Riuscirà a prevalere il buon senso?
Il “popolo non ha sempre ragione” è il titolo dell’articolo pubblicato dal professor Bonvegna domenica su questo giornale. Al titolo è seguito un lineare ragionamento che in gran parte condividiamo, ma in democrazia il voto, espresso dal popolo, non conosce età e censo. Sul risultato elettorale si è buttata la sinistra preconizzando il successo elettorale alle prossime elezioni politiche, così a scatola chiusa, senza un pezzo di programma, ma già si sta litigando sulle primarie.
Un cardinale incauto ha pure pubblicamente ringraziato i giovani per il voto di protesta, presumendo che i giovani elettori abbiamo alzato sensibilmente il numero dei votanti, influenzandone il risultato.
Ma veniamo al dunque. Quel che ha stupito gli osservatori è la consistenza numerica del voto. Diciamocelo chiaro, a prescindere dalla propaganda, anche un po’ tanto ruspante di non pochi esponenti della maggioranza, il quesito era molto tecnico e non tutti gli elettori hanno capito il perché scomodarsi sul principio di terzietà, per evitare errori giudiziarie ai danni di poveracci che sono marciti per anni, da innocenti nelle patrie galere.
Le previsioni sull’accesso al voto indicavano frotte di mussulmani che avrebbero invaso le urne come non mai, seguite dai pensionati della CGIL e dalla presunta influenza della CEI esplicitamente schierata per il NO. Per cercare di capire la incongruità del voto con i risultati delle precedenti elezioni politiche, ci siamo al momento fidati dei rilievi pubblicati da YouTrend, e non dalle grida scomposte di Conte.
Parrebbe che i più accaniti fedifraghi di Giorgia Meloni siano gli elettori siculi. e, in particolare quelli di Agrigento. Ma pure a Mazara del Vallo, Acireale, Paternò, Alcamo, il voto prevalente volgeva al NO. Così in Abruzzo a Pescara, Ortona, Montesilvano. In Campania, soprattutto a Sarno e nel Beneventano. In Calabria, a Catanzaro e a Lamezia Terme.
«Questi risultati si sono saldati – spiega Lorenzo Pregliasco – con quello che è avvenuto nelle periferie delle grandi città, come Milano Nord e Ovest, Comasina, Villapizzone, Baggio. O a Roma Est, VI municipio, Tor Sapienza, Torre Maura, Borghesiana. O a Torino, Barriera Milano, Lucento, Vallette, Falchera. Tutte aree che, sia alle politiche sia alle europee, avevano premiato il centrodestra.
Nello scegliere il no si è distinto di più il Mezzogiorno, orfano del reddito di cittadinanza e a causa dello spauracchio dell’Autonomia differenziata. Completano il quadro le periferie delle grandi città investite in modo particolare dai condizionamenti economici causati dalla crisi energetica e con l’ordine pubblico che lascia a desiderare.
Con l’aspettativa di Riforme sostanziali e l’auspicato miglioramento della qualità della vita, vedere tanto impegno del presidente del consiglio, consumarsi su un quesito tecnico sulla giustizia, ha contribuito a indispettire i più.
Trasmissioni qualunquiste che producono colpevoli confusioni sulla portata dell’istituto referendario hanno ripetutamente accusato il governo di sprecare tempo e di prendere in giro gli italiani. Poi c’è una situazione unificante. Siamo tutti colpiti dalle ricadute economiche di tre guerre che continuano lontano da noi e si protraggono per le bizzarrie e il desidero di rivincita di potenze geograficamente distanti.
Al cittadino che, lontano da eruditi ragionamenti geopolitici vede il costo dell’energia arrivare al banco del mercato, senza spiragli imminenti e positivi, la lotta dei “buoni contri i cattivi” non lo appassiona e inizia a incavolarsi e se la prende ovviamente con il governo. Così vota, anche se del quesito referendario, poco gli importa.
I più accorti dovrebbero sapere che se il costo dell’energia in Italia è il triplo della Francia, la causa sta nella folle e miope politica dei governi di sinistra che mai hanno voluto affrontare il problema della costruzione di centrali nucleari o di estrare il petrolio dalle nostre coste e in ampie zone di pianura. Gli errori si pagano, ma i veri autori dei nostri gap negativi, che oggi si dichiarano pronti a governare, hanno continuato ad opporsi alle soluzioni concrete dei problemi energetici come per la costruzione di infrastrutture.
A peggiorar la situazione, a campagna elettorale aperta ci sono state le infauste dichiarazioni della diretta collaboratrice del ministro di Giustizia e a cascata l’ingresso “superficiale “nel capitale di un ristorante romano, in odore di malaffare mafioso, da parte del sottosegretario Delmastro, regalando argomenti facili all’opposizione.
In questo turbinio, tra voci di crisi di governo o altre decisioni da adottare, cosa sta facendo il presidente del consiglio?
Anteponendo l’etica ai principi del diritto, ha chiesto e ottenuto l’allontanamento dal governo di coloro che a vario titolo potevano turbare la serenità dell’esecutivo, evitando il rischio, di innescare querelle parlamentari permanenti.
Ora, dopo aver dimostrato fermezza e decisionismo, in attesa di capire l’andamento delle guerre, Giorgia Meloni dovrebbe cercare di governare badando alla concretezza.
Con altri capi di governo europei ottenere una moratoria per almeno sei mesi dall’applicazione dei balzelli che gravano sul consumo di combustivi fossili imposti dall’UE. Così da dare respiro alle tasche degli italiani, senza penalizzare scelte vitali per l’Italia.
Dovrebbe inoltre mettere mano a ogni misura volta a raffreddare l’inflazione ed evitare che la spirale dei prezzi renda difficili le condizioni di vivibilità per milioni di famiglie.
Sempre con il concorso dei maggiori paesi europei dovrebbe mobilitare i canali diplomatici verso gli stati che stanno ampliando gli scenari di guerra, ad iniziare dal conflitto Russia Ucraina.
Un compromesso è preferibile a una guerra che miete vittime innocenti e dissangua Paesi come i nostro che nulla hanno a che fare con la lontana Ucraina, che non fa neppure parte dell’Ue.
Sui rapporti Usa Israele creano sconcerto le continue ostilità verso l’Iran, senza un progetto plausibile. Si deve tenere presente che oltre all’ormai storica avversione verso gli Usa, in special modo da parte dei giovani, sta consolidandosi in tutte Europa, un fronte antiebraico che facendo poca distinzione tra la religione e lo stato di Israele, rischia di procurare nel nostro continente fratture non solo culturali di vasta portata e alimentare il terrorismo.
Giorgia Meloni, già ampiamente impegnata nello scenario internazionale dove poter contare su una squadra di governo, competente e coesa e pronta a cogliere le sfide che una situazione difficile presenta. Non saremo certo noi a piangere e a denunciare la cacciata di qualche ministro poco efficiente o il ricambio di manager di Stato. Non vorremo però che questa salutare operazione si riduca nel favorire l’amico dell’amico senza badare a competenze acquisite, ma solo sistemando caselle al ribasso e seguendo una prassi che in Italia è dura a morire.
Il presidente Meloni dovrà affrontare un lavoro gravoso, imboccando la strada vincente, senza rimpianti, ma senza dimenticare che i rapporti tra governo e magistratura restano una polveriera.
