Dalla Lanterna di Genova alle caravelle di sabbia: confessioni di un esploratore che scoprì l’America, ma perse le biglie.
Mi chiamo Cristoforo, e sì, sono nato a Genova. Lo so perché ogni mattina vedevo la Lanterna, dritta come un dito che mi indicava la strada… o che mi rimproverava, non l’ho mai capito bene.
Mio padre Domenico mi guardava sempre storto, come se non fosse del tutto convinto che fossi suo figlio. Voci di corridoio, sussurri di vicoli: pare che si sia assunto l’onere di sposare mia madre per senso del dovere, o per pietà, o per un mistero che nessuno ha mai voluto chiarire. Lei, invece, è sicura che lui sia mio padre. Io… un po’ meno.
E poi c’è Bartolomeo, nato nove anni dopo di me. È proprio mio fratello? Dicono di sì. Io lo guardo e mi chiedo: possibile che la stessa famiglia abbia prodotto me — mani rovinate dal telaio, cervello pieno di mappe storte — e lui, che invece sapeva disegnare come un artista e ragionare come un mercante?
A ventisei anni ho le mani consumate dal telaio. Sono cresciuto lì, tra fili che si spezzavano e nodi che non riuscivo mai a fare bene. Non ho visto libri, non ho studiato, non ho avuto maestri: tutto quello che so me l’ha inculcato mio padre, come si infila un filo nella trama. Perfino a disegnare mappe mi ha costretto. Mappe! Io che, se avessi fatto un esame di disegno, avrei preso quattro. E forse solo perché il maestro era di buon umore.
Bartolomeo, invece, lui sì che ci sapeva fare. Disegnava coste, porti, isole, come se le avesse viste davvero. Io copiavo da lui, e quando sbagliavo — e sbagliavo sempre — dicevo che era colpa del mare, che cambia forma ogni giorno. Una scusa che non ha mai convinto nessuno, ma che mi ha permesso di sopravvivere fino a oggi.
E così eccomi qui: ventisei anni, mani rovinate, idee confuse, un padre che forse non è mio padre, un fratello che forse è mio fratello, e una madre che monta la panna come se dovesse andare in scena a Carosello. Con queste premesse, davvero, era inevitabile che prima o poi decidessi di scoprire un continente.
Le biglie e la tempesta
Mentre Bartolomeo disegnava mappe come un artista rinascimentale, io giocavo in spiaggia a biglie. Ne avevo solo tre, consumate dalla sabbia e dai miei sogni: le chiamai La Nina, La Pinta e la Santa Maria. Non so perché. Forse perché una notte mi erano apparse in sogno tre caravelle, lucide come conchiglie appena uscite dal mare. O forse perché già allora la mia fantasia era più grande della mia capacità di stare fermo.
Un giorno, mentre facevo rotolare le biglie sulla sabbia, mi fermai di colpo. Mi uscì dalla bocca un «Eureka!» così spontaneo che ancora oggi mi chiedo se non sia stato io il primo a pronunciarla. Gli amici mi guardarono come si guarda uno che ha appena detto una parola straniera senza sapere cosa significhi.
«Mio padre e i sapienti dicono che la terra è piatta» annunciai, gonfiando il petto come un gallo che ha appena scoperto il fuoco. «Ma non è vero. La terra è rotonda. E io lo scoprirò navigando.»
Gli amici scoppiarono a ridere. Risate lunghe, cattive, di quelle che ti restano addosso come sabbia bagnata. E proprio in quell’istante il cielo si rabbuiò, come se avesse ascoltato la mia sfida. Un vento improvviso sollevò la spiaggia, le biglie rotolarono via, e una tempesta violenta si scatenò sopra di noi.
I miei amici, pallidi come lenzuola stese al sole, mi urlarono: «Vattene, blasfemo!» E scapparono verso il paese, convinti che avessi offeso qualche divinità del mare.
Io rimasi lì, fradicio, con la sabbia negli occhi e le mani vuote. Le mie biglie erano sparite. Ma dentro di me, per la prima volta, rotolava un’idea più grande di tutte le mappe che non sapevo disegnare.
Il Portogallo, l’Inghilterra e Isabella
Folgorato dall’idea — e completamente fradicio per la tempesta che sembrava avercela con me — corsi da Bartolomeo. «Fai i bagagli!» gli urlai entrando come un pazzo. «Dobbiamo andare in Portogallo. Mangiamo arance e chiediamo che ci finanzino per scoprire le Indie!»
Bartolomeo mi guardò come si guarda uno che ha appena perso una biglia e trovato un continente. Ma mi seguì.
Arrivati in Portogallo, presentammo il progetto. I portoghesi ci ascoltarono, annuirono, ci offrirono arance — buonissime, tra l’altro — e alla fine dissero: «Ci bastano le arance.» Fine del finanziamento.
Allora andammo in Inghilterra. Lì ci accolse una specie di cancelliere ciccione che fumava solo sigari cubani. Un dettaglio che ancora oggi mi fa ridere: Cuba l’ho scoperta io, e lui già fumava sigari cubani. Davanti al mio progetto, il cancelliere sbuffò una nuvola di fumo e disse: «No oro, no parti. Anzi: non partire proprio.» E ci fece accompagnare alla porta, con la stessa gentilezza con cui si scaccia un piccione dal davanzale.
Ultima occasione: la Spagna. Da Isabella. Che era ghiotta di pasta al pomodoro e gnocchi di patate — due cose che, ironia della sorte, avrei portato io stesso dall’altra parte del mondo. Lei ascoltò il progetto, si leccò le dita sporche di sugo e disse: «Sì pomodori, sì patate, sì parti.»
E così partii. Al Palo. O meglio: a Palos. Con tre caravelle che avevano lo stesso nome delle mie biglie: La Niña, La Pinta e la Santa Maria. E dopo tempeste, mappe sbagliate, calcoli fatti a occhio e a volte a caso, finalmente arrivai alle Indie. Ma i posteri invece dicono che ho scoperto L’America (non me ne voglia Trump, si l’America l’ho scoperta io non lui…(fine citazione) Così credevo. In realtà trovai pomodori, patate e gente che non aveva mai sentito parlare di me. Mi dispiace dirlo, ma con la mia scoperta è iniziato anche il commercio degli schiavi. Non era certo la mia intenzione. Io volevo solo dimostrare che la Terra era rotonda, che le mie biglie avevano un destino, che le caravelle non erano un capriccio ma una visione. E invece… non tutte le ciambelle escono col buco.
Ma Isabella, al mio ritorno, sprizzava gioia da tutti i pori e organizzò un banchetto in mio onore. Fu lì che alcuni nobili — sì, proprio loro, gli “stronzi” (licenza poetica) — cominciarono a deridermi. Dicevano che chiunque sarebbe riuscito a fare ciò che avevo fatto io. Che non era poi così difficile. Che ero stato solo fortunato.
Mi incazzai. Presi un uovo e lo misi sul tavolo. «Fatelo stare in piedi» dissi. Nessuno ci riuscì. Anzi, mi presero pure per il culo (seconda licenza poetica). Allora feci una piccola ammaccatura sul fondo e l’uovo rimase in piedi. Isabella mi fece l’occhiolino, come a dire: “Bravo, Cristoforo, gliel’hai fatta vedere.” Subito il solito furbone commentò: «Così sarei stato capace anch’io.» E lì, davvero, mi scappò un “Ma vai a fare in…”. Non si può dire. La licenza poetica l’abbiamo già sfruttata.
La mia vita privata (che nessuno racconta)
Ero così preso dai miei viaggi, dalle tempeste, dalle biglie‑caravelle e da tutta questa faccenda di girare intorno alla Terra, che non vi ho detto nulla della mia vita privata. Ragazzi, sono un uomo anch’io. E le donne mi piacciono, eccome.
Era il 1479, avevo ventotto anni, e a Lisbona conobbi Filippa. Ci sposammo, nacque Diego, e qui la storia si fa confusa — ma non per colpa mia, eh. Non vi dico la verità se Filippa morì cinque anni dopo o se ne tornò in Spagna con Diego. A voi storici che ve ne importa? Passate la vita a litigare sulle mie mappe, sulle mie date di nascita, sui miei viaggi… e poi volete certezze sulla mia famiglia? Ma per favore.
Comunque, non è questo il punto. Il punto è che quando avevo trentacinque anni conobbi Beatriz. Non è la Beatrice di Dante, sia chiaro: quella stava in Paradiso, la mia stava a Córdoba. Aveva ventuno anni, occhi che ti facevano dimenticare la rotta, e diede alla luce Ferdinand, mio secondo figlio.
Grazie alla famiglia di Beatriz — che aveva più soldi, più conoscenze e più pazienza di me — partii per le Indie, per il Nuovo Mondo. Lei rimase a curare il figlio, mentre io andavo a cercare continenti, patate, pomodori e guai. Nel 1492, come sapete, scoprii l’America. Delizia e dolore dei posteri. E anche della mia vita, che da quel momento prese una piega che nemmeno io avrei saputo disegnare su una mappa.
E ora basta. Vi ho già raccontato fin troppo.
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Racconto di fantasia in chiave satirica
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