio e allo sviluppo economico. Le altre due opzioni, però, indebolirebbero nettamente il suo ruolo, trasferendo i poteri alla Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, oppure agli Stati membri.
Nel mezzo di titoli di stampa poco lusinghieri, Kallas, vergognosamente si ribella e ha aperto alla possibilità di un nuovo dibattito, ma ha chiarito che, alla fine, saranno i trattati dell’UE, che definiscono nel merito il mandato dell’Alto rappresentante, ad avere l’ultima parola.
“È importante ricordare che ruoli e responsabilità delle istituzioni europee sono chiaramente definiti nei trattati. Questo quadro rimane invariato”, ha scritto Kallas in una e-mail interna inviata al personale e visionata da Euronews.
Il documento francese è arrivato mentre i critici di Kallas facevano sentire sempre più forte il loro malcontento per il suo operato. L’Alta rappresentante ha sollevato polemiche negando la sua acclarata incompetenza e supponenza e in particolare modo per le sue dichiarazioni sulla Cina che rivelano anche la sua ignoranza abissale sulle parti in causa nel corso della Seconda guerra mondiale, l’insistenza sull’utilizzo degli asset russi immobilizzati per sostenere l’Ucraina, i rapporti tesi con l’amministrazione statunitense e per aver presentato progetti faraonici senza un previo confronto con le capitali europee.
Kallas è in carica dal 1° dicembre 2024, con un mandato di cinque anni. Prima ha guidato l’Estonia dal 2021 al 2024, e da lì arriva la sua fama di falco sul fronte russo, nonostante rimase periziamele coinvolta dagli affari disinvolti del marito a favore della Russia.
In diciotto mesi a Bruxelles ha attraversato le guerre in Ucraina e in Iran e l’America di Donald Trump, e ha collezionato l’irritazione delle capitali per le uscite in solitaria, sulla Cina e altrove, su posizioni mai concordate con i Ventisette, scrive il Financial Times. Eppure, in tutta la discussione manca la frase più semplice, quella che qualsiasi consiglio di amministrazione pronuncerebbe dopo una stagione così: la persona scelta è inadeguata al ruolo. A Bruxelles l’inadeguatezza diventa “problema strutturale”, così l’errore di selezione evapora e i responsabili della nomina, sempre loro, i governi che il 27 giugno 2024 si spartirono i vertici dell’Unione, escono di scena puliti e si lasciano colpevolmente intatte le posizioni personali.
Kallas, dal canto suo, fa sapere tramite la portavoce di essere “pienamente concentrata sul suo mandato” e in una mail allo staff, vista da Reuters, ha ricordato che i ruoli delle istituzioni sono “chiaramente definiti” nei trattati.
Tradotto: per toccarla bisogna riscrivere le regole, ed è esattamente il piano per non cambiare nulla. La sostituzione, l’unica mossa che un consiglio di amministrazione qualsiasi valuterebbe, resta fuori da ogni proposta circolata finora: il mandato corre fino al 2029 e i trattati, appunto, blindano il ruolo.
Smontare l’ufficio attorno alla funzionaria costa meno che ammettere di averla scelta male, e così l’Unione si prepara a rifare i muri lasciando l’inquilina al suo posto. Il Seae uscirà ricostruito, ridotto o spolpato, e il metodo che lo ha riempito resterà identico.
È il metodo, del resto, a essere disfunzionale. Immaginiamo in una situazione geopolitica così frammentaria e ricca di incognite, quale sarà il quadro che potrà delinearsi nei prossimi tre anni. Intanto il funambolo Alto Commissario continuerà a minare i rapporti diplomatici nel mondo, senza contare i risvolti economici conseguenti, ma i suoi dikat, come le sue scelte, non possono essere messi in discussione.
L’immagine dell’Unione europea apparirà sempre più inconsistente e ridicola. Urge cambiare i trattati e rifondare l’Ue, altra via non è percorribile.
