Il salario minimo è stato cassato. Perché non parlare di salario massimo?
Il tempo passa, il Referendum proposto dalla CGIL non ha raggiunto il quorum, ma il tema della crisi dei salari torna imperterrito, specie a fine estate.

Ne parliamo con il Consigliere Comunale di Albaretto della Torre, Mattia Taricco, Segretario Federale di “Forza Nuova” per la provincia di Cuneo.
Taricco, interpellato sul tema, ci ha detto: “Eh già, ogni tanto tornano a farsi sentire i blasonati sponsor del salario minimo, cavallo di battaglia sindacale a cui ancora molti lavoratori credono”.
Parole importanti perché è proprio vero che vi sono lavoratori che sperano di ottenere, prima o dopo, un salario decente e dignitoso.
Va riconosciuto che “in un Paese dove il costo della vita sta raggiungendo soglie inaccettabili e il potere d’acquisto dei cittadini si abbassa giorno dopo giorno, sentiamo ancora parlare di “salario minimo” come se fosse una conquista”.
Qualcuno potrebbe dire che il Consigliere Taricco esagera “ma cerchiamo di fare chiarezza, ad oggi lo stipendio medio di 1300/1500 € al mese, una paga considerata ben superiore al salario minimo, è bassa, non basta più. È la paga da fame con cui milioni di lavoratrici e lavoratori sono costretti a sopravvivere, mentre affitti, mutui, bollette, carburanti e beni essenziali continuano ad aumentare e tutti noi ci possiamo permettere sempre di meno”.
Purtroppo queste cose sono reali e chi ci legge ci si rivede senza troppa fatica.
Tutto questo accade “mentre la classe politica fa orecchie da mercante con bonus una tantum, promesse irrealizzabili e la solita vuota retorica, la realtà è questa: con 1300 € al mese non si vive più, si sopravvive. Non stiamo vivendo in un Paese povero. Stiamo vivendo in un Paese derubato”.
Se si va oltre la simpatia o antipatia per “Forza Nuova”, si vede che quanto asserito da Taricco è concreto, onesto e documentato.
Ecco perché l’apprezzato Consigliere di Albaretto della Torre spiega: “Le grandi banche, le multinazionali, i fondi speculativi e le élite finanziarie si ingrassano sulle spalle di chi lavora. I profitti esplodono, i dividendi crescono, mentre il salario reale resta inchiodato da più di dieci anni! In Italia, gli stipendi sono tra i pochi in Europa a essere diminuiti dal 1990 a oggi. E questa è una scelta calcolata, non un destino inevitabile. Quindi basta retoriche sul salario minimo, che sia salario massimo per i lavoratori!”.
Secondo Mattia Taricco ci sono sei decisioni che andrebbero prese per salvare l’economia, ridare potere alla classe operaia e dignità a quanti lavorano per portare, onestamente, il pane a casa.
Innanzitutto bisognerebbe istituire un “Reddito minimo garantito di 2000 euro netti per ogni lavoratore, ciò che ad oggi serve per vivere, rapportato automaticamente all’inflazione reale (non quella truccata dall’ISTAT)”.
Successivamente si dovrebbe optare per un “controllo statale delle banche e delle grosse entità finanziarie, per impedire che il denaro venga drenato dai salari verso le rendite speculative”.
A seguire, giocoforza, sarebbe auspicabile la “nazionalizzazione dei settori strategici: energia, trasporti, sanità, edilizia. I servizi essenziali non possono essere lasciati al profitto privato, altrimenti manca la base per poter costruire il resto”.
Fondamentale sarebbe l’“introduzione di un tetto massimo agli stipendi dei manager pubblici e privati, per stringere la vergognosa forbice tra chi prende 100mila euro al mese e chi non arriva al 30”.
Una cosa che piacerebbe a molti ma che, con l’attuale andazzo è utopia, sarebbe “l’abolizione del precariato e riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La produttività va redistribuita, non sfruttata”.
L’ultimo punto è quello che piace meno ai liberali, ai capitalisti e, ovviamente, a “Forza Italia”, ovvero, la “Rivoluzione fiscale: tassazione patrimoniale sulle grandi ricchezze e detassazione totale dei redditi da lavoro sotto i 2500 euro”.
Con questi punti specifici e mirati, senza dubbio vi sarebbe un’inversione di tendenza e una redistribuzione vera della redditività nazionale e collettiva.
In molti si domandano se sarà mai possibile che queste cose vengano applicate.
Mattia Taricco risponde con franchezza e senza indugi: “Certamente, ma solo quando si insedierà una classe politica nuova e rivoluzionaria, e tutto ciò che è vecchio sarà spazzato via. Serve un nuovo patto sociale, scritto dal popolo per il popolo. Serve l’organizzazione di lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, verso una partecipazione attiva e una consapevolezza maggiore, figlia del disincanto”.
La parola “disincanto” è pertinente quanto opportuna. Oggi il Popolo Italiano ha una visione distorta della realtà e vive una sorta di “bolla apparente” dove ci si lamenta ma alle rimostranze non seguono mai azioni concrete.
A conclusione della nostra chiacchierata, Mattia Taricco lascia una massima: “una casa di proprietà, la possibilità di avere e mantenere dignitosamente dei figli e ogni tanto togliersi qualche sfizio deve essere un diritto di base di ogni italiano”.
Tutte considerazioni degne e meritevoli di attenzione.
Sarebbe bello discuterle in qualche aula universitaria con economisti, sociologi, giuristi ed imprenditori. Ne nascerebbe qualcosa di bello, interessante, provocatorio che, come nelle migliori accademie, potrebbe innescare una rivoluzione economica a servizio dell’uomo e non del capitale.
