Sono ormai mesi che la polemica politica si incardina sulla situazione economica del nostro paese, ed è logico che essa rappresenti non solo un tema essenziale della dialettica fra i partiti ma anche uno strumento con cui l’opposizione normalmente attacca la maggioranza, e questo in ogni paese democratico.
Quello che appare invece molto opinabile è l’utilizzo irragionevole che se ne fa, un utilizzo caratterizzato da idee preconcette e inconsistenti sotto il profilo economico.
Il 27 ottobre scorso, in un altro articolo, c’eravamo posti il problema dei limiti della politica economica nei confronti dell’inadeguatezza salariale e, più in generale, nei confronti delle crisi di sistema. Ed è in quest’ottica che vogliamo esaminare le forti critiche dell’opposizione al governo, critiche le quali si riducono sostanzialmente a tre, ripetute ossessivamente sui giornali di area, nei dibattiti televisivi, nella polemica quotidiana: prezzi in crescita, salari inadeguati, stagnazione economica. Elly Schlein ha ben sintetizzato questa critica nell’immagine del “frigorifero vuoto”, figura d’effetto per veicolare la tesi secondo cui l’Italia è un Paese che, col governo Meloni, sta marciando verso il baratro della povertà e della rovina economica.
Non stiamo qui a discutere se quell’immagine sia vera o falsa, anche se ovviamente propendiamo per la seconda ipotesi: ogni parte politica porta, a sostegno della sua tesi, cifre più o meno reali più o meno artefatte di cui molto spesso non si cita la fonte e che ingenerano nell’opinione pubblica un sentimento misto di smarrimento e di ansia. È ovvio che prospettare il tema della miseria crescente fa sempre effetto: la gente è sempre propensa al pessimismo e al risentimento antigovernativo secondo l’antica logica popolare del “piove, governo ladro”.
Una domanda però sorge spontanea, e viene la tentazione di porla a muso duro ai catastrofisti di sinistra: quali interventi reali, definiti e risolutivi il governo dovrebbe attuare per contrastare quella situazione di crisi?
Intanto bisogna renderci conto che il sistema economico italiano è calato nel contesto internazionale, un contesto altamente instabile e minaccioso a causa di una situazione geopolitica straordinaria, e quindi l’attuale congiuntura economica è fortemente determinata da quelle tensioni su cui i governi nazionali hanno poche possibilità di intervento. E poi, come già detto in passato, l’Italia ha una sovranità economica molto limitata per via delle regole UE e della moneta unica, cosa che rende impossibili politiche economiche autonome ed efficaci, e soprattutto modellate sulla sua realtà nazionale.
In questo contesto, intervenire sui salari -se si esclude l’ipotesi dirigista del salario minimo, con tutti i problemi che comporta- diventa estremamente difficile: quelli dei dipendenti pubblici possono essere alzati con un maggior stanziamento di risorse statali, cosa che però andrebbe a impattare sull’equilibrio dei conti nazionali in un momento in cui la coperta è strettissima; quelli dei dipendenti privati hanno invece una sola possibilità di crescere, e cioè quella dell’aumento di produttività, che però non si può certo realizzare per legge come forse pensa la sinistra nazionale, e quella landiniana in particolare. Da essa aspettiamo altre soluzioni possibili, se esistenti.
Il secondo tema, quello dell’inflazione, è ancora più complesso in quanto essa dipende in misura maggiore dal contesto internazionale su cui, ripetiamo, i singoli governi hanno poca influenza. O si attua una politica di prezzi controllati e amministrati, cosa impossibile in una moderna economia di mercato, o quei prezzi devono purtroppo essere subiti, salvo una qualche modesta limatura lasciata alle possibilità di produttori e commercianti. Una rilettura della manzoniana rivolta del pane a Milano, e dell’inutile calmiere del cancelliere Ferrer, potrebbe essere utile a molti. La sinistra sembra non aver ancora compreso che quella attuale è soprattutto un’inflazione da costi internazionali, e non da domanda, che è asfittica, o da eccesso di liquidità, viste le politiche restrittive della BCE. E ancora andrebbe valutata l’inflazione che si genera, sempre all’estero, nelle grandi borse merci, e derivante dalla fortissima speculazione finanziaria sulle materie prime tramite strumenti derivati e immateriali che hanno accantonato le trattative concrete e dirette fra produttori e acquirenti, come ha ben evidenziato -per chi fosse interessato- l’economista Alessandro Volpi dell’università di Pisa nei suoi recenti lavori (I padroni del mondo, Laterza 2024; Prezzi alle stelle, Laterza 2023). Anche qui aspettiamo possibili e realistiche soluzioni dalla sinistra.
Il terzo tema che l’opposizione sbandiera contro il governo è quello della mancata crescita dell’economia italiana, quella che Gabriele Guzzi (Eurosuicidio, Fazi editore 2025) ha acutamente chiamato “stagnazione indolente”. E qui palesemente appare la scarsa cultura economica della Schlein e degli arbusti del Campo largo. Pensare che la crescita o la decrescita economica siano sempre da attribuire ai governi è infantile, ed è ancor più infantile ritenere che esse vadano sempre imputate ai governi correnti invece che, dati i tempi lunghi dell’economia, a gran parte ai governi del passato.
Le cause del nostro ristagno sono complesse e, anche qui, in gran parte riferibili al contesto internazionale, in primis alle scelte operate nell’ambito dell’UE che hanno portato un paese come l’Italia, storicamente più fragile dei partners europei, a bloccare il suo trend di crescita a partire proprio dall’inizio degli anni 2000, quando hanno cominciato a farsi sentire concretamente gli effetti del trattato di Maastricht e dell’introduzione della Moneta unica.
E poi è avvenuto tutto il resto: impossibilità delle politiche valutarie, monetarie, di bilancio, deflazione, austerità salariale e molto altro. A tutto questo possiamo aggiungere, in tempi più recenti, la “gelata” Covid, il conflitto russo-ucraino con l’impennata dei prezzi dei prodotti energetici, le follie green dell’Europa e infine la crisi generalizzata della manifattura europea a cui oggi si cerca di rimediare con la riconversione bellica.
Ancora una volta aspettiamo le proposte rapide, concrete e risolutive della sinistra che allontanino dai nostri sonni l’incubo del frigorifero vuoto e del portafoglio desolato già a metà mese.
