Il Lupo Freelance e il Cane Aziendale (Liberamente tratta da una favola di La Fontaine)
Manuale semiserio per riconoscere una gabbia anche quando è imbottita
Ci sono giorni in cui la vita del freelance assomiglia più a un documentario sulla sopravvivenza che a un lavoro.
Il Lupo, per esempio, era a quel punto lì: magro come un algoritmo dopo un aggiornamento, occhi cerchiati, stomaco che faceva eco.
Camminava lungo una ciclabile deserta, meditando se fosse più dignitoso mangiare bacche o compilare un modulo per il reddito di cittadinanza.
Fu allora che lo vide.
Un Cane.
Ma non un cane qualsiasi: un Cane Aziendale.
Pelo lucido, pancia piena, passo sicuro da chi ha appena ricevuto un feedback positivo in un “contesto dinamico”.
Al collo, un badge che oscillava come un pendolo ipnotico.
Sul polso, uno smartwatch che gli ricordava di bere, respirare e — probabilmente — essere felice.
Il Lupo, che aveva la fame negli occhi e la dignità in ferie, pensò per un attimo di aggredirlo.
Poi vide i muscoli.
E ricordò che l’ultima volta che aveva corso era per prendere un treno che poi era stato soppresso.
Meglio evitare.
Allora gli si avvicinò con quel sorriso diplomatico che i freelance usano quando sperano in una collaborazione pagata entro l’anno solare.
— Complimenti, — disse — vedo che la vita ti tratta bene.
Sei… come dire… nutrito.
Il Cane si gonfiò come un middle manager dopo un corso di leadership.
— Eh, caro mio, basta scegliere il posto giusto.
Io lavoro in una grande azienda: mensa interna, assicurazione sanitaria, palestra, massaggi shiatsu il giovedì.
E poi… niente stress.
Basta abbaiare quando serve.
Il Lupo sentì un fremito.
La mensa.
La mensa, capisci?
Il Nirvana dei precari.
— E… come si entra?
Il Cane sorrise come un selezionatore che ha appena trovato un candidato disperato.
— Vieni con me.
Ti danno un contratto, un ruolo chiaro, obiettivi misurabili, formazione continua.
E in cambio devi solo… essere disponibile.
Sempre.
Reperibile.
Sempre.
Raggiungibile.
Sempre.
Il Lupo aveva già gli occhi lucidi.
Non per commozione: per ipoglicemia.
— Ma davvero basta così poco?
— Certo! — disse il Cane. — Guarda me: faccio la guardia, controllo chi entra, chi esce, abbaio ai mendicanti e alla luna.
E poi… mangio come un principe.
Il Lupo era pronto a firmare un contratto a tempo indeterminato con il sangue.
Ma mentre camminavano verso il quartier generale, notò qualcosa.
Sul collo del Cane, sotto il pelo lucido, c’era un segno.
Un solco.
Una linea consumata.
— Cos’è quella? — chiese il Lupo.
— Ah, niente. — rispose il Cane. — È solo il segno del collare.
Mi tengono legato durante il giorno.
Sai com’è, sicurezza aziendale.
Il Lupo si fermò.
Il mondo si fermò con lui.
Persino il suo commercialista smise di inviargli notifiche passive-aggressive.
— Ti tengono… legato?
— Ma sì, dai, non fare il drammatico.
È solo per evitare che io vada dove non devo.
Che importa?
Il Lupo lo guardò con un’espressione che mescolava compassione, orrore e improvvisa lucidità.
— Importa a me.
Tieniti pure i tuoi capponi, la tua broda e il tuo badge.
Io preferisco correre.
Magari digiuno, ma libero.
E senza aspettare risposta, prese la rincorsa e tornò nei boschi.
Dove almeno, se non mangiava, era per colpa del destino.
Non del collare.
La morale come conclusione
La libertà non riempie la pancia, è vero.
Ma certe catene, anche se dorate, stringono lo stesso.
E questa piccola favola — che qui ho voluto trasformare in un gioco moderno, ironico, quasi da cabaret filosofico — non vuole affatto cancellare la morale che La Fontaine ci ha consegnato.
Anzi, la mette sotto una luce nuova, più vicina alle nostre vite di oggi, dove le catene non tintinnano più: vibrano, inviano notifiche, chiedono disponibilità continua, si presentano come benefit, comfort, “opportunità”.
La Fontaine ci ricordava che la sicurezza può diventare una gabbia.
Noi, con un sorriso, aggiungiamo che spesso la gabbia è talmente ben arredata da sembrare un loft.
Ma il punto resta lo stesso:
la libertà è scomoda, incerta, a volte affamata.
Eppure è l’unica condizione in cui possiamo scegliere la nostra strada senza chiedere permesso.
La favola non ci dice cosa dobbiamo fare.
Ci invita solo a guardare bene il collo — il nostro — e chiederci se quel segno lì, anche leggero, anche quasi invisibile, è davvero il prezzo che vogliamo pagare.
