E non un organismo soffocante
Dopo il nostro articolo che nei giorni scorsi ha dato conto dell’esortazione fatta da Ursula von der Leyen affinché l’Europa sia sempre più indipendente (Bruxelles – Per Ursula Von der Leyen è il momento dell’indipendenza UE https://civico20-news.it/politica/bruxelles-per-ursula-von-der-leyen-e-il-momento-dellindipendenza-dellue/18/12/2025/ ) – alcuni nostri lettori, giustamente, hanno osservato che le scelte della commissione che hanno portato a ridurre la dipendenza dal gas russo fino quasi ad azzerarla sono state pagate da famiglie ed imprese europee, soprattutto italiane.
Uno studio del centro studi di Unimpresa pubblicato nello scorso maggio ha messo in evidenza i costi energetici esorbitanti delle imprese italiane.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, nel 2024, il costo dell’energia elettrica per le imprese italiane ha raggiunto livelli sensibilmente superiori rispetto agli altri principali Paesi europei. Il prezzo medio all’ingrosso in Italia si è attestato a 109 euro per megawattora, con un differenziale marcato rispetto alla Germania dove il prezzo è stato di 78 euro, alla Spagna con 63 euro e alla Francia che ha registrato il livello più basso tra i quattro Paesi, pari a 58 euro. Questo significa che il costo dell’energia per le aziende italiane è stato del 28% più elevato rispetto alla Germania, del 42% in più rispetto alla Spagna e addirittura del 47% superiore a quello sostenuto dalle imprese francesi. Il dato italiano rappresenta un serio problema competitivo per l’industria nazionale, soprattutto se si considera che rispetto al 2023 l’incremento dei prezzi è stato pari al 24%.
Le conseguenze sono particolarmente evidenti nei settori ad alta intensità energetica, come alberghi, ristoranti e grande distribuzione organizzata, dove le spese mensili per l’energia possono superare i 10.000 euro. Le ragioni di questo divario risiedono principalmente nella struttura del sistema energetico italiano, fortemente dipendente dal gas naturale che rappresenta il 45% del mix di generazione elettrica. Ciò comporta una maggiore esposizione alla volatilità dei mercati internazionali e a un meccanismo di formazione dei prezzi che resta ancorato al costo del gas, anche quando la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili è in crescita. In Italia, infatti, la transizione energetica prosegue ma a un ritmo più lento rispetto ad altri Paesi europei, che beneficiano di una maggiore produzione da fonti a basso costo, come l’eolico in Spagna e il nucleare in Francia.
Sono dati che, ad avviso di chi scrive, devono indurre a spingere su una integrazione europea che sia intelligente ed utile.
Troppo spesso Europa è sinonimo di burocrazia soffocante, regolamentazione eccessiva ed assenza da quelli che dovrebbero essere i veri dossier da seguire.
Una politica Comune energetica, ad esempio, potrebbe fare valere economie di scala su acquisti all’ingrosso comuni; una politica estera comune potrebbe riportare la tradizione diplomatica europea al centro della scena; una difesa comune potrebbe portare risparmi (e non spese da 800 miliardi in armi come paventato dalla commissione UE).
Insomma è ora che l’Europa diventi l’Europa e non un organismo soffocante.
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PANE AL PANE! Bravisismo, quest’articolo esce dal maremagnum delle frasi comuni per indicare un percorso di riflessione e di critica costrutitva