Sul Corriere della Sera del 15 aprile Ernesto Galli della Loggia, in un suo editoriale (La forza del diritto), lamenta la progressiva decadenza dell’idea e della sostanza del diritto internazionale attribuendola essenzialmente a due fattori: la mancanza di un’autorità mondiale in grado di imporne il rispetto e l’assenza di un retroterra storico, politico e culturale davvero comune all’Occidente. E i fatti di questi ultimi anni, ormai sotto gli occhi di tutti (Ucraina, Gaza, Iran) sembrano dimostrare la realtà di questa visione.
Ma c’è un’altra decadenza del diritto che sta sempre più corrodendo la nostra civiltà e, pur non essendo così appariscente, è tuttavia dotata di un elevato grado di pericolosità sociale a più livelli.
Ne parla Ugo Mattei in un suo libro recente (La fine del diritto, Feltrinelli, ottobre 2025) che si inserisce nel suo filone di critica e messa in guardia contro il progressivo venir meno delle garanzie giuridiche che da secoli informano la cultura dell’Occidente, e proprio nel momento in cui, parallelamente, il confronto fra le nazioni, come diceva Galli della Loggia, vede sempre più prevalere il diritto della forza sulla forza del diritto.
Mattei, docente di diritto civile nell’università di Torino e di diritto internazionale nell’università della California, appartiene a quella apprezzabile cultura di sinistra che rifugge da ogni banalità propagandistica e dalla realtà politicante del mainstream, proprio quella realtà votata al culto dell’irrazionalismo che abbiamo criticato recentemente su queste pagine.
La tesi fondamentale del libro è che stiamo assistendo ad un “fenomeno di ritirata del diritto di fronte a un’eccedenza tecnologica che lo sta sostituendo”. In altre parole, la tecnologia dilagante sta uccidendo il diritto tramite le sue realizzazioni di punta: l’intelligenza artificiale, il controllo a distanza delle nostre esistenze, gli strumenti informatici che abbiamo quotidianamente con noi.
Secondo Mattei il canone giuridico occidentale si fonda essenzialmente su quattro pilastri: la risoluzione dei conflitti sociali da parte di un soggetto terzo che applica principi normativi preesistenti in grado di convincere anche il soccombente della giustizia del pronunciamento; l’esistenza di un libero arbitrio individuale che pone il soggetto in grado di assumere decisioni razionali; il giudizio basato su ciò che un soggetto fa e non su che cosa è; un diritto indipendente dagli altri circuiti di socializzazione (istruzione, politica, economia, religione, cultura, informazione, etica, moda…) Oggi è ancora così?
Il capitalismo occidentale si è sviluppato proprio su questi presupposti, a differenza del comunismo sovietico e cinese, ed ha prodotto il culto dei diritti soggettivi che, a sua volta ha prodotto il costituzionalismo liberale a base del cosiddetto “mondo libero”. Ma, sottolinea Mattei, si è prodotta anche la divisione fra proprietà privata personale e proprietà dei mezzi di produzione, con le conseguenze che conosciamo rispetto alla giustizia sociale.
Quel capitalismo d’antan è però evoluto (o involuto) in una complessa macchina dominata dalla tecnologia che l’ha trasformato in un leviatano digitale in grado di costringere il libero arbitrio delle persone tramite una complessa e inestricabile rete di controllo, il capitalismo della sorveglianza di cui parla la Zuboff o addirittura, e peggio, in un “neuro-capitalismo”, secondo l’espressione di Mattei, in cui l’uomo viene ibridato con la macchina e sottoposto al suo controllo in una terribile distopia.
Ed è proprio il tema del libero arbitrio che, nel testo di Mattei, assume una rilevanza notevole: se tutte le nostre scelte non sono più libere, ma indotte da condizionamenti tecnologici, come si giustifica in generale la sanzione giuridica? Si pensi solo a come già oggi i bisogni e le decisioni sociali siano ampiamente eterodiretti dagli investimenti in marketing.
Tutto questo ha generato nelle menti dei consumatori desideri inutili e conformismo, i veri motori del capitalismo della conoscenza, sia quella pubblica dilatatasi enormemente dopo l’11 settembre 2001 sia quella privata consegnata a Google, Meta, Amazon e altri.
Nell’evoluzione del diritto in Occidente si è assistito ad un progressivo suo emanciparsi dal potere politico in cui i giuristi contribuiscono con un sapere indispensabile, venendone cooptati in varie forme nel proprio ambito di privilegio; anche se poi il potere fa uso del diritto quando gli conviene perché ne rafforza la legittimità, ma quando il diritto darebbe ragione ai subalterni non esita a ignorarlo e a esercitare la bruta legge del più forte. E a questo proposito Mattei si pone un problema molto attuale e inquietante: perché sottostare ai principi giuridici consolidati quando il controllo politico e sociale può essere ben più facilmente ottenuto tramite le vie di fatto della supremazia tecnologica?
Il cosiddetto “consenso informato”, ad esempio, diventa secondo Mattei “una foglia di fico, un paravento pseudo-giuridico con cui i giuristi, sempre meno critici, si autoconvincono che il diritto mantenga qualche voce in capitolo sulla nuova frontiera online”.
Chi accede all’infosfera, un ambito di controllo pervasivo e inevitabile, lo fa sempre piegandosi al ricatto -prendere o lasciare- resistendo al quale si è semplicemente esclusi, tramite tecnologia, dalla possibilità di accedere alle utilità della Rete. Si verifica cioè, secondo il giurista torinese, una nuova forma dell’antico ostracismo.
Per il moderno capitalismo commerciale è essenziale prevedere le probabilità di un dato comportamento del consumatore perché esso ha un valore sul mercato, e tutto questo dipende da chi il consumatore è, dalla sua mentalità, dalla sua struttura intellettuale e morale, alla faccia della privacy. Chi clicca quel tasto esce dal mondo della giuridicità e si sottopone al non-diritto di Google, Amazon, Facebook, accettando regole e condizioni imposte dai nuovi feudatari ai nuovi sudditi; spesso rinunciando anche alle giurisdizioni ordinarie per sostituirle con enti arbitrali privati che possono ampiamente derogare ai principi giuridici consolidati.
È la logica dei tornelli elettronici per entrare in stazione, un tempo luogo pubblico; del consenso informato per ottenere il green pass; del telefonino per accedere a ogni servizio; dello spid per entrare in piattaforme pubbliche o private; della modulistica online per ottenere servizi pubblici o privati, senza più poter parlare con un operatore. Il tutto cedendo obbligatoriamente sempre nuovi dati personali a chi ne farà sicuramente commercio, e confessando ogni giorno chi siamo, che cosa pensiamo, che cosa vogliamo a nuovi feudatari lontani e dotati di un potere irresistibile.
Come rimediare a questa perdita di controllo politico sulla tecnologia e sulle grandi realtà economiche?
Mattei, da bravo intellettuale di sinistra, propone una soluzione socialisteggiante e sessantottina -vaga e non proprio lucidissima- sintetizzata nel motto: “O barbarie, qui e adesso, o socialismo che, sugli errori del passato, sappia fondare l’internazionale delle generazioni future”.
E su questo, nonostante le precedenti e interessanti analisi contenute nel libro, non ce la sentiamo di concordare. Meglio, probabilmente, ritornare a un liberalismo vero, nemico dei monopoli e amico degli individui, che riproponga oggi una delle tante rivoluzioni culturali, politiche e giuridiche di cui è stato orgogliosamente capace nei secoli scorsi. A tutela proprio di quei nuovi diritti comunque ben delineati da Mattei.

Civico20News
Elio Ambrogio
Editorialista
