Il 5 dicembre, il Censis – acronimo di “Centro Studi Investimenti Sociali”, fondazione privata nata nel 1964 con l’intento di approfondire tematiche economiche e sociali – ha pubblicato il “Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025”. Come ogni anno, i dati sono tanti e le considerazioni che si possono trarre molte, anche se emerge una sostanziale continuità rispetto ai trend già evidenziati in passato.
In sintesi, dal resoconto del Censis esce un’Italia, nel complesso della sua popolazione, economicamente fragile ed emotivamente sfiduciata. Infatti, negli ultimi 15 anni, sia le famiglie più povere sia i ceti medi hanno diminuito le proprie ricchezze; di contro le famiglie maggiormente agiate (che rappresentano il 10% di quelle complessive) hanno incrementato i loro patrimoni.
Questa polarizzazione delle ricchezze – che, a dire il vero, caratterizza le economie occidentali dalla caduta del muro di Berlino – trova conferma in diversi indicatori macroeconomici. Ad esempio, negli ultimi vent’anni il numero delle imprese è fortemente diminuito (soprattutto quelle guidate da giovani sotto i 30 anni, crollate del 46,2%) e il reddito delle micro-imprese (fino a 5 addetti) si è contratto. Viceversa, le realtà produttive più grandi – tra cui un ruolo centrale viene giocato dalle multinazionali – hanno conquistato nuovi spazi di mercato e margini di profitto.
Inoltre, quale esito di una sempre più intensa automazione, la forza lavoro impiegata tra il 1995 e il 2022 è passata da 207.000 addetti a 163.000 (-21,3%) e il potere d’acquisto è stato falcidiato da un’inflazione galoppante, pure in questo caso a principale danno delle classi medie e meno ricche, in quanto – come rivela il Global Wealth Report 2025 – nel solo 2024 il numero dei milionari italiani è cresciuto della non esigua percentuale del 3,81% (e similmente è avvenuto nel mondo).
Di conseguenza, le implementate difficoltà economiche hanno determinato maggiore sfiducia collettiva. Uno scetticismo che sembra coinvolgere quasi tutti i settori: il 72% degli intervistati non si fida dell’attuale classe politica (e dell’Unione Europea), il 53% delle persone crede che nel mondo odierno forza e aggressività prevalgano sul diritto e sulle deliberazioni degli organismi internazionali, il 78,5% degli italiani teme di non riuscire a contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati, mentre il 28,3% dei giovani pensa che la scuola non prepari in maniera adeguata alle sfide del futuro.
A fronte della descritta poco idilliaca situazione (frutto di un mix tra tensioni internazionali, stagnazione economica, calo dei posti di lavoro – secondo il “Future of Jobs Report 2025” del World Economic Forum, il 22% degli impieghi entro il 2030 sarà sostituito dall’automazione e dall’intelligenza artificiale –, calo demografico e altri fattori ancora), circa la metà degli italiani riferisce di essere disponibile a destinare fino a 70 euro al mese nell’obiettivo di tutelarsi da eventi avversi e da situazioni di non autosufficienza, mentre il 52,3% ritiene di poter ridurre i propri consumi, così da reinvestire ciò che si è risparmiato in servizi assicurativi volti a prevenire i menzionati rischi.
Tuttavia, a fronte di intenti indubbiamente lodevoli (peraltro già di per sé inadatti a prevenire con una certa efficacia i rischi connessi alle dilatate povertà perché un investimento di € 70,00 mensili, benché il risultato vari a seconda dei prodotti finanziari a cui è possibile aderire, dopo un 25-30 anni circa, produce un’integrazione reddituale di appena € 150-200 mensili), nel concreto, oltre il 70,0% degli italiani non sta facendo assolutamente nulla, rimandando ogni decisione a un imprecisato futuro e riponendo una generica speranza di ricevere soccorso da familiari o enti caritatevoli.
Ne emerge, pertanto, il quadro sconfortante di una nazione che, anno dopo anno, riduce il proprio tenore di vita, che spende meno in cultura (in 20 anni calata del 34%), che legge poco (la percentuale di libri venduti si è contratta del 24,6%), che vede assottigliare in termini significativi le prospettive di ricevere utilità dal welfare pubblico (dalle pensioni alla sanità passando per l’istruzione) e che – di contro – si limita a guardare attonita, preferendo godersi un effimero presente, piuttosto che tentare di crearsi un futuro maggiormente strutturato.
Certo, l’Italia – benché da oltre trent’anni annaspi in un limbo privo di effettiva crescita – rimane sempre una nazione dalla discreta agiatezza (dai dati che si possono reperire su Wikipedia, dopo paesi quali la Nuova Zelanda e gli Emirati Arabi Uniti, il “bel paese” rimane al 28° posto nella lista degli stati per PIL pro capite nel mondo) e ciò, in parte, rassicura.
Quanto poi la colpa delle descritte problematiche sia dovuta al mutato contesto internazionale (indubbiamente non favorevole all’Italia con potenze emergenti quali l’India e la Cina che ricavano massimo profitto dai ridotti costi della manodopera), a una classe dirigente che non è in grado o non ha interesse a far crescere i ceti medi e le classi sociali meno agiate come invece avvenne nel periodo del secondo dopoguerra, a una strategia UE più incline a contenere i disavanzi pubblici che ad accelerare sulla crescita, o – da ultimo – a una società che ha perso grinta (e fiducia) rispetto alla generazione del “miracolo italiano” che portò l’Italia a essere la sesta potenza mondiale durante gli anni ’80, è difficile da dirsi.
Quello che sarebbe bello, però, è che il prossimo rapporto Censis restituisse un’inversione di tendenza e un quadro più ottimistico e sereno. Sinceramente ne dubitiamo, considerati (tra gli altri) i venti di guerra che continuano a spirare sull’umanità, a mietere distruzione e vittime e a sottrarre tanta quota di energia economica che, pur rappresentando una lauta fonte di guadagno per le imprese del settore, restituirebbe maggiore utilità sociale se fosse destinata ad altri settori (dalla giustizia alla sanità, dai trasporti alla scuola, dalle forze di sicurezza all’ambiente).
Ma sperare non è mai inutile, purché non sia fine a se stesso.
