Le proteste delle opposizioni ci portano indietro a 73 anni fa, quando il Parlamento diventò un ring.
Anche questo governo, quasi a fine legislatura non ha resistito alla tentazione ed ha proposto una nuova legge elettorale, Il cosiddetto Melonellum. Ieri martedì 15 settembre, l’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e 2 astenuti.
Il testo, arrivato dalla Camera dei deputati è stato modificato da Palazzo Madama ed ora torna in terza lettura a Montecitorio dove il voto è calendarizzato al 28 settembre.
Poco prima dell’approvazione della legge elettorale e subito dopo la dichiarazione di voto di Fratelli d’Italia, le opposizioni hanno protestato alzando cartelli gialli e rossi con su scritto ‘No alla legge truffa’. Scintille in aula anche dopo che il capogruppo del M5s, Luca Pirondini, durante il suo intervento ha parlato di ‘legge truffa’ e ha mostrato un fac-simile di una scheda elettorale con la scritta ‘Fratelli di casta’.
L’aspetto di questa legge che presenta particolare interesse consiste nella reintroduzione del voto di preferenza, anche se incompleto. Alcuni hanno affermato che favorisce la corruzione, ma per noi l’aspetto prioritario consiste nel limitare il diktat dei segretari dei partiti e tornare a parlamentari eletti e non nominati. Il livello qualitativo dei parlamentari, negli ultimi anni è nettamente peggiorato. Auguriamoci che, per l’effetto indotto anche al governo tramonti l’era di ministri incompetenti o teleguidati.
Tornando alla legge, rispondendo ai fumosi attacchi delle opposizioni, occorre ricordare che, se togliamo il lungo periodo della prima repubblica, sin dall’Unità d’Italia in ogni legislatura si cercava di modificare la legge elettorale, anche quando il suffragio era ancora limitato. Nel vociare delle opposizioni, qualcuno ha chiamato questo provvedimento “Legge truffa” Il ricordo ci porta lontano, ma le premesse erano differenti.
Settantatré anni sono passati senza ancora trovare un sistema elettorale che accontenti gli elettori.
Il nuovo sistema di voto è proporzionale puro, ma prevede un premio di maggioranza per la coalizione che raggiunge il 42 per cento dei consensi in entrambe le Camere, che si traduce in 70 deputati e 35 senatori, con un tetto massimo però di 220 deputati e 113 senatori. Al momento della presentazione di simbolo e programma i partiti devono indicare il candidato presidente del Consiglio che proporranno per la nomina al presidente della Repubblica.
Soffermiamoci sul tentativo di riforma della legge elettorale, ampiamente citata, di cui pochi conservano memoria. Era il 21 gennaio del 1953 quando la Camera approvava la legge maggioritaria passata alla storia come “legge truffa” dopo una seduta di settanta ore con 339 voti contro 25.
L’obiettivo, caldeggiato da De Gasperi, era quello di conservare il proporzionale garantendo allo stesso tempo stabilità governativa. Oggi, sette decenni dopo, siamo ancora al punto di partenza, secondo i proponenti delle nuove disposizioni elettorali. La legge, presentata alla Camera dal ministro degli Interni Mario Scelba, prevedeva un consistente premio di maggioranza, il 65% dei seggi, al gruppo di liste che avesse raggiunto almeno la metà più uno dei voti validi. Pci e Psi, in particolare Togliatti, si scagliarono contro la norma e ci furono sedute tumultuose, come quella in cui si svolsero le votazioni sulla proposta di Oscar Luigi Scalfaro (Dc) per accelerare il ritmo della discussione.
Nella rissa si scagliò di tutto: sedie, calamai e tagliacarte, Giancarlo e Giuliano Pajetta (Pci) usarono i braccioli delle sedie come arma di offesa, ma alla fine la proposta Scalfaro fu approvata. Alla legge si opposero personalità politiche illustri come Ferruccio Parri e gli ex presidenti del Consiglio Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando. Fu il socialdemocratico Piero Calamandrei a definire la legge come una “truffa”. Il 27 gennaio il provvedimento arrivò in Senato dove il presidente dell’aula, il liberale Giuseppe Paratore, ammonì De Gasperi a non fare ricorso al voto di fiducia che avrebbe conculcato le opposizioni. Alla fine, Paratore si dimise dal suo incarico e al suo posto fu eletto Meuccio Ruini, già ministro delle Colonie nel gabinetto Nitti. La legge fu approvata anche al Senato il 29 marzo del 1953 dopo interminabili schermaglie e dopo una seduta di 77 ore e 50 minuti. Ottenne 174 voti favorevoli. Solo tre gli astenuti. Le opposizioni al momento del voto abbandonarono l’aula. Poco prima del voto finale si giunse di nuovo alle mani: il ministro Randolfo Pacciardi rimase lievemente ferito mentre il ministro Ugo La Malfa fu schiaffeggiato dal senatore Emilio Lussu.
I senatori della sinistra (tra cui Umberto Terracini e Sandro Pertini) chiesero al presidente della Repubblica Einaudi di non promulgare la legge ma non furono esauditi. Pur in presenza di una riforma elettorale approvata dal Parlamento, l’esito non fu così felice. Le successive elezioni del 7 giugno 1953 non coronarono però il sogno di De Gasperi. La Dc e i partiti di governo (Psdi, Pli, Pri, Partito sardo d’azione, Svp) si fermarono al 49.8%. Per 54.968 voti il premio di maggioranza andò in fumo. Un fallimento che sancì la fine dell’era De Gasperi. La “legge truffa” venne infine abrogata nel giugno del 1954 su proposta di Pietro Nenni.
