Dalla gloria alla polvere, dal mito alla memoria: l’eroe che continua a parlare agli uomini di ogni tempo.
Oggi torno a parlare attraverso una intervista immaginaria, con l’eroe Ulisse che mi ha accompagnato fin da ragazzo, che mi ha fatto “addormentare sul banco” e ritrovare — con la fantasia che solo gli adolescenti possiedono — i campi di Troia accanto a lui. Ulisse è uno di quei personaggi che non smette mai di generare eco: Omero, Dante, Pascoli, Joyce, Saba, Kazantzakis, la televisione, il cinema… e ora Nolan. È come se ogni epoca avesse bisogno di lui per misurare la propria idea di intelligenza, astuzia, identità, ritorno.
“Eroe, viaggiatore, simbolo. Ma soprattutto uomo.”
La scena è semplice: una spiaggia al tramonto. Non Itaca, non Scheria, non Troia. Un luogo neutro, dove il tempo non ha più potere. Ulisse è seduto su un masso, il mantello consumato dal sale, lo sguardo che conosce troppe cose per essere tranquillo.
Mi avvicino. Lui annuisce, come se sapesse già perché sono lì.
Domanda: parlami della tua infanzia.
«La mia infanzia? Non fu un tempo di giochi, come forse immaginate oggi. A Itaca si cresce presto, perché il mare non aspetta nessuno.»
Si ferma un istante, come se ascoltasse qualcosa che solo lui può sentire.
«Mio padre Laerte era già vecchio quando io ero bambino. Non era un uomo di molte parole. Mi insegnò più con i silenzi che con i discorsi: come si osserva un uomo, come si ascolta il vento, come si riconosce un pericolo prima che arrivi.»
Domanda: “Sei cresciuto in fretta, hai dovuto imparare subito ad essere guerriero… e poi hai conosciuto Penelope.”
Risposta: Cresciuto in fretta, sì. A Itaca non c’era tempo per l’infanzia lunga. Laerte mi mise in mano una lancia quando ancora non avevo la forza di sollevarla. Mi disse: “Non devi essere il più forte. Devi essere quello che capisce prima.” Quella frase fu la mia prima arma.»
Si passa una mano sulla barba, come se ricordasse il peso dei primi anni.
«Ho imparato a essere guerriero perché il mondo non mi avrebbe risparmiato. La guerra non è un onore, è una necessità. E quando arrivò il tempo di Troia, io ero pronto… o almeno credevo di esserlo.»
Poi, Ulisse sorride, ma è un sorriso che non appartiene ai guerrieri.
«Penelope non è entrata nella mia storia. È lei che l’ha cambiata. La conobbi quando ancora pensavo che il mondo fosse fatto solo di mare e di battaglie. Lei mi mostrò che esiste un’altra forma di forza: quella che non fa rumore.»
Si ferma, come se la sua voce dovesse trovare un tono più intimo.
«Penelope non era solo bella. Era attenta. Guardava le persone come si guarda un enigma. Capiva prima di parlare. E io, che ero cresciuto tra uomini che urlavano ordini e brandivano armi, rimasi colpito da quella calma che non cedeva mai.»
Domanda: “Ti ha dato un figlio, Telemaco. Ma non l’hai visto crescere. Sei partito per la guerra. Ne valeva la pena?”
Non è più il guerriero, né il navigatore. È un padre che guarda indietro.
Risposta: «Telemaco… Sai, quando nacque, io non ero ancora l’uomo che avrei dovuto essere per lui. Ero giovane, pieno di ambizioni, di doveri, di promesse fatte agli altri. La guerra di Troia non fu una scelta: fu un giuramento.»
Si passa una mano sul volto, come se cercasse di cancellare anni di assenza.
«Quando Penelope mi mise tra le braccia quel bambino, credetti che il mondo si sarebbe fermato. Ma il mondo non si ferma per nessuno. Menelao, Agamennone, gli alleati… tutti pretendevano che partissi. E io mi trovai diviso: tra la mia famiglia, il dovere verso i re achei e la devozione agli dèi che volevano quella guerra. A quel tempo l’Olimpo era un campo di battaglia, e noi uomini eravamo solo pedine.»
Si ferma, poi aggiunge con un filo di amarezza:
«Così ha voluto Omero.»
Domanda: “Come l’ha presa Penelope? E poi: hai coinvolto gli uomini della tua isola, li hai portati con te senza la certezza di un ritorno.”
Ulisse si irrigidisce appena. Non è più il re astuto, né il guerriero. È un uomo che ricorda ciò che ha spezzato.
Risposta: «Penelope… Lei non gridò, non pianse, non mi trattenne. Penelope non è fatta di tempeste: è fatta di silenzi che ti seguono per anni.»
Si ferma, come se rivedesse quella scena.
«Quando le dissi che dovevo partire, non mi chiese perché. Mi chiese per quanto. E io non seppi rispondere. In quel momento capii che la mia assenza sarebbe stata più lunga della guerra.»
Domanda: “Dalla gloria alla polvere: hai distrutto Troia con un’idea geniale, ma gli dèi ti hanno punito. Hai sofferto, sei stato trascinato da un’isola all’altra, hai tradito Penelope con Circe, hai generato Telegono… e lui è stato la causa della tua morte.”
Ulisse rimane immobile. Non è più il re di Itaca, né l’eroe del cavallo di legno. È un uomo che guarda la propria fine.
Risposta: «La gloria… La gloria è un fuoco che brucia in fretta. Quando inventai il cavallo di legno, credevo di aver compiuto l’impresa più grande della mia vita. Atena mi guidò, sì. Ma gli dèi non regalano nulla: ogni dono è un debito.»
Si passa una mano sugli occhi, come se il ricordo fosse troppo luminoso per essere guardato.
«Troia cadde. E io pensai che il mio nome sarebbe rimasto per sempre. Ma gli dèi non amano gli uomini che diventano troppo astuti. Mi fecero pagare ogni passo, ogni vittoria, ogni inganno.»
Con un file di voce continuò:
«Il mio ritorno non fu un viaggio: fu una condanna. Ogni isola era una prova. Ogni approdo, una trappola. Ogni onda, un rimprovero.»
La voce si incrina di nuovo
«Ho conosciuto dolore, solitudine, fame, perdita. Ho visto morire i miei compagni uno dopo l’altro. E mentre il mondo cantava la mia gloria, io diventavo polvere.»
Domanda: E Circe? Hai tradito Penelope, lei che tanto agognava il tuo ritorno.
Risposta: Ulisse abbassa lo sguardo. Non c’è difesa, non c’è eroismo.
«Sì. Ho tradito Penelope. Circe non fu solo una maga: fu un rifugio, una pausa dalla guerra, dal mare, da me stesso. Ma ogni pausa ha un prezzo.»
Si ferma, poi aggiunge:
«Da quella unione nacque Telegono. Un figlio che non ho cresciuto. Un figlio che non ho cercato. Un figlio che, senza saperlo, mi ha ucciso.»
Domanda: La tua morte per mano di tuo figlio… come la vivi?
Risposta: «È la più grande ironia del mio destino. Ho passato la vita a cercare di tornare. E quando finalmente ero a casa, fu il sangue che avevo generato lontano da Penelope a strapparmi via.»
La voce diventa un sussurro.
«Non è stata una morte ingiusta. È stata una morte coerente. Gli dèi non dimenticano. E nemmeno le scelte degli uomini.»
Alla fine, Ulisse chiude gli occhi e si fa silenzioso. Sembra che ascolti l’eco delle onde che si infrangono sulla spiaggia, portando con sé il respiro di una storia che continua a chiedere di essere raccontata ai posteri.
Concludendo l’intervista
Dalla gloria alla polvere: così si potrebbe riassumere il destino di Ulisse, un uomo che ha conosciuto l’apice dell’ingegno e il fondo della solitudine. I media oggi parlano di lui come di un eroe moderno, protagonista di film, libri, trasmissioni televisive. Ma Ulisse non partì da Itaca pensando alla fama: pensava al vento, ai compagni, alle correnti che avrebbero deciso per lui. Se ancora lo ricordiamo, non è per le sue vittorie, ma per i suoi errori. Gli uomini riconoscono sé stessi più nelle cadute che nei trionfi.
Nell’Iliade fu un ingranaggio della guerra, una presenza discreta. Nell’Odissea divenne invece un volto, un uomo che cerca la strada di casa. La guerra ti dà un nome, il viaggio ti dà un volto — e gli uomini ricordano più facilmente i volti che i nomi.
Ogni epoca ha costruito il proprio Ulisse: Omero lo fece eroe del ritorno, Dante lo condannò per la sua sete di conoscenza, Joyce lo reinventò come uomo comune, la televisione lo trasformò in simbolo di curiosità scientifica, il cinema lo riporta oggi al centro del mito. Eppure, in tutte queste metamorfosi, rimane qualcosa di immutabile: Ulisse è l’uomo che non smette di interrogare e di essere interrogato. Un mito che cambia forma perché continua a servire a chi lo racconta.
Ulisse stesso lo sa: non è un superuomo. È un uomo che ha sbagliato molto e che ha pagato tutto. Ha tradito, ha perso, ha vagato, ha sofferto, ha visto morire i suoi compagni, ha affrontato gli dèi, ha sfidato il mare, ha conosciuto la solitudine più profonda. Eppure, quando un ragazzo si addormenta sul banco e immagina di combattere al suo fianco, lui gli direbbe di non vergognarsi della fantasia: perché la fantasia è la prima nave che un uomo costruisce.
Forse è per questo che, dopo millenni, continuiamo a cercarlo. Perché Ulisse non è solo il protagonista dell’Odissea: è il simbolo di ogni uomo che tenta di tornare, di ogni donna che attende, di ogni figlio che cresce nell’assenza, di ogni viaggio che non finisce mai davvero.
Finché qualcuno avrà una Itaca da raggiungere, Ulisse avrà ancora qualcosa da dire. E noi, ascoltandolo, continuiamo a raccontare anche noi stessi.

Splendido
Analisi obiettiva e accattivante