Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, 27 settembre 1920-Palermo 3 settembre 1982) dedicò la vita a combattere il banditismo, il terrorismo e il loro retroterra.
Di Aldo A. Mola
Illuminismo e terrorismo
Lo storico scrive dell’avvenuto; non accampa previsioni sull’avvenire, che procede a segmenti discontinui e non sempre controllabili. Perciò non si pronuncia su come evolverà e dove approderà il “movimentismo” oggi serpeggiante anche in Italia. Alcuni opinionisti ne paragonano la potenzialità a quanto accadde negli Anni Settanta. Il raffronto è suggestivo; e persino inquietante. Esso contiene un “non detto” sul rapporto tra movimentismo e terrorismo, tra dialettica all’interno dell’ordinamento democratico e pulsioni eversive/sovversive: una concatenazione che in quegli anni colse impreparati gli apparati tenuti ad assicurare l’ordine democratico dello Stato e indusse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ad adottare criteri investigativi che lo resero giustamente famoso.
Per la valutazione del passato, che non vuol dire previsione del futuro, giova una panoramica delle molte forme assunte dal terrorismo covato dal movimentismo, anche in Italia, nel corso dei secoli e, soprattutto, dagli ultimi anni del Settecento. In premessa va osservato che, secondo opposti punti di vista non riconducibili a una “visione condivisa”, le “insorgenze” di quei tempi e le loro implicazioni, terrorismo incluso, sono state (e vengono) valutate da taluni come crimini esecrabili, da altri come eroismi lodevoli, anche perché spinti sino al sacrificio della vita.
Nel “Paese Italia” il terrorismo politico e la riflessione su di esso s’imposero dall’irruzione delle diverse concezioni e pratiche politico-militari esportatevi dalla Rivoluzione francese, più esattamente dall’avvento della Repubblica sulla fine del 1792, quando armate e agenti francesi dilagarono in Europa con il motto “République ou mort”. La “morte” non era riservata agli “esportatori” della Rivoluzione e ai loro devoti ma a quanti difendevano gli antichi regimi, riduttivamente liquidati come “troni e altari”. Ne hanno scritto Giuseppe Giarrizzo, Luca Addante (“Le Colonne della Democrazia. Giacobinismo e società segrete alle radici del Risorgimento”, Laterza) e studiosi della massoneria, concordi nell’osservare che dal 1793 al 1814 le logge e i club rivoluzionari sorti in Italia al loro interno o su loro impulso funsero da volano di repentini mutamenti.
Protorisorgimento e Risorgimento (Spilla Nera, carboneria massoneria, adelfia, “federati” e altre società segrete) traghettarono il movimentismo dalle insurrezioni e dai moti costituzionali alle cosiddette guerre per l’indipendenza, i cui ispiratori (a cominciare da Giuseppe Mazzini: a conferma va riletto il giuramento di iniziazione alla Giovine Italia) non nascosero mai la necessità politica e morale del ricorso alla cospirazione e a “spedizioni” o “invasioni” miranti a innescare rivoluzioni. Spesso risultarono azzardate, come quella, fallimentare, del 1834, in Savoia e collegata a un’insurrezione in Genova, ove Giuseppe Garibaldi si trovò “solo soletto” all’“appuntamento”; quella dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, dieci anni più tardi, o quella di Carlo Pisacane nel 1857. La “causa italiana” fu tutt’uno con il “tirannicidio”, sino a Felice Orsini, che attentò alla vita di Napoleone III e se ne fece vittima sacrificale. Il terrorismo, in sintesi, accompagnò passo passo il patriottismo.
Risorgimento incompiuto
Nel 2011 la celebrazione del 150° della proclamazione del regno d’Italia fu incardinata su due visioni complementari: la Patria “bella e perduta” e le riserve sul nuovo Stato, le cui istituzioni (la monarchia sabauda) vennero ritenute incapaci di guarire i misteriosi “mali originari”. Lo affermò ripetutamente Giorgio Napolitano, all’epoca presidente della Repubblica, spesso officiante a fianco di rappresentanti apicali della Chiesa cattolica, corrivi a lasciare tra parentesi che uno degli obiettivi degli artefici del regno d’Italia era la separazione dello Stato dalla Chiesa, cosa assai diversa dalla mera confisca e vendita di beni ecclesiastici, già attuata nel regno di Sardegna per ripianare le finanze squassate dalla guerra del 1849-1849 e dall’onerosa “pace” imposta dall’Impero d’Austria. Alcuni (Liberi Pensatori, logge massoniche, società ateistiche…) ebbero l’intento dichiarato di scristianizzare la società, come era avvenuto nell’età franco-napoleonica.
Spogliato della sovranità su parte del suo Stato, sin dal 1860 Pio IX reagì alla profanazione con la scomunica maggiore di Vittorio Emanuele II, del suo governo e di tutta la dirigenza politica e burocratica del regno nascente. La ribadì nel 1870.
Però la proclamazione del regno e il suo lentissimo riconoscimento da parte della Comunità internazionale (solo nel 1867 il governo della Nuova Italia sedette in una conferenza diplomatica europea) non impedirono il “grande brigantaggio” e lo stillicidio di moti e rivolte contro la tassazione su beni primari di consumo, l’obbligo del servizio militare, il conguaglio provvisorio dell’imposta fondiaria e altre riforme necessarie a consolidare lo Stato, anche con il pareggio del bilancio annuale.
I “democratici” avversari della soluzione monarco-sabauda dell’“unificazione” (peraltro ferma al palo dopo il 1870) ebbero quindi buon gioco a parlare di “Risorgimento incompiuto” e rivendicare un ampio ventaglio di “questioni” rimaste aperte. La stipula della Triplice Alleanza (1882) e le imprese coloniali (dal 1885) suscitarono dibattiti aspri e “accapigliature” nelle file della Sinistra (repubblicani, radicali, protosocialisti e internazionalisti, sgomenti a cospetto della repressione dei comunardi in Francia…). Il garibaldino Giosuè Carducci, poco dopo aver intonato l’inno alla Regina Margherita, icona dell’“eterno femminino regale”, marchiò Francesco Giuseppe d’Asburgo “imperatore degli impiccati” per la condanna all’esecuzione capitale di Guglielmo Oberdank, reo confesso di aver ordito un attentato alla sua vita.
Per decenni, dal 1865 (assassinio del presidente USA Abraham Lincoln) al 1914 (Sarajevo), gli attentati colpirono capi di Stato e di governo, dalle Americhe alla Russia zarista (Alessandro II, ucciso nel 1881), dalla Spagna all’Italia, che dal 1878 ne registrò parecchi contro Umberto I, sino al quarto, fatale, del 29 luglio 1900. Perciò nel settembre 1894 Francesco Crispi, a sua volta bersaglio di attentati, propose pubblicamente la convergenza tra Nuova Italia e gerarchie ecclesiastiche contro la “setta infame” che minava l’ordine pubblico. La “conciliazione”, però, era ancora impraticabile. Nel 1898 papa Leone XIII protestò contro la convocazione in Roma del convegno internazionale delle polizie investigative anti-anarchiche, perché rivendicava la sovranità sulla Città Eterna.
La Vittoria mutilata
Dopo la deprecazione del “Risorgimento incompiuto”, nel 1918-1919 fu additata all’esecrazione la “vittoria mutilata” e ne furono indicati i responsabili: Vittorio Emanuele Orlando (terzo presidente del Consiglio dall’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale, dopo Antonio Salandra e Paolo Boselli: a riprova che il Parlamento è sovrano anche quando il Paese è in guerra) e Sidney Sonnino, ministro degli Esteri dal 5 novembre 1914, in successione al geniale Antonino di San Giuliano. I due vennero imputati di non aver ottenuto al congresso di pace di Versailles la città di Fiume, non contemplata dall’accordo di Londra del 26 aprile 1915, che vincolò l’Italia a entrare in guerra entro un mese dalla firma contro tutti i nemici della Triplice Intesa: cosa che Roma non fece. Si limitò a dichiarare guerra contro l’Austria-Ungheria e solo nell’agosto 1916 contro la Germania, suscitando diffidenza negli Alleati.
Per sanare la mutilazione il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio capitanò la “marcia” di “volontari” da Ronchi alla “città olocausta”, senza alcun progetto politico-diplomatico-militare di lungo periodo. Condusse anche reparti di militari: promosse (o accettò) di mettersi a capo di una “diserzione” deplorata non solo da Giovanni Giolitti ma anche da Luigi Cadorna, Pietro Badoglio, Enrico Caviglia e dal nazionalista Luigi Federzoni, che si recò invano a Fiume per riportare il Comandante nell’alveo della legalità statutaria. Abbandonato dai carabinieri, che uscirono da Fiume sotto le fucilate dei “legionari”, il Vate seminò nel Paese pulsioni rivoluzionarie che si sommarono a quelle, tanto più ampie e temibili, di chi nel 1919-1921 voleva “fare come in Russia”.
Malgrado gli sforzi pedagogici governativi culminati nella tumulazione del Milite Ignoto nel Sacello del Vittoriano, da lì in poi Altare della Patria (4 novembre 1921), la guerra civile a bassa intensità alimentò atti terroristici da un capo all’altro del Paese, anche con attentati anarchici devastanti, come il 23 marzo 1921 al “Diana” di Milano, e crimini improntati talvolta a mero sadismo più che a foga ideologica. Essa si protrasse sino all’agosto del 1922. Fu imbrigliata dal governo di unità costituzionale nominato il 31 ottobre 1922. Il suo presidente, Benito Mussolini, aprì la prima seduta dichiarando che entro un giorno Roma sarebbe tornata alla normalità, come infatti avvenne. Celebrato l’anniversario della Vittoria, il 5 novembre il re tornò alla quiete della tenuta di San Rossore, lasciata la sera del 27 ottobre su angosciosa sollecitazione dell’inetto Luigi Facta.
La “seconda ondata”
L’avvento del nuovo governo, approvato dalle Camere a larghissima maggioranza, non mise fine al terrorismo politico, che si concretò anche nella sequenza di attentati a Mussolini. Questi spianarono la via a misure repressive culminanti nel divieto di costituire “associazioni segrete” (ovvio), nota come legge “contro la massoneria”, le cui comunità furono quindi indotte ad auto-sciogliersi prima che la legge entrasse in vigore (novembre 1925).
Neppure le “leggi fascistissime” del 1926-1927 e la decadenza “ope legis” dei deputati “aventinisti”, così privati dell’immunità, misero fine al terrorismo. A Milano il 12 aprile 1928 l’esplosione di una bomba posta alla base di un fanale di ghisa a piazzale Giulio Cesare causò venti morti e quaranta feriti (inclusi molti bambini), pochi minuti prima che Vittorio Emanuele III vi giungesse per inaugurare la IX Fiera Campionaria. Da mesi si susseguivano attentati ai treni. Ne venne sventato uno sul quale transitavano il re e Mussolini. Anni di arresti e interrogatori (anche con torture efferate: ne fu vittima Romolo Tranquilli, fratello di Secondino, noto come Ignazio Silone, mentre Umberto Ceva si uccise in carcere) non individuarono né esecutori né mandanti. Fu sospettato anche Mario Gianpaoli, “federale” di un fascismo che a Milano aveva anche un Circolo “Oberdan” frequentato da militi accesamente repubblicani. Le indagini coinvolsero figure ambigue, come Giobbe Giopp, esperto di esplosivi. Successivamente “Giustizia e Libertà” programmò dall’estero l’esecuzione di attentati terroristici per piegare il regime, che rispose indurendo la repressione anche tramite l’Ovra.
La Resistenza tradita
Dal novembre 1945 nacque e rapidamente si diffuse il terzo mito negativo sull’Italia. Dopo il “Risorgimento incompiuto” e la “Vittoria mutilata”, con le dimissioni di Ferruccio Parri da presidente del Consiglio dilagò quello della “Resistenza tradita”. Formato il 21 giugno, il governo era composto da rappresentanti dei sei partiti del Comitato centrale di liberazione nazionale: liberali, laburisti, democristiani, partito d’azione, socialisti e comunisti. Ricalcò la coalizione del secondo governo Badoglio (22 aprile 1944) sorta dalla “svolta partecipazionistica” impressa al partito comunista da Palmiro Togliatti, rientrato dall’Unione sovietica su direttiva di Stalin per prenderne le redini e dar vita al “partito nuovo”. In “Concerto a sei voci” ne scrisse “a caldo” Giulio Andreotti, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo presieduto dal 10 dicembre dal democristiano Alcide De Gasperi, con identica composizione del precedente.
Storici quali Aldo G. Ricci, Giuseppe Pardini e altri hanno documentato che durante i “governi della transizione” dalla fine della guerra all’avvento della Repubblica dilagarono violenze e terrorismo politico. Spazzato per anni dal “vento del Nord” e da quello “del Sud”, il Paese tornò faticosamente a precaria “normalità” solo con la vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948 e la conferma del quadripartito democrazia cristiana-partito socialista dei lavoratori (poi P. S. democratico)-repubblicani-liberali, al governo dal 31 maggio 1947. Il 18 luglio l’attentato a Togliatti, che usciva da Montecitorio con Nilde Iotti, scatenò la violenta protesta delle sinistre, guidata da Pietro Secchia. Il gesto di uno sconsiderato spinse l’Italia sull’orlo di un bagno di sangue.
Dal 1949, messa al riparo l’Italia grazie all’ingresso nella Nato, voluto anzitutto dal massone Randolfo Pacciardi in convergenza con il socialdemocratico Giuseppe Saragat e i liberali, mentre molti cattolici guardavano con sospetto gli anglo-americani, la coalizione poté permettersi molte varianti: bipartiti con appoggi esterni e persino un monopartito col sostegno dei monarchici. Dal canto loro, i socialisti tardavano a liberarsi dal sudario del Fronte popolare, che li rendeva succubi dei comunisti.
La delusione per l’impossibilità di fare della guerra partigiana la misura dell’Italia postbellica era stata intuita da chi aveva vissuto l’esperienza resistenziale come fusione tra politica e militanza armata. Fu il caso di Dante Livio Bianco. Avvocato nello studio torinese di Manlio Brosio (ministro della Guerra nel I governo De Gasperi, poi ambasciatore in Russia e di seguito segretario generale della Nato), Bianco fu tra i fondatori del partito d’azione in Piemonte (1942) e della banda “Italia libera” (12 settembre 1943), espressione diretta del partito. Commissario politico della I divisione “Giustizia e Libertà”, comandante delle formazioni “GL” del Piemonte e membro della Consulta nazionale per il Pda (1945-1946), nel 1945 pubblicò “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, subito paragonato ai Commentari di Cesare. Convinto che i “partigiani” dovessero assumere la guida del Paese e candidato alla Costituente con esito deludente, l’8 giugno 1947, in occasione della consegna della Medaglia d’Oro al V.M. al Gonfalone di Cuneo, egli disse: «Cittadini! Compagni! Altre lotte ci attendono, e auguriamoci che siano solo lotte sul piano della legalità, senza armi in pugno; ma qualunque debbano essere i modi delle nuove lotte, noi partigiani cuneesi, noi partigiani d’Italia, sapendo di avere con noi la parte migliore del popolo italiano, diciamo ben forte che siamo pronti e decisi a combatterle.» A cospetto del presidente della Repubblica Luigi Einaudi il 18 settembre 1948 rivendicò la «guerra di popolo», libera scelta di coscienza anche in una terra dove le «teste quadre» sono la regola e le «teste calde» un’eccezione, per edificare un’«Italia moderna, pulita, seria, fatta di uomini liberi, nemici della retorica e capaci di ideali».
Aveva in memoria le direttive da lui più volte impartite ai comandanti partigiani. A uno di essi il 29 dicembre 1944 scrisse «vi raccomando caldissimamente di salvare il più possibile di armi, e di mettervi in condizioni di potere poi andare a prenderle con sicurezza dove trovarle; ricordatevi che le armi sono, e ancor più saranno, il nostro pane, lo strumento indispensabile per la nostra affermazione, per l’epurazione della gente che voi ben sapete».
Un quarto di secolo dopo, nel 1973, i suoi “Venti mesi” furono ripubblicati nelle edizioni Einaudi con il titolo “Guerra partigiana”. Nella premessa Norberto Bobbio ricordò la bandiera del partito d’azione: la “rivoluzione democratica”, una formula che a Benedetto Croce parve un ircocervo come il “socialismo liberale” e il “liberalsocialismo”. Nell’introduzione alla nuova edizione, datata 25 aprile, Nuto Revelli annotò: «Con Livio parlo spesso delle armi sotterrate, spareremo soltanto e vincerà, con un colpo di Stato, la monarchia.» E ricordò l’episodio della collina di Santa Libera, presso Santo Stefano Belbo, ove nell’agosto del 1946 un gruppo di partigiani armati astigiani sfidò «apertamente la restaurazione in risposta alle umiliazioni subite, in risposta al grave processo di involuzione». Ne hanno scritto Marco Rossi e Laurana Lajolo. Tra i “campioni” di Santa Libera vi fu Giovanni Rocca, partigianamente “Primo”, il cui ritratto fu sbozzato da Giorgio Bocca in una lettera al comando piemontese GL: «Questo Rocca è quello che uccide personalmente i fascisti a colpi di pala squartandoli […] Forse un po’ troppo virile. Guardo nel cielo e dico: beviamo il calice sino alla feccia». Nella sua introduzione Revelli evocò il 18 maggio 1958 quando a Cuneo fu impedito a Giorgio Almirante di tenere un comizio e Pinella Ventre, vedova di Dante L. Bianco, era stata in prima linea a «gridare “no” al fascismo: contro la polizia, contro l’Italia dei benpensanti, dei furbi, dei servi, dei mafiosi. Era questa la “rivoluzione democratica” sognata da Livio. Ma non fuori tempo. E con i mitra, non con le pietre».
Alle spalle quell’Italia degli Anni Settanta aveva il mito della “Resistenza tradita”, la nascita di “Potere studentesco” (risibile) e il “Sessantotto”, che in Italia esplose nel 1967. Le sue “voci”, discordanti e inconcludenti, furono raccolte da Gianfranco Miro Gori in “Processo al ‘68” (ed. “Il Ponte Vecchio”, 2026). Da quel “brodo di coltura” nacquero Potere operaio, Lotta continua e infine le Brigate Rosse. Il terrorismo non nasce dal nulla. I suoi semi giacciono in un “humus” di quando in quando riscaldato dai raggi di uno dei tanti “soli” (non sempre “dell’avvenire”). Negli anni Sessanta-Settanta promanarono da Fidel Castro, “Che” Guevara, dal Maoismo, dalla catastrofe dell’“Occidente” in Vietnam… I semi germogliano. Solo molto dopo si capisce se steli e foglie siano èduli o tossici.
Così vale per processioni e cortei. Si sa da dove partono. Non sempre dove vogliano e possano parare. Avanzano discontinui, a strattoni, talora sognando utopie rivoluzionarie anziché riforme possibili. A volte il loro cammino è sbarrato da plotoni in marcia; allora la musica cambia.
Aldo A. Mola

Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, 27 settembre 1920-Palermo 3 settembre 1982) dedicò la vita a combattere il banditismo, il terrorismo e il loro retroterra. Carabiniere come il padre e il fratello raggiunse i gradi di generale della Divisione interregionale “Pastrengo” e di vicecomandante dell’Arma Benemerita. Nominato prefetto di Palermo, non ricevette gli aiuti promessi dal governo e, isolato da chi affermava che “la mafia non esiste”, fu assassinato da mafiosi in Palermo, con la moglie, Emanuela Setti Carraro, e la scorta.
Sull’attentano del 12 aprile 1928 a Milano v. Carlo Giacchin, “Attentato alla Fiera, Milano.1928”, Milano, Mursia, 2012); sul “Sessantotto” v. Paolo Deotto, “Sessantotto. Diario politicamente scorretto”, Verona, Fede & Cultura, 2008. La Relazione di Giorgio Bocca al comando regionale GL, con la citazione di Giovanni Rocca (“Primo”), in A.A.M., Giellisti, Cuneo, Cassa di Risparmio di Cuneo, 1997, vol. III, Documenti, pp. 182-84.
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