In un documento relativo alle visite pastorali di Carlo Borromeo (1538-1584) nelle campagne lombarde, ci imbattiamo in una singolare espressione rituale praticata dai contadini del luogo con la funzione di combattere l’infestazione dei parassiti dell’orto.
Va osservato che le relazioni delle visite pastorali costituiscono, per gli studiosi del folklore, un patrimonio di straordinario valore, infatti offrono uno spaccato di grande interesse sulle infinite espressioni della magia popolare, in qualche caso rimasta impigliata nell’immaginario fino a tempi relativamente recenti.
Come si vedrà, il caso è doppiamente interessante per le sue implicazioni nelle credenze relative alla caccia alle streghe. Ecco di che cosa si tratta. Siamo a Gorgonzola nel 1576, dove era praticato un rito piuttosto singolare: “Contra le gatte de verze et della ravizze vanno le vergini nude a cavallo sopra de una scopa al campo dove sono et vanno intorno al campo dicendo alcune parole ridicule”.
Non vi sono dubbi, pare, che le peculiarità del rito rimandino in qualche modo a un’immagine ben nota nell’iconografia della stregoneria: quelle donne nude a cavallo della scopa emblematizzano un archetipo visivo che fa parte degli stereotipi caratterizzanti la strega. Inoltre, quella pratica crea un ponte con altre forme rituali nelle quali era prevista una messa in scena scandita da fasi che potevano suscitare perplessità per aspetti riconducibili, soprattutto per gli osservatori del Tribunale dell’Inquisizione, alla stregoneria. Un caso per tutti: i Benandanti del Friuli.
La nudità all’interno della ritualità agreste era considerata un mezzo magico-profilattico, ma anche un segno pregante dell’ambiguità che ha sempre contrassegnato molte delle esperienze della tradizione popolare. In Lombardia, peraltro, rintracciamo la credenza sui balabiot, relativa a gente che ballava nuda: figure delle credenze popolari comunque ancora una volta borderline tra rito e magia, ma con derive che andavano in direzione della stregoneria.
A questo punto, forse con una certa dose di ingenuità, potremmo domandarci se l’immagine della strega che vola a cavallo di una scopa non abbia qualcosa a che vedere con riti di fertilità agricola ancora praticati nella seconda metà del XVI secolo?
Senza dubbio la scopa ben si poneva nelle dinamiche apotropaiche agricole, poiché simbolicamente “scopava via” il male (i parassiti), ma in seguito è entrata a far parte dell’immagine della strega all’interno dei castelli accusatori creati dalla Chiesa e dall’Inquisizione, che interpretavano come culti demoniaci quanto in realtà era parte integrante della tradizione popolare, da tempi lontanissimi.
Comunque dobbiamo aggiungere che anche se in molte occasioni le streghe sono raffigurate mentre cavalcano animali, in particolare il caprone, uno tra i mezzi più noti continua a essere la scopa, che lo sappiamo è ampiamente penetrata nell’immaginario collettivo. Cercare di risalire alle motivazioni di questo connubio non è così facile: secondo Margaret Murray, il rapporto sarebbe sorto “in epoca assai remota e si spiega con il fatto che la scopa è sostanzialmente un arnese usato in casa e quindi di proprietà della donna. L’equivalente maschile di un arnese simile al forcone.
È questa la ragione per cui, nelle raffigurazioni medievali di danze di streghe, le donne o streghe spesso tengono in mano delle scope, mentre gli uomini o diavoli impugnano un forcone” (Murray A., Il dio delle streghe, Roma 1972, p. 132). È indubbiamente curioso ritrovare nelle credenze dell’America precolombiana l’uso della scopa da parte delle streghe che, nude, dopo essersi cosparse di uno speciale unguento (come le streghe occidentali), si recavano in volo alla riunione presieduta dalla dea Tlazolteotl o da Tezcatlipoca, alle quali era attribuito il medesimo ufficio della “Signora del gioco”.
Ricordiamo che già nei primi processi per stregoneria, precedentemente all’esplosione della grande caccia, rintracciamo il riferimento a una non meglio identificata “Signora del gioco”: una creatura con caratteristiche affini a quelle di alcune divinità femminili del paganesimo, sostanzialmente positive e colme di simboli legati alla fertilità. Il teologo francese Guglielmo d’Alvernia la definì Domina Abundia, segnalandone la convergenza con la Bona dea, alla quale era dedicato un culto misterico celebrato solo da donne e collegato alla fertilità.
In chiusura ancora una breve riflessione. In quale modo gioca il nostro inconscio davanti al verbo scopare – come metafora dell’accoppiamento – tenendo conto delle implicazioni rituali e simboliche della scopa e della scopatura?
Sembrerebbe accertato che la scopa sia simbolo esclusivamente femminile arcaico che si contrappone al bastone o al forcone maschile.
E ancora: come relazionare il verbo scopatore attribuito nel medioevo a chi faceva parte della confraternita dei Flagellanti, ripensando alle varianti semantiche insite in scopare?
Non è facile perlustrare le direttrici semantiche dei termini legati all’azione effettuabile con la scopa, che conserva un’ambiguità il cui background è molto denso e implica, come abbiamo visto, il patrimonio più arcaico delle tradizioni popolari e la demonizzazione delle stesse da parte degli inquisitori.
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