La notizia è molto più importante di quanto sembri, non si tratta soltanto di un deficit commerciale elevato, ma del possibile passaggio dell’UE da una politica di semplice apertura commerciale a una politica di difesa industriale più aggressiva nei confronti della Cina.
Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per circa 559 miliardi di euro, contro esportazioni europee verso la Cina per circa 200 miliardi: un disavanzo di circa 360 miliardi, cioè quasi 1 miliardo al giorno. Nel primo trimestre 2026 il deficit ha raggiunto altri 98 miliardi, il livello trimestrale più alto dal terzo trimestre 2022.
La cosa politicamente nuova è che, secondo Von der Leyen, per la prima volta tutti i 27 Paesi dell’UE sono in deficit commerciale con la Cina.
Non significa, naturalmente, che ogni euro di deficit rappresenti una perdita per l’economia europea: importare prodotti cinesi economici può essere vantaggioso per consumatori e imprese. Il problema nasce quando il disavanzo riflette una perdita strutturale di capacità produttiva europea.
Perché Bruxelles è preoccupata
Ci sono almeno quattro fattori.
- La sovracapacità industriale cinese
Pechino ha investito enormemente in settori come auto elettriche, batterie, pannelli solari, elettronica, macchinari e componentistica. La domanda interna cinese non assorbe tutta questa produzione, per cui una parte crescente viene esportata.
Da qui la paura europea: se i prodotti arrivano sul mercato UE a prezzi molto bassi, le aziende europee possono perdere quote di mercato e, nel tempo, chiudere impianti e ridurre investimenti.
- I sussidi statali
Von der Leyen ha affermato che le sovvenzioni ricevute dalle imprese cinesi possono arrivare a essere otto volte superiori rispetto a quelle di imprese comparabili dei Paesi OCSE.
È il cuore della contestazione europea: Bruxelles non vuole competere contro aziende che considera sostenute artificialmente dallo Stato cinese.
- L’accesso al mercato
L’UE sostiene che le aziende europee incontrino in Cina più ostacoli di quelli incontrati dalle imprese cinesi in Europa. In altre parole, Bruxelles considera il rapporto sempre meno simmetrico.
- Le dipendenze strategiche
La questione non riguarda più soltanto automobili o giocattoli. Terre rare, magneti, batterie, componenti elettronici e altre materie prime/tecnologie critiche hanno assunto una dimensione geopolitica. La Cina può quindi avere una leva economica che va oltre il semplice commercio.
Il dialogo con la Cina è pertanto necessario, ma deve produrre risultati. Se non basta, l’UE deve essere pronta a utilizzare pienamente gli strumenti di cui dispone.
Può arrivare ad esempio a restrizioni su appalti pubblici, accesso al mercato e diritti di proprietà intellettuale, quello che alcuni chiamano, non casualmente, la “trade bazooka” europea, ma c’è un problema: la Cina può reagire.
Siamo davanti a un cambio di paradigma. Per anni l’Europa ha considerato la Cina soprattutto come mercato e fonte di prodotti a basso costo, ora la considera anche come rivale industriale e potenziale vulnerabilità strategica, il miliardo di euro al giorno è quindi più un segnale d’allarme che il problema in sé.
Se Bruxelles riuscirà a trasformare questa pressione in una vera politica industriale europea, potrebbe essere un momento di svolta, se invece si limiterà ai dazi, rischia semplicemente di spostare il costo della guerra commerciale sulle imprese e sui consumatori europei.
