Appunti sulle scelte recenti di Giorgia Meloni
La politica estera è un campo molto ambiguo, dove tutti possono avere ragione e tutti possono avere torto, dove le variabili sono infinite e in un attimo possono cambiare previsioni, giudizi, analisi attendibili sino a pochi giorni prima.
Se a ciò si aggiungono infiniti aspetti di irrazionalità, di fanatismo politico e religioso, di odi antichi e radicati e, infine, di caratteristiche psicologiche e caratteriali dei vari leader nazionali il compito del politologo e dell’esperto di geopolitica diventa quasi impossibile, nonostante nei vari talk-show serali tutti si sforzino di apparire competenti e convincenti. A differenza dei vari scenari nazionali, più delimitati e conoscibili, quelli internazionali appaiono terre incognite dove hic sunt leones, e dove i leoni metaforicamente sono rappresentati dai rapporti di forza, qualche volta addirittura tribali, che agiscono per definizione ben oltre le ragionevoli aspettative della politica e del diritto internazionale.
“Nei sistemi complessi” scriveva Edgar Morin, scomparso pochi giorni fa, “l’imprevedibilità e il paradosso sono sempre presenti ed alcune cose rimarranno sconosciute”; e di questo va tenuto conto quando si affrontano certi argomenti e certe situazioni, soprattutto se si porta sulle spalle la responsabilità della politica estera di un paese, come Giorgia Meloni, ma anche quando la si vuole aprioristicamente criticare, come fanno le opposizioni di sinistra.
Nell’affrontare questo tema bisogna tenere conto di due elementi essenziali: il fatto che l’Italia è una potenza medio-piccola, e il fatto che le medie potenze europee (e l’Unione Europea nel suo complesso) si dimostrano incapaci di fronteggiare le grandi sfide continentali e internazionali in genere. Il primo elemento costringe la nostra nazione a cercare un affiancamento e un appoggio da parte di una potenza più consistente, che naturalmente sono gli Stati Uniti; il secondo la dissuade dall’affiancarsi ai “volonterosi” di turno e alla UE. E a tutto ciò si unisce, ovviamente, l’esigenza primaria di tutelare l’interesse nazionale.
Queste sono le ragioni da opporre alle critiche dell’opposizione, che sembrano, come sempre, non rendersi conto della realtà e non perdono occasione di contrastare le scelte governative con argomenti raramente convincenti, e talvolta con toni francamente beceri come quelli recenti, in Parlamento, di un certo esponente del M5S di cui sarà bello dimenticare il nome.
Lasciamo stare le richieste di boicottare Israele, cosa del tutto inutile di fronte ad uno stato che sfida ogni giorno l’opinione pubblica mondiale -e oggi anche il suo tradizionale alleato americano- e si dimostra granitico nella tutela dei suoi interessi territoriali, securitari e militari; così come la questione iraniana, troppo lontana e complessa per poter essere influenzata da una qualunque nostra iniziativa nazionale.
Una situazione che invece ci tocca profondamente e pericolosamente è quella ucraina, sia per la sua vicinanza geografica, sia per le implicazioni economiche che riveste per noi.
Il conflitto russo-ucraino ha sovvertito gli equilibri europei e ha fornito l’occasione a determinati stati e all’Unione Europea di riaccendere il fuoco bellicista nei confronti della Russia, vista ossessivamente come intenzionata ad aggredire l’Europa in tempi brevi; e ha dato anche il via a una corsa al riarmo che comporta e comporterà spese colossali a tutto vantaggio dell’industria bellica (soprattutto tedesca e francese) e a tutto svantaggio di quelle civili e sociali. Cosa che la grande maggioranza delle popolazioni europee vede come una follia ma che non sembra scalfire la cieca volontà dei governi.
Ma il problema più imminente, affrontato dal week end londinese di Macron e Merz (padrone di casa Starmer), con la guest star Zelensky, è quello del salvataggio di quest’ultimo e dell’Ucraina la quale, già riempita di denaro e di armi occidentali, sembra non poter fronteggiare un esercito russo che avanza lentamente e con molte difficoltà, ma inesorabilmente.
Giorgia Meloni non era della compagnia; ed è stato un bene sostanziale e di immagine per lei non essere presente con capi di governo in buona parte delegittimati all’interno dei loro paesi e incapaci di ogni decisione concreta e immediata. Si è solo discusso dell’accelerazione del processo di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, cosa che non sembra turbare più di tanto Putin, ma che sarebbe però disastrosa per gli stati europei e per l’Italia in particolare, e quindi bene ha fatto Meloni a prendere le distanze dal vertice londinese.
Proviamo a immaginare l’immensa quantità di risorse finanziarie che l’Europa dovrebbe convogliare verso un paese semi-distrutto dalla guerra, economicamente prostrato, politicamente instabile, pervaso dalla corruzione, lontanissimo dagli standard dello stato di diritto, con un’agricoltura molto estesa che assorbirebbe una parte considerevole degli aiuti europei nel settore provocando, già ora, una forte inquietudine negli agricoltori europei e italiani.
E soprattutto quei politici, a cui ovviamente si aggiunge la Von der Leyen, sembrano ignorare un dettaglio che è stato fatto notare più volte dagli esperti: il TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) al suo interno ha un articolo molto simile all’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico; precisamente il 42, in cui si prevede che “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”. Praticamente, un ulteriore futuro attacco a un’Ucraina inserita nell’UE trascinerebbe in guerra l’Europa intera, Italia compresa.
Bene fa dunque Giorgia Meloni a ribadire la contrarietà italiana a ogni coinvolgimento militare nella questione ucraina e a stare lontana dai guerrieri inglesi, francesi, tedeschi; questi ultimi affetti da una vera e propria ossessione riarmista, forse anche per distogliere l’attenzione dal loro declino economico e industriale.
La nostra Presidente del Consiglio deve però anche chiedersi quanto gli italiani siano ancora disposti a sostenere economicamente un’Ucraina non più in grado di vincere la sua guerra né di ricomporre la sua integrità territoriale, una guerra che -con l’ostilità e le sanzioni verso la Russia- pesa grandemente da anni sul nostro sistema economico, soprattutto sotto il profilo energetico. E anche ci chiediamo quanto gli italiani continuino ad apprezzare un ferreo sostegno a Zelensky senza se e senza ma, anche se subordinato ad un’assenza di intervento militare; un sostegno che ormai ha assunto la fisionomia di una dichiarazione di principio ostentata, obbligata e acritica di cui ci chiediamo sempre più quale sia il senso.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
