Giorgia Meloni al Senato riferisce quanto il Governo Italiano ha fatto per il Medio Oriente. Ai pro-Pal non resta che riflettere.
Da quando si è tornati a parlare – in modo senz’altro eccessivo – della questione mediorientale si è assistito ad un fenomeno tipicamente italiano.

Quelli che erano virologi ai tempi della pandemia, gli stessi che erano scienziati al tempo dei “Friday for Future”, oggi sono geopolitici e sanno come si gestisce una questione bellica che si trascina dalla notte dei tempi.
Negli ultimi giorni, poi, si è acuito il clima di livore nei confronti del Governo Italiano, con particolare mira verso il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. I geopolitici del terzo millennio stanno sostenendo che vi sarebbe una violazione palese dell’Ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) del 26 gennaio 2024.
Nulla di più falso ed analizziamo il perché.
Innanzitutto la CIG ebbe a dire “Israele deve adottare tutte le misure necessarie per prevenire atti di genocidio e punire l’incitamento al genocidio, oltre a facilitare gli aiuti umanitari a Gaza”.
Questo enunciato, preso così, vuol dire tutto e vuol dire niente.

Nello specifico la CIG ha ordinato allo Stato di Israele di “adottare tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l’incitamento al genocidio”. C’è solo un problema: non esiste una sentenza definitiva di condanna ai danni di Benjamin Netanyahu e del suo Governo per genocidio.
Altro aspetto, non trascurabile, sta nel fatto che non è la Corte Internazionale di Giustizia a dover giudicare i crimini di genocidio ma, bensì, la Corte Penale Internazionale (CPI) che ha competenza suprema ed esclusiva su “crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione”.
Parlare di genocidio, in assenza di una condanna pronunciata dalla Corte Penale Internazionale, è grave sintomo di giustizialismo ideologico ai danni di chi non la pensa come i pro-Pal.
Qualcuno, anche fra i nostri lettori, è arrivato al punto di parlare di “prolungato perpetrarsi di gravissimi crimini di guerra e di crimini contro l’umanità” parlando di una presunta “legittimazione degli stessi”.
Come abbiamo poc’anzi visto “crimini contro l’umanità” e “crimini di guerra” sono competenza della Corte Penale Internazionale e non degli attivisti di piazza che, a detta di qualcuno, “sono una luce di speranza” per chi abita i territori palestinesi.
E’ vero che l’Ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia non è uno scherzo, ma è falso asserire che il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “vuole far credere” ciò “sminuendo la portata di un’accusa di complicità in genocidio”.
Ribadiamo: accusa non è condanna. Esiste anche – perlomeno nel diritto italiano – il concetto di “accusa temeraria”.
Il fatto che qualcuno formuli un’accusa non significa che quel qualcuno sia nel giusto. E, nel caso di specie, solo la Corte Penale Internazionale ha diritto di pronunciarsi, per buona pace di chi sta nelle piazze.

Detto questo, è bene smentire i pro-Pal con le parole del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, eletto dal Popolo, in elezioni democratiche, che, questa mattina, in Audizione al Senato della Repubblica, ha dichiarato: “Hamas deve accettare di non avere alcun ruolo nella governance transitoria e nel futuro Stato palestinese, e deve essere disarmato, per impedire che continui a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale”.
Da questo enunciato si desumono alcune cose interessanti che smentiscono gli ideologici pro-Pal.
Innanzitutto il Presidente Meloni parla di “futuro Stato palestinese”, confermando la posizione italiana che ha sempre sostenuto la risoluzione di “due Popoli, due Stati”. Se Meloni fosse “complice di un genocidio” non parlerebbe di un futuro Stato palestinese.
In secondo luogo il Presidente Meloni non ha timore nel definire l’Organizzazione Terroristica “Hamas” quale “minaccia per la stabilità regionale”.
Il Presidente del Consiglio, parlando al Senato, in occasione del Consiglio Europeo di domani, ha poi precisato: “Abbiamo avuto, anche in questi giorni, prova della ferocia di questa organizzazione anche nei confronti degli stessi palestinesi, in una pericolosa serie di esecuzioni sommarie che consideriamo inaccettabili”.
Il Governo Italiano si è sempre espresso – con chiarezza – riguardo alla violenza perpetrata dai terroristi. Non si è percepito altrettanto nelle piazze pro-Pal dove, invece, si sono visti striscioni con su scritto “7 ottobre 2023 – Giornata della Resistenza Palestinese”.
Non a caso il Presidente Meloni, a nome dell’intero Esecutivo, ha insistito nel dire che “per il riconoscimento da parte dell’Italia dello Stato di Palestina” ci dovrà essere la resa totale ed inequivocabile di “Hamas”. Sino ad allora non ci sarà alcun passo in favore dello Stato palestinese.
“Il Governo è pronto ad agire quando queste condizioni si saranno materializzate” ha detto Giorgia Meloni con una chiarezza non fraintendibile.

Per non restare nel generico, il Capo del Governo ha dichiarato: “Nell’immediato è centrale la ripresa degli aiuti umanitari a favore della popolazione di Gaza, con un rinnovato ruolo centrale delle Nazioni Unite. In questo ambito, l’Italia continua a svolgere un lavoro intenso, che la pone al primo posto tra le Nazioni occidentali, ed è ovviamente pronta a incrementare i suoi sforzi”.
A quanti paventano una presunta “complicità in genocidio” del Governo Italiano la risposta è servita. L’Italia è una Nazione che non si è tirata indietro nell’aiutare la popolazione di Gaza, lo ha fatto concretamente, lo ha fatto per davvero, lo ha fatto più di altri.
I gazawi non sono stati salvati dalle barche a vela in gita per il Mediterraneo ma dalla diplomazia attenta, precisa, puntuale e prudente delle Nazioni Occidentali, Italia in primis. Il resto sono chiacchiere, asserzioni ideologiche, che la storia chiamerà a dimostrare nelle sedi opportune.
Non a caso Giorgia Meloni precisa: “da troppe parti – soprattutto per interesse – si finge” di non vedere “il lavoro che la nostra Nazione ha portato avanti in questi mesi”.
E, con la correttezza di uno statista, spiega: “Nell’ambito dell’operazione umanitaria Food for Gaza abbiamo inviato nella Striscia oltre 2 mila tonnellate di farina e oltre 200 tonnellate di altri aiuti. Così come siamo in prima fila nelle evacuazioni sanitarie da Gaza, con un totale di 196 persone, tra bambini che avevano bisogno di essere curati nei nostri ospedali e relativi accompagnatori. Siamo stati i primi a creare dei “corridoi universitari”, che hanno sinora consentito di accogliere in Italia 39 studenti universitari beneficiari di borse di studio”.

Questi sono fatti, incontestabili, inoppugnabili, che svergognano quanti hanno il coraggio di scrivere: che lo “scopo delle piazze” sarebbe quello di “ricordare a tutti che l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio 2024 non è uno scherzo, come la Presidente Giorgia Meloni vuole far credere sminuendo la portata di un’accusa di complicità in genocidio”.
Simpatico, poi, che chi scrive tali cose non si firma, non ci mette la faccia, si cela dietro identità anonime, un po’ come chi, nelle piazze pro-Pal, ha aggredito le Forze di Polizia, spaccato vetrine, assaltato i blindati della Polizia e dato alle fiamme una macchina delle Forze dell’Ordine nella Capitale.
Giorgia Meloni, piaccia o meno, è andata nelle Aule della Democrazia, ha spiegato l’operato del Governo, ha espresso la posizione politica dell’Esecutivo, ha concretamente aiutato il popolo gazawo.
Le piazze pro-Pal, di concreto, cosa hanno fatto?

Non è difficile riconoscere in questo articolo una risposta al mio precedente commento all’articolo intitolato “Cuneo. Abderrahmane Amajou nuovo idolo della sinistra” pubblicato il 15 ottobre 2025 su queste stesse pagine. Mi sento quindi in dovere di rispondere a mia volta in modo approfondito almeno su alcuni punti, non senza prima aver ringraziato il giornale online “Civico20 News” per aver scelto il confronto anziché la censura verso i pareri che non si allineano a quelli pubblicati. Ciò non significa naturalmente che sia disposto a fare sconti sulla severità della critica a questi contenuti, anzi se possibile la intensificherò.
Parto subito dal fondo, rispondendo a questo rilievo: “Simpatico, poi, che chi scrive tali cose non si firma, non ci mette la faccia, si cela dietro identità anonime, un po’ come chi, nelle piazze pro-Pal, ha aggredito le Forze di Polizia, spaccato vetrine, assaltato i blindati della Polizia e dato alle fiamme una macchina delle Forze dell’Ordine nella Capitale”.
L’attenzione alla privacy online è qualcosa che l’epoca dei “social” ha ridotto ad un fenomeno marginale, ma non avendoli mai frequentati ho sempre conservato la buona abitudine di non esporre sul web dati personali privati che, essendo io un comune cittadino e non una personalità pubblica, ritengo opportuno proteggere. Sono però convinto di non aver inserito nei miei commenti alcuna forma di violenza verbale né alcun incitamento alla violenza fisica, per cui ritengo del tutto inappropriato il fatto di essere paragonato a chi nasconde il proprio volto mentre compie atti di vandalismo. Se fossi una persona permalosa pretenderei delle pubbliche scuse, ma ci passo volentieri sopra facendo notare invece che tutte le volte che ho pubblicato un commento ho anche inserito un indirizzo e-mail valido, che sicuramente il gestore del sito può recuperare. Per dimostrare che non ho nulla da nascondere, vi propongo di contattarmi per organizzare un dibattito pubblico sulle tematiche toccate nei miei commenti, a cui parteciperò volentieri “a volto scoperto”.
Prima di andare alla sostanza del discorso, per non dovermi ripetere invito tutti a leggere il commento che ho scritto per l’articolo “L’Occidente non capisce la battaglia di Israele” del 22 ottobre 2025 a firma di Domenico Bonvegna su questo stesso giornale, nel quale ho parlato tra le altre cose di pulizia etnica e del 7 ottobre. Vediamo ora questo passo del presente articolo: “parlare di genocidio, in assenza di una condanna pronunciata dalla Corte Penale Internazionale, è grave sintomo di giustizialismo ideologico”. Facciamo un parallelo con un caso di omicidio: dovremmo concludere che non si può dire che la vittima è morta finché il colpevole non viene condannato? Ovviamente no: non è il giudice che dichiara la morte della vittima, ma il medico legale, cioè una figura “tecnica”. Ci sono diverse autorità “tecniche” in materia di genocidio, e dopo lunghe analisi e riflessioni (anche troppo lunghe, forse) hanno stabilito che si tratta effettivamente di genocidio. Parlo ad esempio dell’Associazione Internazionale degli Studiosi di Genocidio (IAGS) o della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, a cui si sono aggiunte tra le altre anche alcune importanti ONG israeliane. Mi piacerebbe sapere se c’è qualche autorità analoga che ha ufficialmente dichiarato che _sicuramente_ non si tratta di genocidio; non credo che ce ne siano, ma potrebbe essere una ricerca interessante che lascio eventualmente agli scettici.
Capisco che gli studiosi, gli esperti e le commissioni indipendenti possano lasciare presso il grande pubblico il tempo che trovano. Per questo è utile che anche chi non è esperto si documenti, si informi e analizzi criticamente i dati disponibili. Aggiungo pertanto ora a quello dei veri esperti il mio personale contributo di non-esattamente-esperto-ma-volenteroso, sperando di aiutare i lettori a meglio comprendere la situazione. La Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Genocidio, a cui fanno riferimento tutti coloro che parlano di genocidio a livello giuridico, definisce il genocidio come il tentativo deliberato di distruggere in tutto o in parte un gruppo di persone “in quanto tale”. Partiamo da quest’ultimo aspetto: qual è il gruppo che in quanto tale è vittima di genocidio? La risposta viene dall’intento fondante del sionismo: creare uno Stato ebraico etnicamente puro, o quantomeno il più puro possibile. Per questo tutto è iniziato, nel 1948, con la pulizia etnica, che non è genocidio ma ha con esso in comune alcuni aspetti. La pulizia etnica sionista era rivolta contro un gruppo determinato in modo preciso dalla natura stessa del sionismo: quello di tutti i non ebrei residenti sul territorio palestinese oggetto di conquista, gruppo che in prima approssimazione coincide proprio con il popolo palestinese.
Con questo abbiamo già individuato due elementi: un gruppo e una volontà. Finché si parla di pulizia etnica (che tra parentesi è comunque considerato un gravissimo crimine contro l’umanità) tale volontà non è strettamente quella di eliminare un popolo, ma più genericamente di “farlo sparire”, spostarlo fuori dalla propria vista. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati in effetti costretti contro la propria volontà a spostarsi in massa, alcuni negli stati limitrofi, alcuni nell’attuale Cisgiordania, alcuni nella striscia di Gaza. La quale da anni è descritta a buon diritto come una “prigione a cielo aperto”, ovvero un luogo sovraffollato da cui è molto difficile uscire e in cui tutto ciò che entra è rigidamente controllato da un’autorità esterna. Poiché i palestinesi continuano a rappresentare un problema rispetto a quello che è l’intento sionista, dal momento che tuttora abitano territori a cui i sionisti aspirano, e poiché nel caso di Gaza non c’era più alcun luogo verso il quale spingerli ulteriormente, per farli “sparire” non è rimasta alternativa all’eliminazione fisica, portata avanti con ferocia negli ultimi due anni. Ed è qui che si arriva al genocidio.
Non si contano le dichiarazioni dei sionisti che confermano la volontà di eliminare, se non in tutto, almeno in parte, la popolazione palestinese. A quelle recenti dei ministri dell’attuale governo affiancherei una vecchia dichiarazione di Netanyahu (dicembre 2003): “Se gli arabi sono il 40% della popolazione di Israele, ciò significa la fine dello Stato ebraico. Ma anche il 20% rappresenta un problema. Se il rapporto con questo 20% diventa problematico, lo Stato è autorizzato a usare misure estreme”. Vent’anni dopo abbiamo capito che cosa intendeva per “misure estreme”.
Quindi, per tornare a noi, l’evidenza del genocidio è lampante. Ovviamente non c’è ancora una condanna, ma questo non impedisce di parlare di genocidio e nemmeno di responsabilità. La convenzione per la prevenzione del genocidio prevede appunto che il genocidio sia prevenuto, e questo non vuol dire né “tutto” né “niente”, ma ha un significato ben preciso: quando anche ci fosse solo il sospetto che si possa verificare un genocidio, chi aderisce alla convenzione deve adottare delle contromisure idonee, che però né Israele né i governi suoi alleati hanno adottato. Per questo l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio 2024 è uno spartiacque e permette di asserire senza possibilità di smentita che anche il Governo italiano con la sua conclamata inadempienza è complice del genocidio in atto.
Andiamo oltre. “Hamas deve accettare di non avere alcun ruolo nella governance transitoria e nel futuro Stato palestinese, e deve essere disarmato, per impedire che continui a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale”. Sul fatto di disarmare Hamas ovviamente sono d’accordo, essendo fondamentalmente nonviolento e contrario all’uso della forza. Ma un fatto storico indiscutibile è che la minaccia per la stabilità regionale non va cercata in Hamas, visto che la regione era instabile ben prima che Hamas nascesse. Il Medio Oriente era un posto né più né meno pacifico di qualunque altro posto al mondo prima che il sionismo prendesse piede. È da allora che questa regione è diventata una delle polveriere più esplosive del pianeta. Oggi si dice che Israele è il nostro unico “amico” in Medio Oriente… ma dopo la fine della prima guerra mondiale eravamo tutti amici, e tali siamo rimasti fino all’avvento del sionismo! Quindi la stessa frase si può e si deve ribaltare: “Israele deve essere disarmato, per impedire che continui a rappresentare una minaccia per la stabilità regionale”.
“Se Meloni fosse complice di un genocidio non parlerebbe di un futuro Stato palestinese”. Questo è un vero e proprio “non sequitur”. Come dire che se l’omicida (o il suo complice) va al funerale della vittima a consolare i parenti, allora non è colpevole.
“Gli attivisti di piazza, a detta di qualcuno, sono una luce di speranza per chi abita i territori palestinesi”. Questo “qualcuno” sono i palestinesi stessi, che in più occasioni hanno espresso tale concetto, in un modo talmente vivido e commovente da centuplicare in chi era sceso in piazza la volontà di continuare a farlo: “Al popolo italiano, e a tutti quelli che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, riempite i nostri cuori di gioia” (Eman Abu Zayed, scrittrice palestinese, da Gaza). Il ministro Tajani ha commesso una delle sue tante gaffe autocelebrandosi per un video dove i gazawi sventolano la bandiera italiana: poco dopo l’autore del video ha chiarito che voleva ringraziare i manifestanti, e non certo il governo complice del sionismo.
Non perdo ulteriore tempo a spiegare nel dettaglio come gli aiuti offerti dal Governo italiano, per quanto in sé certamente lodevoli, non rappresentino una attenuante; mi basta ricordare il Memorandum d’intesa tra Italia e Israele per la cooperazione militare, che è stato rinnovato proprio recentemente, e che in base ai doveri derivanti dalla dichiarazione della Corte Internazionale di Giustizia si sarebbe dovuto rescindere. Approfitto invece di questo spunto per introdurre un tema molto importante: il memorandum esiste da vent’anni ed è stato mantenuto in vigore dai governi di ogni colore politico, sebbene le violazioni dei diritti umani da parte di Israele fossero conclamate da molto tempo. Questo per arrivare a dire che la questione che stiamo dibattendo non pertiene strettamente alla contrapposizione destra-sinistra. Immaginiamo per un attimo che il PD, attualmente il principale partito di opposizione, il quale annovera tra le sue fila numerosi sionisti, fosse stato al governo in questi ultimi due anni. Pensate che le cose sarebbero andate diversamente? Certamente no: questo ipotetico governo avrebbe assunto più o meno le stesse posizioni del governo attuale. E se Fratelli d’Italia, che viene da una lunga tradizione antiamericana e filopalestinese, fosse stato all’opposizione? Naturalmente avrebbe cavalcato tutto ciò che oggi invece deplora nelle manifestazioni di piazza, al fine di indebolire il governo.
Se Giorgia Meloni fosse scesa in piazza a fianco dei manifestanti, sebbene abbia certamente idee politiche diverse dalle mie, l’avrei accolta a braccia aperte, proprio perché queste manifestazioni non hanno in sé una motivazione di natura strettamente politica: a contrapporsi qui non sono la destra e la sinistra, ma i diritti e i privilegi. Più precisamente: chi crede che i diritti debbano valere per tutti si contrappone a chi vuole mantenere i privilegi di pochi. Se guardiamo alla Palestina, vediamo che non c’è situazione al mondo che incarni questa contrapposizione in modo più lacerante: per questo essa è diventata un simbolo potente in grado di smuovere le masse.
Tuttavia la realtà è che Giorgia Meloni in questo momento è al governo; la realtà è che per motivi che non hanno a che fare con le sue idee politiche, ma con il puro e semplice opportunismo, si trova dalla parte opposta della barricata rispetto a me. E articoli come questo, che si sostanziano di una vuota propaganda completamente distaccata dalla realtà, rappresentano pienamente l’inconsistenza delle motivazioni addotte da chi sta dalla parte dei privilegi. Per questo concluderò contrapponendo a questa propaganda la massima a cui personalmente mi attengo, e che spero possa ispirare anche i lettori di questo giornale:
“Nel dubbio, schierati dalla parte del più debole, e lascia ai codardi la vergogna di nascondersi dietro alle spalle del più forte”.