Le colpe dei nonni sono ricadute sui nipoti
Ormai il sabato rappresenta la valvola di sfogo di una massa eterogenea di manifestanti che scendono nelle piazze per esibire il loro malcontento, danneggiare la società opulenta e inevitabilmente coloro che in quel contesto lavorano.
Nel marasma, c’è di tutto, dallo studente che potrebbe anche non essere portato ad atti di violenza, ma vuol testimoniare un disagio, agli estremisti che seguono alla lettera il motto sfasciasistema di Maurizio Landini che sin dai mesi scorsi incitava alla rivolta sociale, agli smandrappati del” Campo Largo” che dopo le prime manifestazioni parigine si chiedevano preoccupati il perché in Italia la situazione fosse ancora tranquilla.
Sino agli attivisti dei centri sociali che cercano ogni pretesto per spaccare, danneggiare e demolire tutto ciò che incontrano e attaccare con oggetti e bombe carta le Forze dell’Ordine per interpretare l’anelito alla rivolta in modo ancor più violento e radicale.
Dalle requisizioni di zainetti e oggetti vari messi in opera nel corso delle ultime manifestazioni, gli inquirenti, non solo hanno sequestrato armi e armi improprie destinate a uccidere o ferire, ma intercettato messaggi telefonici che incitavano a spaccare tutto e dilettarsi con la violenza a tutto campo.
Dagli slogan urlati pare che i giovani si ispirino, in modo un po’ distorto ed estensivo, a Nanni Balestrini, autore del “Vogliamo tutto” dell’inizio degli anni ’70.
Partendo dagli andazzi del sabato e dagli ostacoli all’attività commerciale, qualche giovane osservatore ha paragonato questa moda al ‘68, ma non è così.
Il Sessantotto in Italia ha rappresentato una frattura generazionale e culturale senza precedenti, un movimento di massa che ha ridefinito i rapporti di forza nella scuola, nelle università e nelle fabbriche. Nato dalla contestazione dell’autoritarismo accademico, quel ciclo di lotte si è rapidamente saldato con il mondo operaio. La spinta di quella generazione era globale, utopica e mossa da grandi narrazioni ideologiche che miravano a un rovesciamento complessivo del sistema capitalista arrivando poi all’eversione con i movimenti Potere al Popolo e Lotta Continua, sino alla lotta armata con il terrorismo.
Persino il partito comunista e il sindacato furono presi in contropiede. I lavoratori che, caso unico allora, colsero il messaggio degli studenti coniarono lo slogan “dalla fabbrica alla società”. Costoro predicavano la democrazia diretta, senza mediazioni, in antitesi alla democrazia rappresentativa e segnarono una svolta.
Le contraddizioni delle società entrarono in fabbrica e viceversa, sconvolgendo ogni tipo di rapporto e compromettendo l’attività produttiva.
I sessantottini in fabbrica travolsero le Commissioni interne e su imitazione dei soviet si batterono per istituire i Consigli di fabbrica con azioni più fluide, ma fuori dalle regole contrattuali e delle consuetudini nei rapporti tra le organizzazioni sindacali e le aziende.
L’edizione definitiva dello Statuto dei Lavoratori – L.20/5/70 n. 300,- (non quella inziale redatta dal ministro Brodolini che metteva in guardia i rivoltosi “Statuto dei Lavoratori e non dei pelandroni”) fu influenzata dalla situazione che si era creata nel Paese e che anche gli imprenditori dovettero accettare e subire bruscamente.
A distanza di quasi sessant’anni, le contestazioni studentesche odierne si inseriscono in uno scenario radicalmente mutato, pur avendo ereditato dal ’68 la scintilla della ribellione giovanile contro lo status quo. Nell’odierno contesto, i giovani vengono aizzati oltre che da Landini, dai sinistrosi che speculano su tutto, anche cinicamente sul loro futuro per cercare di scalzare Giorgia Meloni, giustificando le violenze più efferate contro le Forze dell’Ordine e gli inermi cittadini che lavorano.
Oggi le mobilitazioni non si articolano più attorno a rigidi schemi ideologici del secolo scorso, ma si focalizzano su istanze concrete, urgenti e globali: la crisi climatica, la precarietà esistenziale e lavorativa, il diritto all’abitare di fronte al caro affitti e la richiesta di una scuola che funzioni e che esplichi la mission formativa in locali idonei, indicando, il più delle volte rimedi assai discutibili.
Se il ’68 contestava il boom economico e il consumismo da una posizione di relativa sicurezza sul futuro, i giovani di oggi manifestano spesso a partire da una condizione di profonda incertezza, lottando per la tutela di diritti che non appaiono più scontati.
La continuità più forte risiede nella centralità dello spazio scolastico e universitario come laboratorio di cittadinanza critica e dissenso.
Per analizzare le questioni prioritarie, tralasciando i luoghi comuni e condannando la violenza orchestrata dai cattivi maestri, abbiamo estrapolato quanto emerso in un corteo pacifico di Novara, puntualmente riportate lunedì scorso su Civico20News da Piero De Ruvo.
“una preoccupazione diffusa tra i giovani: investire anni nella formazione senza avere la certezza di trovare un lavoro stabile, adeguatamente retribuito e coerente con le proprie competenze. Le studentesse hanno richiamato l’attenzione sulla precarietà, sulle retribuzioni insufficienti e sulla partenza di tanti giovani verso l’estero in cerca di opportunità migliori. Da qui la richiesta alle istituzioni di investire maggiormente nell’istruzione e nella sanità, creando le condizioni affinché restare in Italia non significhi rinunciare a un futuro professionale e personale dignitoso. Una questione che supera i confini della singola manifestazione e riguarda la capacità del Paese di valorizzare le competenze formate nelle proprie scuole e università, evitando che la mancanza di prospettive alimenti ulteriormente la cosiddetta fuga dei cervelli”.
Istanze sensate che fanno rabbrividire, se volgiamo lo sguardo al passato. Negli anni ’50 l’Italia esportava braccia e fatiche verso Marcinelle, ove purtroppo i nostri emigrati poveri lavoravano in condizioni pessime e in molti perirono a causa di uno sfruttamento becero, in cambio di forniture di carbone, per portar sostegno all’economia italiana. Allora era vistosa la carenza di laureati nell’Italia del “miracolo economico” e degli anni ’60, 70, che invece oggi debbono lasciare il Paese per soddisfare le loro sacrosante ambizioni.
È chiaro che oggi i cervelli non possono trovare appagamento nelle stanze opache della burocrazia o nei ministeri, ma anelano a rivestire ruoli nell’industria, nella ricerca, nel mondo economico che si rapporta con le dinamiche del mondo.
Purtroppo, mentre cresce l’occupazione di camerieri e addetti ai servizi, rispetto ai decenni scorsi, l’Italia si è impoverita del comparto industriale che non è in grado di proporre, in gran numero, valide prospettive di carriera ai cervelli.
Ma cos’è successo nel peggior decennio del secolo scorso? Negli anni ’70 la protervia della CGIL e del Partito comunista hanno ingaggiato lotte contro l’industria privata che prosperava. Ogni occasione di scontro era propizia per cercare di fiaccare le grandi aziende ove l’imprenditore e gli azionisti investivano nel territorio, con il conseguente positivo andamento occupazionale. Era una guerra ideologica contro il capitalismo che, vedi caso offriva occasioni di lavoro e di prosperità. Si invocava l’intervento totalizzatore dello Stato imprenditore.
Ci fu un tentativo di svolta, dopo tante esasperazioni e dopo che il segretario del PCI Enrico Berlinguer al culmine del lungo sciopero alla Fiat Mirafiori aveva minacciato in un comizio, ai cancelli della fabbrica, di occupare la Fiat.
La misura era colma. Dopo le violenze in fabbrica e la contestazione esasperata e di principio, perpetrate dai delegati sindacali verso chi voleva lavorare, arrivavano anche le minacce e da quale pulpito.
Questo gesto eversivo del massimo esponente del partito comunista, smosse lo spontaneismo con la “Marcia dei Quarantamila” a Torino il 14 ottobre 1980, dopo 35 giorni di sciopero e blocco dei cancelli. Promossa da impiegati, capi e Quadri aziendali e caldeggiata anche dai commercianti e dalla società civile, contribuì a far alzare il capo di tanti contro i soprusi subiti e mise fine allo strapotere del Pci e del sindacato comunista.
Ma purtroppo le successive modifiche alla legislazione, dai vincoli ambientali alle norme edilizie, la radicalizzazione della rappresentanza politica, contribuirono a scoraggiar chi faceva impresa. L’ostilità degli Enti locali come avvenne a Torino con la sindaca Appendino e con Lo Russo, portarono a un progressivo indebolimento del settore industriale.
Chiusure, delocalizzazioni prima al sud Italia e poi all’estero, vendita di stabilimenti alle multinazionali che, acquisito il know how spariscono, hanno fatto sì che la presenza sul territorio e il ruolo delle aziende non abbia più rappresentato un volano occupazionale giovanile in crescita.
D’altronde la multinazionale che conserva all’estero il potere decisionale, non prevede di mantenere negli organici italiani figure professionali con ampi poteri decisori e possibilità di carriera.
Poi siamo stati travolti dalla globalizzazione, con l’invasione, nel nostro Paese di immigrati poveri e da mantenere con le loro numerose famiglie. Svolta benedetta dall’UE e dai nostri miopi politicanti e da qui, i guai hanno coinvolto tutta la popolazione ad iniziare dai salari bassi, con la CGIL lontana dal sostenere le rivendicazioni salariali, ma impegnatissima sul piano politico. È la cronaca, forse impietosa, ma realistica dei nostri giorni.
Le giuste istanze dei giovani, mutando uno slogan del ‘68 dovrebbero riconoscersi in “rivolta dei nipoti contro i nonni”, perché il folle disegno politico perseguito dai nonni, e l’accettazione supina delle istanze antindustriali, ha creato le premesse alla lacerante situazione occupazione di oggi a scapito dei nipoti e del Paese che si trova inevitabilmente sguarnito di una classe dirigente per fronteggiare le sfide che i politicanti non sono in grado di risolvere.
L’analisi sulla perdita del ruolo industriale dell’Italia, dovrebbe ampliarsi includendo la svendita delle Partecipazione Statali e delle banche pubbliche tirando in ballo personaggi esecrabili quali Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi e altri e siamo nel giugno del 1992, data assai emblematica. Argomento che tratteremo prossimanamente.
Tornando all’oggi cosa dovrebbe fare il governo?
Finanziare e sostenere le Università e facoltà Universitarie che formano ragazzi preparati nelle materie che rappresentano per loro e per il Paese un valore aggiunto e contestualmente lasciare in coda gli indirizzi che sfornano prevalentemente disoccupati.
Sul piano operativo e legislativo, rifacendoci a Tommaso Campanella e Guido Carli, rimuovere i” lacci e lacciuoli” che rendono difficile, creare e intraprendere attività imprenditoriali. Cercare poi in ogni modo di ridurre i costi energetici, incentivando l’operatività delle aziende che si trovano a competere con la concorrenza internazionale, favorire l’occupazione giovanile e di conseguenza i consumi interni.
Pur con il mutare dei tempi, se analizziamo gli anni promettenti del “miracolo economico”, quale insegnamento possiamo trarre? Allora si creavano attività e conseguenti posti di lavoro, senza troppe regole e vincoli, attese interminabili di permessi, licenze e pratiche burocratiche. ecc. Quindi la ricetta sarebbe quella giusta.
Oggi niente è ancora perduto. È sufficiente la volontà politica e il coinvolgimento dell’entusiasmo dei giovani, con la voglia di fare impresa e di confrontarsi con le proprie potenzialità.” il n’est jamais trop tard pour bien faire”.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
