Cinquecento militari per la sicurezza: tra nostalgie antimilitariste, propaganda muscolare e l’eterna tentazione di risolvere tutto con una divisa
Ci risiamo. Bastano cinquecento militari in più per affiancare le forze di polizia nelle attività di pubblica sicurezza e, puntuale come la convocazione di un talk show, si apre il grande circo della politica italiana. Da una parte i soliti antimilitaristi, improvvisamente convinti che stiamo assistendo all’occupazione militare delle città e al preludio di una dittatura in mimetica. Dall’altra, gli entu
siasti della soluzione muscolare, quelli per cui ogni problema nazionale può essere risolto con una divisa, un ordine secco e, possibilmente, una telecamera accesa.
In mezzo, come sempre, il buon senso. Quello che in Italia non gode di particolare protezione e che, a differenza dei militari, non viene neppure schierato in servizio.
Il problema, infatti, non è ideologico. Non è una questione di antimilitarismo da salotto o di militarismo da campagna elettorale. La domanda è molto più concreta: perché continuiamo a ricorrere all’Esercito per supplire alle carenze di un sistema di sicurezza pubblica che dovrebbe essere in grado di svolgere autonomamente i propri compiti?
Sono un ufficiale dell’Esercito in riserva e proprio per questo ritengo che la Forza armata meriti qualcosa di meglio del ruolo di tappabuchi nazionale. I militari non sono una riserva di personale da convocare ogni volta che la politica deve dare una risposta visibile a un problema complesso.
Parlo anche per esperienza diretta. Ho partecipato all’operazione Vespri Siciliani come ufficiale responsabile di missione e conosco le difficoltà concrete di questo genere d’impiego. Un’esperienza che dovrebbe suggerire prudenza a chi considera l’utilizzo dei militari nella sicurezza interna una soluzione semplice, quasi bastasse trasferire un reparto dalla caserma alla strada.
Le operazioni Vespri Siciliani e Strade Sicure hanno mostrato quanto sia delicato il coordinamento tra personale militare e forze di polizia. Ordinamenti, procedure, responsabilità e modalità d’intervento sono differenti. E soprattutto, operare in un contesto di pubblica sicurezza non equivale a operare in un teatro di conflitto armato.
Cambiano le regole d’ingaggio, i limiti dell’intervento e il rapporto con la popolazione. Cambia, soprattutto, la soglia entro cui una reazione è legittima, proporzionata e professionalmente corretta.
Un soldato è addestrato per assolvere missioni militari; un operatore di polizia è formato per affrontare situazioni di ordine pubblico secondo competenze specifiche. Le due professionalità possono cooperare, ma non sono intercambiabili per decreto ministeriale.
E qui arriva la domanda che meriterebbe maggiore attenzione: siamo davvero certi che un militare giovane e poco esperto in questo tipo di servizio sia preparato ad affrontare una folla ostile, insulti, provocazioni personali e tentativi deliberati di provocare uno scontro?
Non basta sapere come reagire a una minaccia. Bisogna sapere quando non reagire, come contenere la tensione e come evitare che una situazione difficile degeneri.
Un militare può essere perfettamente addestrato per il proprio incarico e non avere ancora l’esperienza necessaria per gestire una piazza particolarmente aggressiva. Non è una critica ai nostri ragazzi in divisa, ma una considerazione elementare sulla formazione professionale.
Eppure, nella nostra meravigliosa Repubblica, sembra spesso sufficiente indossare una divisa per acquisire automaticamente tutte le competenze necessarie. Se fosse davvero così, basterebbe consegnare una toga a un ufficiale per risolvere la crisi della giustizia e un camice a un commissario per smaltire le liste d’attesa della sanità.
Ma le forze di polizia sono davvero troppo poche?
Ogni volta che si discute di sicurezza, la risposta è invariabile: manca personale. Mancano agenti, pattuglie, uomini e donne sul territorio. E allora chiamiamo l’Esercito.
Ma siamo proprio sicuri che il problema sia soltanto quantitativo?
L’Arma dei Carabinieri, che svolge anche funzioni di polizia, dispone di un organico numericamente superiore a quello dell’Esercito. A questo si aggiungono Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e polizie locali, con competenze e responsabilità differenti.
L’Italia dispone dunque di una pluralità di apparati di sicurezza. Da tempo si discute della frammentazione del sistema, della sovrapposizione di alcune funzioni e della necessità di razionalizzare l’impiego delle risorse. Anche in sede europea sono state avanzate osservazioni sulla complessità dell’organizzazione italiana, sebbene sia opportuno distinguere le valutazioni ufficiali dalle interpretazioni politiche.
La domanda resta legittima: se gli apparati sono tanti, perché la carenza di personale operativo viene continuamente indicata come un’emergenza?
Forse una parte delle risorse è assorbita da uffici, strutture amministrative e incarichi lontani dal contatto diretto con i cittadini? Occorrerebbe verificare quanti operatori siano effettivamente disponibili per il servizio sul territorio, distinguendo gli organici complessivi dal personale realmente impiegabile in pattuglia.
Sono questioni che richiedono dati e verifiche, non risposte automatiche. Perché se il problema riguarda anche la distribuzione del personale, aumentare il numero delle divise presenti nelle strade senza affrontare il resto rischia di essere soltanto un rimedio temporaneo.
Il soldato non è un agente di polizia in prestito.
I cinquecento militari potranno certamente svolgere un servizio utile, soprattutto nelle attività di presidio e vigilanza adeguatamente definite. Non ogni presenza militare rappresenta una minaccia alla democrazia, così come non ogni problema di sicurezza può essere risolto schierando soldati.
La questione è stabilire perché li impieghiamo, con quali compiti, quale formazione, quali responsabilità e per quanto tempo.
Se l’impiego è temporaneo e mirato, può essere un supporto ragionevole. Nel caso in questione, il mandato sarebbe limitato a tre mesi: una circostanza che rende ancora più importante chiarire gli obiettivi dell’intervento e valutarne i risultati.
Un militare impegnato nella sicurezza interna deve conoscere con precisione i propri poteri, i propri limiti e le procedure da seguire. Deve saper affrontare situazioni che non si risolvono necessariamente con la forza, ma con disciplina, autocontrollo e capacità di valutazione.
La fermezza non consiste nel reagire a ogni provocazione. L’autorità dello Stato non si misura dal numero di divise schierate in una piazza, ma dalla capacità di garantire la sicurezza nel rispetto della legge.
Un soldato provocato da un gruppo di giovani aggressivi non deve dimostrare di essere più duro di loro. Deve dimostrare di essere preparato a svolgere il proprio compito senza farsi trascinare sul terreno scelto da chi vuole lo scontro.
È questa la differenza tra una forza disciplinata e una forza semplicemente presente.
I professionisti della paura e quelli della nostalgia.
La politica italiana, naturalmente, non si lascia sfuggire l’occasione di trasformare anche questa vicenda in uno spettacolo.
C’è chi vede cinquecento militari e intravede già carri armati agli angoli delle piazze, sospensione delle libertà costituzionali e ritorno a un regime militare. Evidentemente, per alcuni, tra una pattuglia e una dittatura esiste soltanto una breve interruzione pubblicitaria.
Dall’altra parte ci sono quelli che invocano la forza come risposta universale. Manifestazione problematica? Più uomini in divisa. Disagio sociale? Più controlli. Tensione politica? Più ordine pubblico. Se qualcuno osa chiedere quali siano le cause del problema, viene immediatamente sospettato di debolezza.
Due estremi apparentemente opposti, accomunati dalla stessa abitudine: trasformare la sicurezza in uno strumento di propaganda.
I primi agitano lo spettro della militarizzazione anche quando si discute di un impiego circoscritto e regolamentato. I secondi esibiscono la presenza militare come se fosse la dimostrazione che lo Stato ha finalmente deciso di fare sul serio.
La sicurezza non è una scenografia elettorale e l’Esercito non è un manifesto politico da esibire nelle piazze.
La democrazia non si difende lasciando le strade senza adeguata tutela, ma neppure affidando alla forza ciò che può essere affrontato attraverso prevenzione, dialogo e istituzioni capaci di agire.
L’Esercito merita rispetto, non improvvisazione
Da ufficiale in riserva, mi fa piacere constatare che l’Esercito venga considerato una risorsa importante per il Paese. Mi preoccupa, invece, che questa fiducia si trasformi nella convinzione che i militari possano essere impiegati indistintamente per qualsiasi esigenza dello Stato.
Le Forze armate hanno compiti, responsabilità e professionalità specifiche. Impiegarle correttamente significa valorizzarle, non assegnare loro funzioni diverse senza un’adeguata preparazione e senza obiettivi precisi.
Se mancano agenti sul territorio, occorre capire come sia distribuito il personale e quante risorse possano essere recuperate per il servizio operativo. Se vi sono sovrapposizioni tra apparati, bisogna razionalizzare le competenze. Se servono nuove assunzioni, vanno programmate.
Sono interventi meno spettacolari dell’annuncio di cinquecento militari, ma decisamente più utili nel lungo periodo.
Ben vengano, dunque, i militari quando il loro impiego è necessario, proporzionato e organizzato con competenza. Ma non si trasformi una soluzione temporanea in un’abitudine, né si confonda la presenza dell’Esercito con la capacità di risolvere ogni problema.
La domanda finale è semplice: vogliamo costruire un sistema di sicurezza pubblica più efficace oppure preferiamo affidarci a interventi visibili, utili soprattutto a produrre titoli e fotografie?
Cinque minuti di telecamera possono garantire un ottimo risultato elettorale. Preparare personale, coordinare apparati e riformare procedure richiede ben altro.
Un Paese serio non usa i soldati per sostituire ciò che non funziona: li impiega dove servono davvero, con compiti chiari e una preparazione adeguata.
Il resto è propaganda, con la mimetica, con la toga dell’antimilitarismo o con il vestito buono del politico di turno e, come spesso accade in Italia, il vero problema non è trovare qualcuno da mandare in strada.
È decidere con lucidità chi debba andarci, per fare cosa e con quali strumenti.
Alberto Scafella
