Musulmani compatti per bocciare la riforma della giustizia
Si vota tra una settimana e la campagna per il referendum confermativo del 22 e 23 marzo, dopo un percorso poco percettibile, sfugge ai quesiti e sta sfociando nell’osceno. Nella lotta aperta al governo Meloni da parte degli attivisti del NO e la difesa da parte dei sostenitori del SI che sta mettendo a nudo, anche con inevitabili svarioni, tutte le indecenze del nostro sistema giudiziario, compresi i vistosi errori dei giudici, sconfinando anche su aspetti non disciplinati dal referendum. Si dimentica di ricordare e citare che l’esito positivo del voto non farebbe che completare l’iter della riforma già avviata nel secolo scorso dal socialista Vassalli e auspicata con insistenza, ma invano, da Silvio Berlusconi.
Sul presunto esito le valutazioni si succedono e vengono smentite. L’analisi del presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli delinea due possibili scenari strettamente legati al livello di partecipazione al voto.
Nel primo scenario, caratterizzato da un’affluenza relativamente contenuta, attorno al 42%, il No risulterebbe in vantaggio con il 52,4% delle preferenze, mentre il Sì si fermerebbe al 47,6%, segnando anche un arretramento di circa 1,8 punti rispetto al rilevamento precedente del 12 febbraio.
Nel secondo scenario, invece, con una partecipazione più elevata, intorno al 49%, la distanza tra i due schieramenti si assottiglierebbe fino quasi a scomparire: i Sì arriverebbero al 50,2%, mentre i No si attesterebbero al 49,8%, delineando una situazione di sostanziale equilibrio. Proprio questa doppia simulazione evidenzia come la vera partita del referendum si giochi sulla capacità dei due fronti di mobilitare i propri elettori e, soprattutto, di intercettare quella fascia ancora significativa di indecisi che potrebbe determinare il risultato finale.
Nel primo scenario gli incerti sono poco più del 7%, mentre nella proiezione con maggiore affluenza superano il 9%, una quota che in un contesto di sostanziale parità potrebbe spostare gli equilibri all’ultimo momento.
L’analisi del sondaggista sottolinea inoltre come il livello di informazione degli elettori sui contenuti della riforma resti decisamente limitato, perché la quota di chi si considera molto informato rimane stabile intorno al 10%. Ignoranza o indifferenza?
A incidere sul calo di attenzione, emerge anche il contesto internazionale, dominato in queste settimane dalla crisi energetica legata all’attacco all’Iran, che ha inevitabilmente spostato l’attenzione dell’opinione pubblica su scenari geopolitici più drammatici e immediati. La preoccupazione dell’elettore è focalizzata sull’aumento dei costi energetici, alla ricaduta sui prezzi al consumo, sul prevedibile aumento dell’inflazione. Tutto il resto viene percepito come fuffa, tenzone politica. I costi energetici diretti e striscianti polarizzano giustamente l’attenzione di chi si sente indifeso, anche di fronte alle azioni che Italia e UE potrebbero mettere in atto.
In definitiva, la campagna referendaria volge al termine in un clima caratterizzato da incertezza, attenzione intermittente dell’opinione pubblica e un confronto politico che spesso si intreccia con calcoli strategici di medio periodo. I sondaggi indicano una gara aperta, ma suggeriscono anche che l’esito finale dipenderà da variabili ancora difficili da prevedere: l’andamento della partecipazione, la capacità dei due fronti di mobilitare gli indecisi, l’attenzione mediatica nelle ultime settimane e non ultimo il contesto internazionale.
Tralasciando il bilancino dei voti, con tutte le variabili tipiche del sistema e già riscontrate in anni precedenti c’è un elemento, in questi giorni, che per la sua drammaticità incombe sul Paese, come un macigno.
Il referendum sulla giustizia sta diventando il nuovo palcoscenico di una battaglia che l’islam organizzato sta lanciando per destabilizzare il governo, per “pesare” politicamente il nascente partito islamico nazionale e difendere i propri interessi di parte
Il fronte del “no” dilata i propri confini e vede emergere, con una forza dirompente, il peso specifico della componente islamica che rischia di drogare e alterare in modo pesante il risultato.
Giunge infatti una chiamata a raccolta che punta a mobilitare gli oltre due milioni di musulmani regolarmente residenti ed elettori. A lanciare l’appello alla compattezza per il “no” è Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano e uomo capace di spostare equilibri non trascurabili.
Nato a Imperia nel 1952, s’è convertito alla fede di Allah nel 1975 dopo una gioventù trascorsa nell’estrema sinistra. Per anni il volto pubblico dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), è stato l’uomo che ha istituzionalizzato il dialogo — o, a seconda dei punti di vista, il conflitto — tra lo Stato italiano e la galassia musulmana. Già nel 1990 collabora attivamente con l’UCOII, venendo eletto membro, e in seguito segretario nazionale e portavoce, della direzione nazionale. In quegli anni, ha promosso l’apertura della moschea di Imperia, di cui è stato imam, e, nel periodo successivo fino al 1998, quelle di Albenga, Sanremo, Savona e Cengio.
Nel 1993, ha fondato la casa editrice “Al Hikma”, dedicata a testi specialistici e divulgativi, e diretto il mensile Il Musulmano fino al 1994. Al termine di quell’anno, dopo un quinquennio di lavoro, ha pubblicato la prima edizione del Saggio di Traduzione Interpretativa del Santo Corano inimitabile, una traduzione integrale e commentata destinata al pubblico italofono.
La sua ascesa prosegue nel 2005, quando viene eletto portavoce dell’European Muslim Network a Bruxelles, organismo presieduto da Tariq Ramadan. Nel 2007, decide di rinunciare alle cariche organizzative per dedicarsi interamente all’attività editoriale e alla scrittura e passa il testimone ai figli.
Il potere mediatico della famiglia Piccardo è ramificato: si estende al portale La Luce, diretto dal figlio Davide, già coordinatore del CAIM (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza) mentre l’altro figlio, Gabriele, siede nel consiglio dell’UCOII.
Piccardo mette in chiaro due punti fondamentali: il primo è che alla comunità islamica convenga l’assenza della separazione delle carriere; il secondo è la narrazione di una presunta sottomissione dei giudici al governo. Si tratta della stessa tesi cavalcata dal fronte del “no” in aperta opposizione all’esecutivo, nonostante l’assenza di riscontri oggettivi con la realtà dei fatti.
Piccardo oggi, non si rivolge ai cittadini come singoli individui, ma esorta la Comunità a muoversi come un blocco monolitico per dimostrare il proprio peso politico. L’obiettivo è usare il numero per imporre una direzione: adesso il terreno è il referendum, domani le prospettive potrebbero essere ben più ampie.
Accanto a Piccardo, il fronte islamico del “no” al referendum aveva già trovato un altro polo nevralgico a Torino con il predicatore Brahim Baya, L’imam nei mei scorsi, aveva trasformato la consultazione in una trincea politica, accusando il governo Meloni di cavalcare l’islamofobia per giustificare un accentramento dei poteri.
Baya, già noto per i suoi sermoni anti-Israele, è legato ad un altro imam torinese, Mohamed Shahin, di cui è stata chiesta l’espulsione dall’Italia per motivi di sicurezza nazionale, ma coccolato da parte delle gerarchie cattoliche e a Mohammad Hannoun, arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas. Costui è in piena sintonia con Piccardo, e sostiene sia in atto una «persecuzione politica» che si serve del referendum per ridurre l’autonomia della magistratura.
Tra una settimana sull’esito referendario e alle prossime scadenze elettorali, purtroppo dovremo fare i conti, nell’esame dei risultati con una varabile che rischia di diventare sempre più ingombrante, se non decisiva e devastante.
Ci sarà modo per riparlarne.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
