Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pesantemente condizionato dalle scelte dall’Unione europea.
La fine del mese di giugno segna l’addio al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il più grande programma di investimenti pubblici mai finanziato dall’Unione europea, ma tra burocrazia, lentezze ed errori il risultato sul piano macroeconomico è deludente.
Per l’Italia sarebbe stata un’occasione irripetibile: circa 194 miliardi di euro messi a disposizione attraverso il programma Next Generation EU, di cui oltre 120 miliardi sotto forma di prestiti da restituire e circa 70 miliardi a fondo perduto, ma per gran parte vanificato per l’impostazione di base.
Quando il Piano fu presentato nel 2021, dal governo guidato da Mario Draghi, con la presenza massiccia del M5S, il Piano fu definito la leva destinata a modernizzare il Paese, rilanciare la produttività, digitalizzare la pubblica amministrazione, rendere più efficiente il sistema infrastrutturale, investire nella scuola, nella sanità e nella transizione ecologica. In altre parole, il PNRR avrebbe dovuto rappresentare il punto di svolta dopo la crisi provocata dalla pandemia.
L’origine del PNRR risale al 2020, quando l’Europa decide di reagire agli effetti economici del Covid-19 con uno strumento straordinario di debito comune. Per la prima volta Bruxelles raccoglie risorse sui mercati finanziari per distribuirle agli Stati membri. L’Italia è il principale beneficiario del programma, sia per le conseguenze subìte dalla pandemia sia per le storiche debolezze strutturali della propria economia.
Nel 2021 arriva l’approvazione del Piano italiano e qui nasce l’inghippo, perché è articolato nelle sei grandi missioni, in precedenza citate.
Per cui non destinate in partenza, per i contenuti strettissimi e vincolanti a cogliere le vere esigenze del territorio. Nonostante i cospicui finanziamenti, molte delle esigenze del Paese e degli Enti locali, risultano disattese in partenza.
I finanziamenti, poi, non vengono erogati in un’unica soluzione. Ogni tranche è subordinata al raggiungimento di obiettivi e riforme concordati con la Commissione europea.
Sin da subito avvenne l’assalto alla diligenza. Comuni popolati da poche decine di anziani, abbarbicati sull’appennino, progettarono addirittura la costruzione di piscine olimpioniche. Il sindaco di Torino si buttò nella folle impresa di pedonalizzare via Roma e nello scempio della distruzione del Parco del Meisino, con spreco di denaro e deturpazione del territorio, a scapito degli investimenti indispensabili come quello sull’ adeguamento dell’acquedotto e la ricostruzione della rete elettrica di cui, si avverte l’urgenza. Si è ripetuta la solita farsa degli Enti locali spreconi che dopo le malefatte lamentano carenze di servizi al cittadino e bilanci in sofferenza per la spesa facile e improduttiva.
L’Italia riesce a incassare diverse rate dimostrando il raggiungimento dei cosiddetti milestone e target. Ma ben presto emergono le difficoltà. Molti progetti vengono rallentati dalla burocrazia, dall’aumento dei costi delle materie prime, dalla carenza di personale tecnico negli enti locali e dalla complessità delle procedure di gara.
Nel frattempo, tra il 2023 e il 2025, il Piano vien modificato, alcuni interventi vengono cancellati, altri ridimensionati, altri ancora rinviati. Numerosi Comuni che aveva fatto scelte avventate rinunciano ai progetti perché incapaci di rispettare le scadenze o di sostenere gli aumenti dei costi. Il governo è costretto a rinegoziare con Bruxelles una parte consistente del programma, introducendo anche il nuovo capitolo dedicato a REPowerEU per rafforzare gli investimenti energetici.
Nel frattempo, la gran parte delle risorse si concentra su opere diffuse sul territorio: riqualificazioni urbane, efficientamento energetico degli edifici pubblici, nuove piazze, piste ciclabili, parchi, asili nido, scuole, digitalizzazione degli uffici pubblici e interventi ferroviari. Molti investimenti sono certamente utili per migliorare la qualità dei servizi e del patrimonio pubblico, ma il loro impatto sulla capacità produttiva del Paese appare più limitato rispetto alle aspettative iniziali.
Il settore delle costruzioni è senza dubbio quello che beneficia maggiormente della stagione dei bonus edilizi e degli investimenti pubblici. Le imprese del comparto vedono aumentare fatturati e occupazione, anche grazie all’effetto combinato del Superbonus 110% e degli interventi finanziati dal PNRR. Tuttavia, questo impulso si rivela in larga misura temporaneo e avviato nel corto circuito dell’aumento dei costi delle materie prime che rivela la misura controproducente. Terminata la fase espansiva degli incentivi, il settore torna così a confrontarsi con un rallentamento fisiologico.
Sul piano macroeconomico il risultato è tutt’altre che brillante, smentendo i molti che lo auspicavano. Negli anni successivi alla pandemia il PIL italiano cresce soprattutto grazie al rimbalzo dell’economia dopo il Covid, alla ripresa del turismo, all’export e agli incentivi straordinari. Il contributo del PNRR esiste, ma non produce quell’accelerazione strutturale della produttività che rappresentava il vero obiettivo del Piano.
Molte delle riforme più importanti — dalla giustizia alla pubblica amministrazione, dalla concorrenza alla semplificazione burocratica — procedono lentamente e spesso in modo incompleto per mancanza di finanziamenti e perché al di fuori dei diktat dell’UE. Proprio queste riforme avrebbero dovuto creare un ambiente favorevole agli investimenti privati e alla crescita di lungo periodo.
Oggi, a conclusione del Piano, registriamo il punto dolens. Esaurita la spinta della spesa straordinaria, l’economia italiana torna a mostrare i suoi limiti storici: produttività stagnante, debito pubblico elevato, popolazione che invecchia, investimenti privati ancora insufficienti e una crescita che si avvicina nuovamente allo zero.
Il PNRR è stato un fallimento? Molte opere rimarranno sul territorio, alcune scuole saranno più sicure, parte della rete ferroviaria sarà più moderna, la pubblica amministrazione avrà strumenti digitali migliori e alcuni servizi saranno più efficienti. Tuttavia, è altrettanto difficile affermare che l’enorme mole di risorse abbia prodotto quella trasformazione economica che era stata promessa agli italiani.
Il Paese ha utilizzato una parte consistente dei fondi per moltiplicare migliaia di interventi locali e clientelari, frammentati, senza incidere davvero sui grandi nodi che da decenni frenano la competitività nazionale. In molti casi il rischio è che si siano privilegiate opere di consenso immediato rispetto a investimenti realmente capaci di aumentare la produttività del sistema economico.
Ora il PNRR si chiude, ma resta aperta la sfida più difficile. I circa 120 miliardi ricevuti sotto forma di prestiti dovranno essere restituiti nei prossimi decenni. La vera domanda è se gli investimenti realizzati avranno generato abbastanza crescita da rendere sostenibile quel debito, o se, come pare, continuerà a pagare pantalone, mai coinvolto in queste scelte calate dall’alto.
La risposta, almeno per ora, appare incerta e tende al negativo. Il rischio è che quella che nel 2021 era stata presentata come un’occasione storica venga ricordata come un’opportunità solo parzialmente sfruttata: tanti cantieri aperti, molte risorse spese, ma una trasformazione economica inferiore alle aspettative, anche per il vizio d’origine del Piano.
