Le dittature sfruttano i bombardamenti per raccontarsi come vittime
C’è qualcosa di quasi comico nel regime degli ayatollah. Da una parte rivendica di aver inflitto una lezione storica
all’Occidente. Dall’altra continua a tappezzare giornali, manifesti e canali ufficiali con le fotografie dei leader occidentali e israeliani trasformati nei nemici assoluti dell’Islam, obiettivi da eliminare, alimentando una propaganda che vive di slogan, martiri e infedeli.
Se davvero avessero vinto, verrebbe da chiedersi, perché avrebbero ancora bisogno di convincere gli iraniani? È il riflesso più autentico di ogni autocrazia: quando la realtà vacilla, aumenta la dose di propaganda. Eppure anche in Occidente c’è un’illusione speculare. Quella secondo cui basta qualche bombardamento ben assestato e qualche titolo trionfale per decretare la fine di un regime. Come se la storia fosse una serie televisiva e il cambio di governo il naturale epilogo dell’ultima puntata.
La realtà è infinitamente meno cinematografica. Le dittature non crollano perché vengono bombardate. Le dittature, almeno all’inizio, sfruttano i bombardamenti per raccontarsi come vittime, trasformano ogni esplosione in un comizio patriottico, ogni critica in tradimento, ogni dissidente in una presunta quinta colonna del nemico. È esattamente ciò che il regime iraniano sta cercando di fare: sostituire il consenso con la paura e la paura con la propaganda. Naturalmente questo non significa che il regime sia uscito vincitore.
Anzi. Ha subito danni militari significativi, ha visto incrinarsi l’immagine di invulnerabilità dei suoi apparati e continua a fare i conti con un’economia logorata e con una società che, sotto la superficie, resta attraversata da profonde tensioni. Ma un conto è indebolire uno Stato sul piano militare. Un altro è abbattere un sistema di potere costruito in quasi mezzo secolo. Ed è qui che l’Occidente dovrebbe smettere di inseguire i fuochi d’artificio e riscoprire il valore della pazienza strategica.
I regimi ideologici non temono soltanto i missili. Temono molto di più le informazioni, le divisioni interne, le crepe nelle catene di comando, il dissenso che riesce a organizzarsi, l’intelligence che comprende invece di improvvisare. Perché un bunker si ricostruisce. La fiducia all’interno di un apparato, quando si rompe, è molto più difficile da restaurare. Nel frattempo gli ayatollah continueranno a stampare manifesti, a indicare i soliti “infedeli” come responsabili di ogni male e a vendere ai propri cittadini l’ennesima favola della fortezza assediata.
È il repertorio di ogni regime in difficoltà: quando non puoi offrire prosperità, offri un nemico; quando non puoi garantire libertà, distribuisci paura. La vera domanda, allora, non è se l’Iran abbia vinto o perso questa guerra. La domanda è un’altra: quanto a lungo un regime può sopravvivere nutrendosi di propaganda mentre la realtà continua a presentargli il conto? Perché la propaganda può riempire i muri di manifesti. Ma non riempie i frigoriferi.
E soprattutto non cancella il desiderio di libertà di un popolo che, prima o poi, smette di credere anche alle fotografie dei nemici esibite come trofei.
