La storia insegna che è una strada pericolosa
Da ex ufficiale e da scrittore che ha trascorso una vita nelle Forze Armate, conosco bene l’ambiente da cui proviene
Roberto Vannacci. Ne conosco i valori migliori: il senso del dovere, la disciplina, il sacrificio, la capacità di assumersi responsabilità quando altri preferiscono voltarsi dall’altra parte. Ma proprio per questo mi colpisce il successo di una certa narrazione che oggi accompagna il generale prestato alla politica.
Quando Vannacci parla della sua “sporca dozzina”, richiama volutamente l’immaginario cinematografico dei duri, degli irregolari, degli uomini chiamati a rompere gli schemi. È una metafora efficace. Funziona. Colpisce l’immaginazione di chi vede nelle istituzioni solo un ostacolo e nella politica soltanto una palude.
Il problema è che la democrazia non è un film di guerra.
La politica non ha bisogno di plotoni di eletti che si percepiscono come un’élite chiamata a salvare il popolo da se stesso. Ha bisogno di classi dirigenti capaci di mediare, costruire, governare. Ha bisogno di regole. Ha bisogno di equilibrio.
Eppure una parte dell’Italia continua a inseguire la figura del salvatore della patria. È un riflesso antico. Si cerca sempre qualcuno che urli più forte degli altri, che prometta di spazzare via tutto, che si presenti come l’unico interprete autentico della volontà popolare.
È il trionfo della scorciatoia sulla complessità.
Vannacci ha intuito perfettamente questo meccanismo. Sa parlare a un elettorato stanco, arrabbiato, deluso. Ma saper parlare alla rabbia non significa necessariamente saper costruire una visione per il Paese.
Anzi, spesso accade il contrario.
Quando il consenso nasce dall’indignazione permanente, il rischio è che la politica si trasformi in una gigantesca operazione di marketing personale. Tutto ruota attorno al leader. Tutto ruota attorno al personaggio. Tutto ruota attorno alla sua capacità di occupare la scena.
Ed è qui che emerge un tratto che dovrebbe preoccupare anche i suoi sostenitori più convinti: l’arroganza di chi finisce per credere che il proprio successo personale coincida automaticamente con l’interesse nazionale.
La storia italiana è piena di uomini che si sono presentati come interpreti esclusivi del popolo. Nessuno ha mai risolto i problemi del Paese con gli slogan. Nessuno ha mai costruito una democrazia più forte alimentando il culto della personalità.
Chi ha servito lo Stato in uniforme sa che il vero comando non è prepotenza. Non è protagonismo. Non è occupazione permanente del centro della scena.
Il comando autentico è responsabilità.
Per questo il fenomeno Vannacci merita di essere osservato senza isterie e senza adulazioni. Non è il demonio che alcuni descrivono. Ma non è nemmeno il liberatore che altri immaginano.
È il sintomo di un Paese che continua a preferire gli uomini forti alle istituzioni forti. E ogni volta che accade, la democrazia perde qualcosa.
Non perché vinca Vannacci.
Ma perché smettiamo di pretendere qualcosa di più dai nostri leader.
C’è un aspetto del fenomeno Vannacci che colpisce più di ogni altro: la capacità di parlare alla pancia delle persone. Non alla loro ragione, non alla loro capacità di analizzare problemi complessi, ma alle loro paure, alle loro frustrazioni e ai loro rancori.
È una strategia politica antica quanto la politica stessa. Si individuano nemici semplici, si offrono soluzioni semplici e si promette ciò che spesso non è realizzabile. Funziona perché molti cittadini, disorientati da una realtà sempre più complessa, finiscono per affidarsi a chi urla più forte e mostra maggiore sicurezza. Non importa se le promesse siano realistiche; importa che qualcuno dica ciò che vogliono sentirsi dire.
Da ex ufficiale, conosco bene il mondo militare da cui Vannacci proviene. Proprio per questo mi lascia perplesso la costruzione di una narrazione che sembra voler attribuire una sorta di superiorità morale o politica a chi ha indossato una divisa.
In Italia nessuno della mia generazione ha combattuto una guerra dichiarata. Nessuno ha vissuto le condizioni delle grandi guerre che hanno segnato il Novecento. Alcuni militari hanno partecipato a missioni operative, spesso rischiose e meritorie. Pochissimi hanno realmente conosciuto il combattimento, la perdita di compagni, il dolore che lascia una bara avvolta dal tricolore.
Io sono stato tra quelli che hanno vissuto alcune di queste tragiche esperienze e visto colleghi e amici non tornare. E proprio per questo diffido di chi trasforma l’esperienza militare in un titolo politico permanente o in uno strumento di legittimazione personale.
La guerra non è un curriculum da esibire.
La guerra è una tragedia che ti resta addosso. È qualcosa che, se l’hai vissuta davvero, cerchi più spesso di dimenticare che di raccontare. Non ti rende automaticamente migliore degli altri. Non ti conferisce una patente di infallibilità. Ti insegna semmai il valore dell’umiltà, la fragilità della vita e il peso delle decisioni.
Per questo guardo con sospetto a quella retorica dell’uomo forte che si presenta come depositario di verità assolute e che trova consenso presso una parte del Paese pronta a credere all’ennesimo salvatore della patria.
La forza di una democrazia non risiede nell’uomo che si proclama indispensabile. Risiede nelle istituzioni che impediscono a chiunque di diventarlo.
E quando la politica smette di parlare alla testa dei cittadini per rivolgersi soltanto al loro stomaco, il rischio non è soltanto quello di eleggere cattivi governanti. Il rischio è quello di smarrire il senso stesso della cittadinanza, sostituendo il pensiero critico con la fede nel capo di turno.
La storia insegna che è una strada pericolosa.
E gli italiani dovrebbero conoscerla meglio di chiunque altro.
Alberto Scafella

Bellissimo
Sacco su tutto
Riflessioni giuste e condivisibili supportate dall’esperienza di vita militare dell’Autore; però temo che per contrastare il fenomeno “Vannacci” i politici indirizzeranno sempre di più le loro politiche verso la pancia degli Italiani a scapito del bene del Paese