Quali conseguenze per i Paesi Occidentali?
Mercoledì scorso il mondo ha trattenuto il fiato in attesa della catastrofe finale. Il presidente americano aveva detto: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà». Papa Leone XIV il 7 aprile commentando le parole con cui Trump ha annunciato l’ultimatum all’Iran, ha detto che questa «minaccia contro tutto il popolo dell’Iran non è accettabile, (…) è una questione morale».
Nelle stesse ore il presidente dei vescovi americani, Paul Coakley, affermava analogamente che «la minaccia di distruggere un’intera civiltà (…) non può essere moralmente giustificata».
E’ poi sopraggiunto l’annuncio dell’accordo tra Iran e Stati Uniti per un cessate il fuoco di due settimane, a 90 minuti dalla scadenza dell’ultimatum lanciato dal presidente Trump. Sia il presidente americano sia i leader iraniani hanno immediatamente cantato vittoria, e anche i commentatori si sono divisi, spesso sfociando nel tifo. Con l’ottimismo le Borse hanno scommesso sull’avvio alla normalizzazione, ma Netanyahu ha stabilito che i combattimenti contro Hezbollah possono continuare, facendo franare ogni speranza.
Così l’ottimismo è sfumato e il passaggio dallo stretto di Hormuz è praticamente chiuso agli amici degli Usa. È seguita la fulminea carneficina israeliana in Libano, con oltre 300 morti, suscitando reazioni di raccapriccio a livello mondiale, e sarebbe auspicabile che Donald Trump tenesse conto delle impennate israeliane, negli incontri di pace che inizieranno la prossima settimana,
Notizia dell’ultim’ora la dichiarazione dell’IDF secondo cui – con la demolizione dell’ultimo ponte, il Sud del Libano è stato tagliato fuori dal resto del Paese.
Per capire i gravi rischi cui l’umanità potrà ancora andare incontro, si deve necessariamente e con lucidità, analizzare il progetto politico sionista promosso da Benjamin Netanyahum, primo Ministro israeliano più longevo della storia dello Stato di Israele, che esprime un’evoluzione ideologica e strategica di lungo corso.
Essa si articola lungo diverse direttrici: sicurezza nazionale, identità ebraica dello Stato, espansione degli insediamenti nei territori occupati, rapporti con la diaspora e ridefinizione della posizione di Israele nello scacchiere regionale e globale.
Per comprenderne la portata, è necessario un inquadramento storico e politico del sionismo e del percorso personale di Netanyahu, Il sionismo nasce alla fine del XIX secolo come movimento nazionalista ebraico con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico in Terra d’Israele (Eretz Israel). Il suo fondatore ideologico, Theodor Herzl, immaginava un progetto laico, democratico e liberale. Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, il sionismo ha subito varie trasformazioni, articolandosi in forme diverse: sionismo lavorista, religioso, revisionista, culturale e post-sionista.
Benjamin Netanyahu incarna e promuove una forma di sionismo che può essere definita neo-revisionista, fortemente influenzata dalla tradizione di destra inaugurata da Ze’ev Jabotinsky. Questo sionismo si fonda sull’idea che Israele debba affermare con forza i propri diritti storici, religiosi e di sicurezza sulla totalità della “Terra d’Israele”, che comprende anche la Cisgiordania (Judea e Samaria, secondo la terminologia sionista tradizionale). Il primo pilastro della visione sionista di Netanyahu è la centralità della sicurezza. Netanyahu sostiene che Israele, circondato da nemici e minacciato da attori statali e non statali (Iran, Hezbollah, Hamas), non possa permettersi cedimenti territoriali o soluzioni negoziate che mettano in discussione il controllo militare sui territori strategici. In questo quadro:
- Il rifiuto della soluzione dei due Stati è una delle posizioni più chiare del suo governo.
- Le operazioni militari a Gaza– intensificatesi drammaticamente dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas – sono giustificate come atti di autodifesa e parte integrante della sopravvivenza nazionale.
- L’espansione delle capacità belliche, con il sostegno della tecnologia e dell’intelligence (Mossad, Shin Bet, IDF), viene considerata essenziale per la sopravvivenza dello Stato ebraico in un contesto ostile.
Il sionismo di Netanyahu tende quindi a fondersi con una forma di realismo securitario che rifiuta concessioni territoriali e promuove una lettura quasi darwiniana della geopolitica mediorientale.
Un altro aspetto centrale del suo sionismo è l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Netanyahu ha progressivamente spostato il consenso israeliano verso una normalizzazione dell’idea che territori conquistati nel 1967 possano essere integrati permanentemente nello Stato di Israele. Le sue politiche includono:
- L’approvazione di nuove unità abitative negli insediamenti, anche in aree particolarmente controverse come l’Area C (che costituisce circa il 60% della Cisgiordania).
- Il sostegno esplicito alla legalizzazione retroattiva di avamposti illegali, in spregio al diritto internazionale.
- La prospettiva di annessione unilaterale di alcune parti della Cisgiordania – proposta più volte ma non ancora formalmente attuata, anche per evitare crisi diplomatiche con gli Stati Uniti.
In questa visione, la presenza ebraica in tutta la Terra d’Israele è non solo legittima ma necessaria. La narrazione storica promossa da Netanyahu presenta la Cisgiordania come il cuore della patria ebraica, con riferimenti continui alla Bibbia e alla storia del popolo ebraico.
Nel 2018, il governo Netanyahu ha approvato la controversa Legge Fondamentale: Israele Stato-nazione del popolo ebraico, che definisce Israele come “la patria storica del popolo ebraico” e il diritto all’autodeterminazione come “unico del popolo ebraico”.
Tale legge rafforza la dimensione etno-nazionale dello Stato, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua “con status speciale”, ma allo stesso tempo ha suscitato forti proteste da parte della minoranza arabo-israeliana (20% della popolazione), che si è sentita marginalizzata.
Questa legge è la manifestazione giuridica del sionismo di Netanyahu, che tende a privilegiare l’identità ebraica dello Stato rispetto a una sua definizione pienamente democratica o egualitaria. Tale visione è stata ulteriormente rafforzata dai tentativi di riforma del sistema giudiziario, accusati di voler limitare il potere della Corte Suprema e di ridurre i contrappesi democratici.
Un altro elemento rilevante del sionismo di Netanyahu è la ridefinizione del rapporto con la diaspora ebraica. Tradizionalmente, il sionismo aspirava a unire il popolo ebraico nella terra d’Israele, ma Netanyahu ha promosso una linea che tende a identificare Israele come l’unico vero rappresentante legittimo degli ebrei nel mondo.
Questo approccio si inscrive in una logica di sionismo escludente, in cui solo un certo tipo di ebraismo – religioso, nazionalista, filoisraeliano – è considerato autentico o legittimo.
Netanyahu ha profondamente trasformato il sionismo anche sul piano geopolitico. Uno dei suoi obiettivi principali è stato quello di rompere l’isolamento regionale di Israele, e ha ottenuto risultati significativi con la promozione degli Accordi di Abramo (2020), normalizzando le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan, ma, questo è l’aspetto fondamentale, ha eletto l’opposizione all’Iran quale asse centrale della sua politica estera, presentando Teheran come minaccia esistenziale per Israele e giustificando così alleanze con regimi autoritari sunniti.
Siamo dinanzi a un sionismo di potenza, volto a garantire la superiorità politica, militare e identitaria dello Stato di Israele in Medio Oriente. Questo approccio ha suscitato profonde fratture interne e internazionali.
All’interno di Israele, ha polarizzato l’opinione pubblica e intensificato le divisioni tra ebrei religiosi e laici, tra ebrei ashkenaziti e mizrahì, tra ebrei e cittadini arabi. A livello globale, ha messo in crisi i rapporti con alcune comunità ebraiche e ha alimentato critiche da parte di organizzazioni internazionali per presunte violazioni del diritto internazionale.
La scorsa settimana, Giorgia Meloni ha marcato la distanza dalle minacce di Trump all’Iran, e dalla scelta di Israele di intensificare i bombardamenti sul Libano, denunciando anche “azioni irresponsabili” come quelle nei confronti di un convoglio Unifil italiano.
In una nota di Palazzo Chigi si sottolinea che “i militari italiani sono presenti in Libano sulla base di un mandato ricevuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e agiscono nell’interesse del mantenimento della pace”. È quindi “del tutto inaccettabile che il personale che agisce sotto la bandiera dell’Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili come quelle odierne, che sono in palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”. Gli attacchi israeliani in Libano, “che hanno già provocato troppi morti e un’inaccettabile numero di sfollati, devono cessare immediatamente”.
“Israele dovrà chiarire quanto accaduto e, in questo quadro” il presidente del Consiglio “attende gli esiti della convocazione di giovedì alla Farnesina dell’ambasciatore d’Israele a Roma su iniziativa del vicepresidente del Consiglio. La nota si conclude affrontando il tema della tregua in Iran, spiegando che il cessate il fuoco concordato questa notte “è un’opportunità da cogliere per porre fine anche alla guerra in Libano. La decisione di Hezbollah di trascinare la Nazione in questo conflitto è stata irresponsabile, ma i continui attacchi israeliani in Libano, che hanno già provocato troppi morti e un inaccettabile numero di sfollati, devono cessare immediatamente. L’Italia ribadisce ancora una volta con fermezza la necessità di garantire la sicurezza dei soldati italiani e dell’intero contingente Unifil”, ribadisce il vicepresidente dei Consiglio e Ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Le mire di Israele non si sono limitate, come in passato a scaramucce regionali, ma stanno minando i destini dell’Occidente e questo è intollerabile. La situazione è fluida e può incontrare accelerazioni e ripercussioni in ogni momento.
Che farà Donald Trump? Accelererà i negoziati con Teheran per sganciarsi dall’abbracci mortale di Netanyahu, per affrancarsi in vista delle elazioni di novembre?
Intanto l’Occidente attende un segnale per poter riprendere la normalità. Dagli Stati Uniti stanno già arrivando notizie sulla ripresa dell’antisemitismo che, perdurando la caparbietà di Israele nei prossimi negoziati, potrebbe facilmente infiammare l’Europa.

Civico20News
Francesco Rossa
Editorialista
