Schlein & Conte, quando il nulla insegue il niente
Mancano all’incirca 15 giorni dal redde rationem sui dazi che gli Usa faranno cadere sul capo delle nostre imprese.
Il commissario Ue per il Commercio, l’incompetente Maros Sefcovic, è volato a Washington per un nuovo round di colloqui sui dazi con le sue controparti statunitensi. I Giornaloni invece di mettere in chiaro che la trattativa proseguirà malamente, dividono il fronte europeo in falchi e colombe, rassegnati e in attesa del disastro, dimenticando che le divisioni e le ulteriori misure da approvare in avversione agli Usa scatterebbero a trattativa chiusa, nel caso di un nulla di fatto.
Si rimane in attesa. Gli industriali diffondono dati e formulano previsioni sui posti di lavoro a rischio, ma le associazioni datoriali più operose del nord, serrano le file e analizzano, con realismo le possibili alternative di esportazione. La vita non si ferma qui.
Nei giorni scorsi a Bruxelles sono scese in strada le associazioni di coltivatori contro i tagli indiscriminati, a sostegno dell’agricoltura dei contributi previsti nel bilancio dell’Unione in via di approvazione. Quadro drammatico che fa seguito alle mutilazioni che i nostri produttori hanno subito nel corso degli anni, a causa della politica scriteriata dell’Ue. Anche alcuni governi non sono propensi ad approvare le ulteriori tasse previste da Ursula von der Leyen a carico di imprese e cittadini. Il malumore si estende.
Ursula von der Leyen, invece di presentare strategie, nel corso degli anni, si dilettava sulla curvatura dello zucchino da imporre per legge, lanciava diktat ambientalisti, avulsi dalla realtà e senza curarsi della sorte dei produttori e lavoratori del comparto auto, sino a provocare mutilazioni profonde all’economia portante dei principali Paesi membri.
S’è poi divertita sul Covid, stabilendo accordi indecenti con i produttori di vaccini e non di certo a vantaggio dei Paesi UE.
La presidente pro tempore ha mostrato il punto più alto della sua incapacità nel corso della guerra della Russia contro l’Ucraina, senza seguire strategie per scongiurare la perdita di vite umane. Oggi continua a trovarsi in un vicolo cieco, approvvigionando Zelensky di armi che porteranno allo schianto l’economia di molti Paesi e pure ad aggravare ancor di più la sopravvivenza e la sorte dei poveri cittadini Ucraini, già decimati dalla guerra.
Sui dazi non è riuscita a capire che gli Usa hanno cambiato politica e lei continua a vaneggiare, senza arrivare a un punto di chiarezza, seguendo percorsi privi di uscita. Ursula va fermata perché sta portando al suicidio l’Europa e non conosce exit strategy.
In questo contesto assai problematico, ancor più squallidi e lunari si presentano i monologhi delle macchiette della politica italiana, con EllySchlein che farnetica priva di riscontri oggettivi su fatti e materie del contendere.
Imitata dai tanti pretoriani del PD, come gli scherani di Conte, che si presentano ai contenitori TV in contraddizione tra di loro.
Nei mesi scorsi, appena Trump si è insediato Giorgia Meloni aveva preso contato con il neopresidente per spiegargli le peculiarità produttive del nostro Paese e lo stato dell’arte delle esportazioni verso gli Usa. Atteggiamento da molti autorevoli osservatori riscontrato con favore, perché anche nell’alta politica si vive di rapporti e relazioni privilegiate.
Poiché le intese con gli stati, in materia tributaria, sono di pertinenza dell’Unione, l’Italia pur senza essere stata consultata dall’azzoppato commissario al Commercio dell’Ue attende con preoccupazione l’esto dei colloqui, senza scavalcare nessuno, anche se non mancano ogni giorno sollecitazioni da parte delle organizzazioni datoriali, perchè l’UE oggi conduce (male) il confronto con gli Usa.
Ebbene i nostri paladini della dissociazione mentale Schlein & Conte si esibiscono in monologhi affermando che Giorgia Meloni dovrebbe avocare a sé la trattativa e la accusano sulle presunte conseguenze nefaste. L’incoerenza di queste boutade da insolazione da passeggio sta nel fatto che proprio loro che da decenni sgovernano nell’ UE, non hanno l’onestà di ammettere che i negoziatori incapaci sono perdenti e vanno licenziati. Invece abbaiamo alla luna e non si sa bene cosa intendano invocare.
Come sempre, oltre a far girare un disco rotto, i compagni di casa nostra e non solo loro, non hanno capito il messaggio di Trump, perché il mondo post-globale è caratterizzato da qualcosa che assomiglia molto a una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, fondata su contrapposizioni non solo e non tanto ideologiche ma geopolitiche, e in cui giocano un ruolo fondamentale non soltanto il confronto tra armamenti, eserciti, sistemi di spionaggio e sorveglianza, ma anche il controllo delle vie di comunicazione e delle rotte commerciali, gli investimenti nella ricerca tecnologica, il dominio dello spazio, e soprattutto il controllo delle materia prime, a partire da quelle utili all’industria hi tech, che sono diventate una tra le principali armi di ricatto e risorse di scambio nella ridefinizione degli equilibri di potenza.
Cosa si aspetta in questa mal governata situazione il presidente degli Stati Uniti dai paesi della Nato, dell’Unione europea e del G7?
Una precisa, inequivocabile scelta di campo. Si aspetta che essi, dopo le molte oscillazioni e ambiguità dei decenni precedenti, scelgano chiaramente se stare dalla parte degli Stati Uniti, di un Occidente fortemente integrato e rafforzato, o continuare a strizzare l’occhio a Pechino.
L’impegno a maggiori investimenti nelle spese militari, ma non nell’ottica di una fantomatica e inutile “difesa europea”, come blaterato da Ursula von der Lyne, bensì nell’alveo solido della Nato. Il messaggio di Trump all’ultimo vertice dell’Alleanza è stato il primo passo deciso in questa direzione.
La trattativa sui dazi punta nella stessa direzione. Punta, nello specifico, a mandare all’aria definitivamente l’illusione, coltivata per molto tempo dalle classi dirigenti dell’Unione, di configurare quest’ultima come una potenza economica e commerciale concorrenziale con gli Stati Uniti, e in grado di giocare su più tavoli, in primis appunto quello cinese.
Quale messaggio, non capito dalla suffragetta di Bruxelles sta mandando Trump all’Europa?
O vi decidete, a tutti gli effetti a far parte di un’area economica integrata occidentale, paritaria e senza rendite, o ve la cavate da soli, e andate verso la sudditanza a Pechino e l’impoverimento.
Nella sua mediocrità e abituata a pascolare in piccoli e ambigui cabotaggi, Ursula, non comprende la portata del messaggio e insiste, come un automa, fiera della sua dabbenaggine, sull’eventualità di un braccio di ferro con Washington, di reazioni, di “controdazi”, di “bazooka”.
Questa non è strategia, ma è il sintomo di una confusione politica strutturale, della mancanza di una visione realistica del mondo in cui il vecchio continente oggi si trova ad operare, sul piano economico come su quello politico.
Una mancanza di visione che, se non corretta al più presto da una governance più saldamente ancorata ai principi occidentali, non potrà che portare a uno smarrimento e ad una disgregazione dell’Unione stessa.
Per questi motivi, a trattativa dazi conclusa, i maggiori Paesi dell’UE, che già rischiano di non approvare il bilancio, dovrebbero risolvere il problema Ursula. Questa sarà la prima scelta strategica da compiere e Giorgia Meloni, a dispetto dei tanti rosiconi, godendo della considerazione di gran parte dei leader europei, oltre che di Trump, non potrà che essere determinante in quel delicatissimo confronto.
