In questi giorni, a Riad, sono iniziati i colloqui tra U.S.A. e Russia che potrebbero porre fine alla guerra in Ucraina. Parallelamente a Parigi i capi di governo di Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Spagna, Paesi Bassi e Danimarca si sono ritrovati sotto la guida di Emanuel Macron, nella speranza di elaborare una strategia che eviti l’emarginazione dei rispettivi paesi dal processo decisionale che condurrà a ridisegnare i confini dell’Ucraina, oltreché a elaborarne il futuro politico, economico e militare.
Di contro, sebbene la possibilità che alcune nazioni dell’Unione Europea possano continuare il conflitto contro la Russia senza l’appoggio (e il consenso) degli U.S.A. appaia risibile, la Russia ha subito inviato il suo avvertimento, attaccando frontalmente Mattarella (il quale aveva in precedenza assunto posizioni molto critiche nei confronti di Putin) e – soprattutto – da giorni tentando di bloccare diversi siti istituzionali e di imprese italiane. In tutto ciò, Zelensky sembra essere rimasto con il “cerino in mano”, impotente nel perorare la posizione di Kiev.
Insegnando (tra le diverse discipline) relazioni internazionali, ho affrontato questi argomenti con i miei allievi. L’impressione complessiva che è seguita alla discussione è che, specie in ambito geopolitico, il mondo risulti egemonizzato da un’oligarchia di persone che, nella sostanza, decide le sorti dell’umanità.
Infatti, se al potere ci fosse stata la Kamala Harris, il conflitto con la Russia sarebbe continuato, accompagnato dall’arcinota propaganda riguardo alla necessità della completa liberazione dell’invaso dall’invasore e dell’entrata dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione Europea. Ma al comando adesso c’è Trump e – benché rimangano immutate le condizioni di fatto e quelle di tipo bellico (ma evidentemente non quelle politiche) – il vento è mutato e ora spira in ben altra direzione.
A quel punto, vista la conclusione a cui erano giunti i miei allievi, non ho potuto non accennare loro a quella che, in termini politologici, viene definita la “teoria delle élites” che prende sostanzialmente avvio con la pubblicazione nel 1884 del libro Teorica dei governi e governo parlamentare ad opera di Gaetano Mosca (1858-1941).
In tale scritto, Mosca (che ricorre a una pluralità di richiami storici per avvallare le proprie conclusioni) giunge a constatare come le società e, più nello specifico, le istituzioni risultino guidate da una ristretta cerchia di persone (che egli definisce la «classe politica»), le cui capacità di dominio non vengono scalfite in maniera significativa neppure dalla presenza di sistemi democratici.
Secondo Mosca, le masse, prive di significative risorse economiche e (soprattutto allora) culturali, disorganizzate e senza le opportunità insite in posizioni sociali e istituzionali di rilievo, finiscono per subire e non essere le protagoniste del processo democratico, come invece la teoria pretenderebbe.
In estrema sintesi, la lettura moschiana e, nel suo complesso quella elitista (tra cui sono annoverabili i lavori di politologi del calibro di Vilfredo Pareto, Roberto Michels, David Riesman, Charles Wright Mills e tanti altri), sottolinea la consapevolezza che le classi dirigenti godano di troppe opportunità – tra le quali il ricorso alle ideologie e alla propaganda, l’uso di strumenti legislativi, economici e fiscali, oltreché il ricorso se occorra alla coercizione che le forze armate sono in grado di assicurare – per non riuscire a prevalere su una moltitudine d’individui.
Al più – e sarà Joseph A. Schumpeter (1883-1950) a evidenziarlo con incisività – agli elettori viene riconosciuta la possibilità di scegliere l’effettiva composizione della classe politica attraverso il ricorso alle preferenze elettorali; opzione, tuttavia, ristretta tra una rosa di candidati già predisposta dalle medesime oligarchie governanti e ciò senza che il meccanismo democratico sia in grado di eliminare le disparità nelle capacità decisionali che sussistono tra élites e masse.
Ora, se tali conclusioni faticano a venir smentite dalla realtà (specie nel trentennio seguito alla caduta del muro di Berlino che ha visto implementare le disparità sociali), l’impressione che ne trae un cittadino comune – almeno per come la interpretiamo noi – è che, se le classi politiche (e, in generale, dirigenti di una nazione) giochino un ruolo importante nelle decisioni interne a un paese, esse finiscano per monopolizzare le scelte in ambito geopolitico e di relazioni internazionali.
La storia ci regala diversi esempi al riguardo, come quando, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i paesi dell’est Europa dovettero forzatamente adottare regimi di tipo comunistico (nei fatti supini ai voleri di Mosca) senza che ai rispettivi popoli venisse domandato alcunché in merito al loro destino.
E anche adesso sembra che a pochi interessi veramente quelli che siano i desideri delle genti che vivono sul territorio ucraino. Anzi, spesso l’opinione dei cittadini su tematiche di diritto internazionale viene snobbata (nonostante – ad esempio – i sondaggi sottolineassero la contrarietà degli italiani all’invio di armi in Ucraina, il Parlamento ha seguito la direzione esattamente opposta), in altri finanche esclusa. Basti richiamare l’art. 75 della nostra Costituzione (da taluni definita “la più bella del mondo”) che non permette che si tengano referendum su leggi di ratifica dei trattati internazionali.
Così, al pari di quanto ancora una volta ci ricorda la Costituzionale (in questo caso l’art. 1), la “sovranità appartiene al popolo”, a cui però, almeno in quella forma che è la democrazia diretta (in linea teoria, la più pura fra le varie declinazioni che la democrazia possa assumere), non è dato esprimersi – perlomeno in Italia – in ambito di relazioni internazionali, nonostante queste impattino in termini importanti, talvolta addirittura decisivi, sulla vita di ognuno di noi.
Ma evidentemente l’Olimpo è destinato ad altri.

Molto dettagliato e interessante