Una frase che dovrebbe essere usata con cautela: “siamo nella storia”
Perché la storia è una parola seria. Ha un peso. Ha un costo. La storia è fatta da chi ha cambiato il destino di un popolo, da chi ha salvato vite, da chi ha avuto il coraggio di sfidare il proprio tempo, da chi ha costruito, scoperto, inventato,
sacrificato qualcosa di sé per lasciare qualcosa agli altri. Poi arriva un concerto. Duecentomila persone, telefoni accesi, cori, tatuaggi, fuochi d’artificio, merchandising e un artista che, travolto dall’entusiasmo, esclama: “Siamo nella storia.”
No. Siamo nello spettacolo. Che è una cosa diversa. Non c’è nulla di male nel riempire uno stadio o un parco. È un successo straordinario sotto il profilo artistico e organizzativo. Significa aver costruito un rapporto fortissimo con il proprio pubblico. Complimenti. Ma trasformare un evento musicale in un capitolo della storia dell’umanità significa confondere la popolarità con la grandezza. Viviamo nell’epoca in cui tutto deve essere epocale. Ogni concerto è “storico”. Ogni partita è “leggendaria”. Ogni influencer è un “fenomeno”. Ogni selfie è un evento mondiale. Così la parola storia perde significato.
La storia è quella di chi affronta una guerra per difendere la libertà. Di chi entra in una sala operatoria sapendo di poter salvare una vita. Di chi dedica un’esistenza alla ricerca scientifica. Di chi esplora l’ignoto. Di chi serve lo Stato con onore. Di chi, lontano dai riflettori, cambia davvero il destino degli altri. Riempire un prato con duecentomila spettatori è un risultato notevole.
Ma appartiene al successo dello spettacolo, non necessariamente alla storia. Forse il problema non è nemmeno chi pronuncia quella frase. È chi sente il bisogno di crederci. È una società che ha smesso di distinguere l’eccezionale dal semplicemente molto popolare. Una società in cui il numero dei follower sembra valere più del valore delle idee. La storia non si misura con i biglietti venduti.
Si misura con ciò che resta quando le luci si spengono, gli amplificatori tacciono e il pubblico torna a casa. Tra cento anni, probabilmente, nessuno ricorderà quante persone erano presenti a quel concerto. Ma continueremo a ricordare chi ha cambiato il mondo con il proprio coraggio, con il proprio ingegno o con la propria umanità.
Quella, sì, è storia.
Il resto è un grande spettacolo.
E non c’è nulla di male ad ammetterlo.
Alberto Scafella
