Cosa significa nonnitudine? Tento una risposta, in bilico tra ragione ed emozione
L’altro giorno Ambrogio, un caro amico, ex-collega e soprattutto filosofo, ha concluso la email che mi ha inviato con un curioso augurio: “Buona nonnitudine!”. Va bene che i nipoti sono sempre presenti nelle mie parole, dette e scritte, ma l’argomento delle nostre email era tutt’altro; dunque, perché questo augurio? “E poi, che parola è, “nonnitudine”? Esiste o se l’è inventata il collega filosofo?”, pensavo tra me e me. Una breve ricerca ed ecco la risposta. Il lemma esiste nel vocabolario Treccani, che così recita:
“nonnitudine, neologismo, s. f. La condizione tipica di chi è nonno, anche in relazione al particolare legame affettivo che si instaura tra il nonno e i nipoti”. Per inciso si fa poi riferimento ad un libro di Fulvio Ervas, intitolato appunto “Nonnitudine”, uscito mi pare nel 2018, in cui l’autore racconta la sua gioia e i cambiamenti avvenuti nella sua vita dopo la nascita del primo nipotino.
“Ok,- ho pensato- non so se Ambrogio conosca questo libro o se sia arrivato da solo a coniare questo neologismo, da bravo filosofo-umanista qual è, ma ciò che conta è che evidentemente mi conosce abbastanza da attribuirmi innanzitutto, quale che sia l’argomento di cui si parla o la situazione in cui ci si trova, l’appartenenza ad un mondo, quello dei nonni, che evidentemente caratterizza inesorabilmente la mia vita. Tutto vero, verissimo, tanto quanto la email che ho ricevuto qualche tempo fa da un’amica che non sentivo da anni; i suoi figli abitano ad Hong Kong e a Parigi, mi pare, e sono diventati genitori entrambi da poco tempo. “E io, cara Patrizia, – mi scrive – mi muovo da una parte del mondo all’altra, felice di questa meravigliosa vita da nonna!”. Ecco un bell’esempio di “nonnitudine”. A questo punto proverei a dare la mia definizione di questo neologismo, un sostantivo femminile singolare pieno di serenità, di gioia, di speranza e di futuro. E di emozione, soprattutto.

Nonnitudine è accorgersi che i capelli bianchi, qualche ruga e magari qualche chiletto di troppo non contano nulla quando il tuo nipotino ti sorride e ti tende le manine; ti senti bellissima e giovane come tua figlia.
Nonnitudine è sdraiarsi la sera di fianco al tuo bel bambino, leggergli almeno tre favole, inventartene almeno altrettante a luce spenta e sentire che all’improvviso il suo respiro si fa lento e regolare; si è addormentato, finalmente.
Nonnitudine è un cucchiaino colmo di pappa e una boccuccia che miracolosamente si apre, seguita da uno sguardo che dice: “Ancora!”.
Nonnitudine è un bambinetto di otto anni che la sera d’estate, se tu glie l’hai insegnato, ti chiama per andare in terrazza a vedere la luna.
Nonnitudine è non trovare il tempo per quella mostra che avevi deciso di vedere, accorgersi che è finita e farci sopra una risata; vuoi mettere le costruzioni che hai fatto con la tua piccola?
Nonnitudine è guardare tuo figlio che fa i biscotti con sua figlia e tu, che i biscotti non li hai mai fatti in vita tua, segui le indicazioni della bimbetta di tre anni e impari tante cose.
Nonnitudine è preparare la tua famosa torta di mele (quella sì che la sai fare!), sempre piaciuta ai tuoi figli, con l’aiuto del tuo nipotino; e sentirlo dire serenamente al primo boccone: “Nonna, non mi piace.” E che bello ridere con tua figlia!
Nonnitudine è vedere tre cuginetti insieme nella vasca che spruzzano acqua dappertutto mentre cantano a squarciagola; e accorgersi con stupore che asciugare il pavimento è semplice, veloce e divertente.
Nonnitudine è infilarsi tra due seggiolini nel sedile posteriore dell’auto di tuo figlio, dire “Ma dai, ci sto benissimo”, scendere due ore dopo e rendersi conto che sei stata davvero benissimo.
Nonnitudine è ricevere un album pieno di fotografie delle lunghe vacanze passate insieme a figli e nipoti, leggere le parole dolcissime che le accompagnano e capire una volta di più che la tua vita ha un senso.
Nonnitudine è ripensare per caso alla definizione di “scarpità” di De Crescenzo: l’idea platonica della scarpa, l’idea fissa nella mente del calzolaio-filosofo napoletano che aveva un obiettivo nella vita: costruire la scarpa perfetta per ognuno dei suoi clienti. Anzi, meglio, dei suoi discepoli, sulla via della perfezione.
E intanto farneticare di un gruppo di nonni peripatetici in tunica bianca che camminano insieme sulla spiaggia ascoltando il rumore del mare, raccontandosi le loro esperienze in vista di un obiettivo comune: la nonnitudine perfetta.
Nonnitudine è scegliere cosa vuoi fare della tua libertà di chi non ha più impegni pressanti di lavoro; e concludere che il riposo, qualche viaggio in più, riprendere in mano una chitarra che avevi dimenticato di saper suonare, ebbene sì, possono benissimo coesistere con pappe, pannolini, passeggiate al parco o lunghe camminate tenendo per mano il tuo bimbetto che ti chiede perché il cielo è azzurro, perché gli uccelli volano e noi no, ma soprattutto: “Perché non posso mangiare il gelato adesso?”.
E concludere che la risposta a quei perché è la Risposta delle risposte alla Domanda delle domande: che senso ha la nostra Vita? Il tepore di quella manina nella tua ti fa presagire il profumo di una Risposta.
Buona nonnitudine a tutti quelli che la desiderano !
