L’Italia sembra aver smesso di considerare la propria Difesa una funzione essenziale dello Stato
Forse un giorno scopriremo che alle Forze Armate italiane non servono più armi, ma un ufficio stampa: generali portavoce, colonnelli consulenti di comunicazione, caporali esperti di storytelling. E quando arriverà la prossima crisi, non mancherà la risposta: un comunicato.
Fa sorridere, se non fosse drammaticamente serio.
Perché il problema della Difesa italiana non è soltanto quanti carri armati abbiamo, quanti elicotteri sono realmente disponibili, quante navi possono prendere il mare, quanti aerei sono pronti a decollare o quanti uomini possono essere impiegati domani mattina.
Il problema è molto più grave: l’Italia sembra aver smesso di considerare la propria Difesa una funzione essenziale dello Stato.
La ricorda nelle cerimonie. La convoca nelle emergenze. La esibisce quando serve una fotografia rassicurante. La manda all’estero per dimostrare che siamo alleati affidabili. La mette davanti alle telecamere quando c’è da raccontare un salvataggio.
Poi, però, quando bisogna decidere cosa vogliamo essere nel mondo, quanto siamo disposti a spendere per difenderci e quali capacità dobbiamo possedere per farlo, improvvisamente i militari diventano quasi un fastidio.
La pace, evidentemente, si ottiene disarmandosi, la sicurezza si costruisce riducendo le capacità operative, la deterrenza si conquista spiegando che non abbiamo intenzione di combattere.È una teoria strategica formidabile. Peccato che la storia abbia la pessima abitudine di non rispettarla. Da anni assistiamo a una gigantesca rimozione collettiva.
L’Europa scopre la guerra quando la guerra arriva alle sue porte. La politica scopre la deterrenza quando qualcuno comincia a metterla alla prova. I governi scoprono l’importanza delle munizioni quando si accorgono che le munizioni finiscono.
E l’Italia?
L’Italia scopre tutto con qualche anno di ritardo, possibilmente dopo aver costituito una commissione. Nel frattempo abbiamo costruito una cultura nella quale parlare seriamente di capacità militare significa rischiare immediatamente di essere classificati come guerrafondai. Se chiedi più addestramento, sei militarista. Se chiedi più mezzi, vuoi la guerra. Se chiedi più personale, vuoi militarizzare il Paese.
Se chiedi una forza combattente credibile, evidentemente hai qualche problema psicologico. Se invece proponi di sostituire la cultura della Difesa con un generico servizio civile, improvvisamente sei moderno, inclusivo, pacifista e perfino visionario.
Il paradosso è che una Repubblica può discutere per ore di come costruire una società più sicura senza chiedersi chi dovrebbe materialmente proteggerla quando la sicurezza viene meno. In questa Italia il militare ideale è diventato molto semplice da descrivere. Deve essere presente, ma non troppo. Deve essere efficiente, ma senza chiedere troppo. Deve essere pronto a partire, ma senza disturbare il bilancio.
Deve andare in missione, ma senza ricordare che una missione può essere pericolosa. Deve essere disposto a sacrificarsi, ma possibilmente senza parlare di sacrificio. Deve obbedire. E soprattutto non deve pretendere di essere ascoltato quando dice che qualcosa non funziona. È questa la grande ipocrisia. Pretendiamo dalle Forze Armate comportamenti da strumento strategico mentre le trattiamo come un servizio pubblico qualunque. E poi ci meravigliamo se lo strumento si impoverisce.
Qui arriva la parte più scomoda. La politica ha certamente enormi responsabilità. Ha tagliato, rinviato, promesso, corretto, ridotto, ricominciato. Ha utilizzato la Difesa come variabile di bilancio e, troppo spesso, come strumento di comunicazione. Ma una parte della responsabilità ricade anche sui vertici militari. Perché qualcuno avrebbe dovuto parlare.
Qualcuno avrebbe dovuto dire: basta. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare che una Forza Armata non si conserva per inerzia. Qualcuno avrebbe dovuto difendere pubblicamente il personale. Qualcuno avrebbe dovuto dire che senza uomini motivati, addestrati e adeguatamente valorizzati non esiste alcuna capacità militare. Qualcuno avrebbe dovuto ricordare che dietro ogni tabella organica ci sono persone, famiglie, professionalità e anni di sacrifici. E invece troppo spesso abbiamo assistito a un silenzio prudentissimo. Un silenzio che può essere interpretato in molti modi.
Ma ce n’è uno particolarmente inquietante: la paura di disturbare chi distribuisce gli incarichi. Perché il vero rischio, in certi ambienti, sembra essere diventato quello di arrivare alla fine della carriera senza essersi garantiti una collocazione. Un incarico istituzionale. Una posizione politica. Una consulenza. Un consiglio di amministrazione. Una multinazionale della Difesa. Una poltrona sufficientemente prestigiosa da dimostrare che, dopo una vita passata in uniforme, il vero obiettivo era evidentemente non perdere il contatto con il potere. Naturalmente non è così per tutti.
Ma basta che diventi una tentazione sufficientemente diffusa perché il sistema si ammali. Perché un generale che pensa alla propria prossima poltrona prima che alla prossima generazione di militari ha già smesso, almeno moralmente, di comandare.
Un vertice militare dovrebbe avere un’ambizione molto più semplice e molto più difficile: lasciare la propria Forza Armata più forte di come l’ha trovata. Dovrebbe preoccuparsi dei giovani ufficiali. Dei sottufficiali. Della truppa.Degli specialisti. Dei piloti. Dei manutentori. Di chi passa mesi lontano da casa. Di chi viene mandato in missione. Di chi aspetta anni per una progressione di carriera. Di chi lavora con mezzi vecchi. Di chi continua a fare il proprio dovere mentre i vertici discutono di incarichi.
Questo dovrebbe essere il potere militare. Non il potere per il potere. Non la ricerca perpetua dell’auto blu. Non l’ossessione dell’onore protocollare. Non il picchetto che presenta le armi. Il vero onore di un comandante è sapere che i propri uomini sono meglio preparati, meglio equipaggiati e più tutelati quando lui lascia l’incarico. Il resto è arredamento istituzionale.
Ecco perché il problema del 2 giugno non è la presenza o l’assenza di qualche categoria dalla sfilata. Quella è soltanto la fotografia. Il problema è ciò che la fotografia racconta.
Racconta un Paese nel quale il simbolo della Difesa viene progressivamente annacquato, mentre la sostanza della Difesa viene progressivamente impoverita. Un Paese nel quale si può discutere serenamente di svuotare la dimensione militare della festa nazionale senza che si levi un’autentica protesta istituzionale.
E qui torna una domanda imbarazzante: dove sono i vertici militari? Dove sono quando il personale viene delegittimato? Dove sono quando la funzione combattente viene considerata quasi una reliquia? Dove sono quando si confonde la pace con l’assenza di capacità militare? Dove sono quando si racconta che il problema della sicurezza può essere risolto con la buona volontà, la diplomazia e qualche tavolo internazionale?
E soprattutto: dove sono quando un militare che ha dedicato una vita allo Stato sente che il proprio sacrificio vale sempre meno? Non servono generali che applaudono sempre. Servono generali capaci di dire anche dei no. Servono vertici capaci di assumersi il rischio di essere impopolari. Servono comandanti disposti a perdere una poltrona pur di difendere una convinzione.
Perché la storia militare non ricorda con particolare commozione quelli che conservarono il proprio incarico. Ricorda quelli che ebbero il coraggio di assumersi le responsabilità. Questa è forse la contraddizione più grottesca. Chiediamo sicurezza energetica, sicurezza delle frontiere, sicurezza delle infrastrutture, sicurezza digitale, sicurezza marittima, sicurezza nel Mediterraneo.
Parliamo di interessi nazionali. Parliamo di autonomia strategica europea. Parliamo di ruolo internazionale. Poi scopriamo che tutto questo dovrebbe essere ottenuto senza una vera capacità di potenza. Come se l’Italia potesse essere rispettata perché lo desidera. Come se la deterrenza fosse una dichiarazione diplomatica. Come se gli altri Stati tenessero conto delle nostre buone intenzioni più che delle nostre capacità.
Il mondo reale funziona diversamente. Chi possiede una forza credibile dispone di più opzioni politiche. Chi non la possiede dipende dalle opzioni degli altri. Questa non è una questione di militarismo. È una questione di sovranità.
E allora la domanda è una sola: che cosa vogliamo difendere? Se la risposta è: l’Italia, i suoi cittadini, i suoi interessi, la sua libertà, la sua sicurezza e la sua capacità di decidere autonomamente, allora dobbiamo avere gli strumenti per farlo.
Se invece la risposta è che non vale la pena investire nella Difesa, che le Forze Armate possono essere progressivamente ridimensionate, che il personale può essere lasciato ai margini e che tanto qualcuno interverrà quando arriveranno i problemi, allora almeno abbiamo il coraggio di dirlo. Diciamo agli italiani che abbiamo scelto di non essere più capaci di difenderci.
Diciamo ai nostri alleati che preferiamo essere protetti. Diciamo ai nostri militari che il loro sacrificio non è più una priorità. E diciamo soprattutto ai vertici militari che il loro compito non è più difendere la funzione militare, ma amministrarne lentamente il declino. Sarebbe una scelta. Discutibile, ma almeno onesta.
Quello che invece stiamo facendo è molto peggio: chiediamo alle Forze Armate di sembrare forti mentre le rendiamo progressivamente più deboli. E chiediamo ai militari di continuare a crederci. Questa non è strategia.
È ipocrisia.
E la cosa più triste è che il militare italiano, quello vero, continuerà probabilmente a fare il proprio dovere anche domani mattina. Anche senza applausi. Anche senza mezzi sufficienti. Anche senza riconoscimenti. Anche senza sapere quale sarà il suo futuro. Perché il militare continua a servire.
La domanda è un’altra: chi serve il militare?
E soprattutto: chi serve ancora l’interesse della Nazione, quando la Nazione sembra essersi dimenticata di avere qualcosa da difendere?
Forse è questa la vera tristezza della Difesa italiana. Non una parata svuotata. Non una cerimonia ridimensionata. Ma una classe dirigente che sembra aver dimenticato che una Forza Armata non esiste per decorare la Repubblica.
Esiste perché, quando tutto il resto fallisce, qualcuno deve ancora essere in grado di difenderla.
Alberto Scafella

Complimenti al Generale Scafella e a te, caro Direttore. Questo tipo di riflessioni sono necessarie in tempi di confusione come i nostri.