L’ambasciatore Giuseppe Tornielli (di Alessandro Mella)
La storia della diplomazia italiana è davvero ricca di figure che hanno onorato il nostro paese in ogni angolo del pianeta. Tra queste è doveroso ricordare quella di Giuseppe Tornielli Brusati di Vergano. Egli nacque a Novara il 12 febbraio 1836, regnicolo del Regno di Sardegna con allora sovrano Carlo Alberto, dal conte Eugenio e da Luigia Scotti Gallarati. La famiglia si trasmetteva il titolo di Conte di Vergano e poté vantare ben due collari dell’Ordine della Santissima Annunziata, tra cui il nostro stesso Giuseppe. (1) Giovanissimo si laureò in giurisprudenza alla Regia Università di Torino per poi prendere la carriera diplomatica che, a quel tempo più che mai, poteva offrire interessanti sviluppi per un giovine colto e di buona famiglia. Fu Capo di Gabinetto al Ministero degli Affari Esteri nel 1867, poi reggente la divisione politica del ministero stesso l’anno successivo, Segretario Generale nel 1876-1878 e Primo Maestro di Cerimonie Onorario del Re dal 1875 al 1878. Frattanto, già nel 1876, venne inviato come ministro plenipotenziario ad Atene, poi a Belgrado, Madrid, Londra ed infine Parigi ove restò più a lungo. E tutto questo senza mai trascurare il Consiglio Provinciale di Novara nel quale era stato eletto. Chi scrive ha avuto più volte modo di sottolineare quando i consigli provinciali abbiano giovato alla politica italiana essendo, per molto tempo, la palestra e la fucina di capaci statisti ed amministratori pubblici.
Fu, forse, proprio nel corso di questi pellegrinaggi per l’Europa che egli incontrò e poi sposò la signora Olga Rostopkin con la quale adottò Virginia Lazzari poi moglie dell’ambasciatore Raniero Paulucci di Calboli.

Nel 1878, quale importante contribuente, il nostro Tornielli ebbe anche il laticlavio con la nomina a Senatore del Regno.
Ma è a Parigi, in ogni caso, che egli rivelò le sue fini doti di diplomatico e di acuto osservatore della politica e della società restando nella capitale francese in anni anche piuttosto difficili e trovandosi nel mezzo dell’Affare Dreyfus del quale fu un sostenitore, attirandosi qualche ostilità e diffidenza da parte di quella parte della Francia che di quell’ufficiale fece un innocente martire.
Nel 1907 la sua saggezza lo fece assumere la segreteria della conferenza internazionali per la pace de L’Aia e poi di Algeciras.

Come tutti i diplomatici egli con la sua opera si meritò diverse onorificenze di grande importanza a cominciare dal collare dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, il quale comportava anche la concessione della Gran Croce degli Ordini della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro, conferitogli dal Re Vittorio Emanuele III nel 1904. A questo grande onore vanno aggiunti l’Ordine di Malta, il Gran Cordone dell’Ordine di Sant’Anna di Russia, il Gran Cordone dell’Ordine di Isabella la Cattolica di Spagna, il Gran Cordone dell’Ordine di Carlo III di Spagna, il Gran Cordone dell’Ordine di Francesco Giuseppe d’Austria, il Gran Cordone dell’Ordine della Corona e dell’Ordine della Stella di Romania, il Gran Cordone dell’Ordine del Takowo di Serbia, il Gran Cordone dell’Ordine del Sole e del Leone di Persia; i titoli di Grande Ufficiale dell’Ordine dell’Aquila Rossa e della Corona di Prussia; quelli di Commendatore dell’Ordine della Legione d’Onore di Francia, dell’Ordine della Stella Polare di Svezia e dell’Ordine di San Marino; quello di ufficiale dell’Ordine del Salvatore di Grecia, i cavalierati dell’Ordine di San Stanislao di Russia, dell’Ordine del Leone di Zaehringen di Baden, dell’Ordine del Sole d’Oro di Birmania, dell’Ordine di Medjidiè dell’Impero Turco ed infine la Commenda con placca del Real Ordine di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione di Vila Vicosa del Portogallo. (2) Tale onore è ancor oggi patrimonio dinastico della Real Casa del Portogallo con gran maestro il Capo della Real Casa, Dom Pedro Duca di Braganza e di Loulè. Un medagliere importante per un capace funzionario e fedele uomo a servizio dello Stato quindi.
Il suo nome, negli anni parigini, compariva quasi quotidianamente sui giornali e francesi ed italiani proprio per la sua intensa opera tesa a curare tanto gli interessi del suo paese quando l’armonia tra le due nazioni confinanti.
Anche occupandosi di questioni molto delicate come quando, nel 1901, l’ex regina delle due sicilie fu avvicinata da una banda di malfattori desiderosi di spillarle denaro illudendola ventilando fantasiosi moti per il restauro, assai improbabile, delle vecchie dinastie. Una faccenda difficile poiché ogni intervento teso a proteggerla da quei banditi avrebbe potuto generare il sospetto di un’azione del governo italiano tesa a disinnescare i suoi sogni spingendola ancora di più tra le braccia dei truffatori. Ne relazionò con lucidità ed accortezza al ministro Brusati che poi espose la vicenda al Re ed a Giovanni Giolitti. (3)
Il Tornielli, ormai settantenne, pareva proprio non volerne sapere di andare in pensione e del resto nessuno l’auspicava data l’esperienza e le indubbia capacità. Tuttavia, ad un tratto, la salute prese a peggiorare fino al momento fatale:
La morte del conte Tornielli ambasciatore d’Italia a Parigi. Giovedì u.s. è morto a Parigi il conte Giuseppe Tornielli Brusati di Vergano. Nacque a Novara il 2 Febbraio 1836. Era il principale rappresentante del ramo Tornielli Brusati dell’antica famiglia Tornielli d’origine ungherese. (…) Laureatosi in legge a Torino nel 1859, l’anno appresso accompagnò Massimo d’Azeglio in missione nelle Romagne e nell’anno stesso entrò poi in servizio, per concorso, al ministero degli esteri, ove percorse la più brillante carriera diplomatica. Nel 1869 ambasciatore a Londra, venne in seguito traslocato a Parigi, dove rimase fino alla morte, con soddisfazione dei due governi d’Italia e di Francia. Ingegno colto, diplomatico accorto, facile e simpatico oratore, gentiluomo perfetto, egli onorò il nome italiano all’estero e contribuì validamente agli interessi politici del Paese. Era senatore dal 16 marzo 1879, ma la carica sua gli impedì sempre di partecipare ai lavori dell’Alto Consesso. (4)
In morte del Conte Tornielli. Parigi, 10 aprile. Tutti i giornali dedicano lunghi articoli all’ambasciatore conte Tornielli riconoscendone l’efficace cooperazione al riavvicinamento franco-italico. Italia e Francia – dice il Figarò – lo piangeranno insieme. Il Gaulois scrive che nella storia vi è un solo caso analogo di successi diplomatici: quello del signor Talleyrand che quando giunse al Congresso di Vienna lo dominò colla fierezza e col tatto politico. L’Humanitè rammenta la condotta del Tornielli in occasione dell’affare Dreyfus rileva che le sue deposizioni furono gravissime per i falsari e misero in collera i sostenitori di quella ingiusta causa. (5)

La morte del Conte Ambasciatore d’Italia a Parigi. Alle ore 17 di ieri 9 aprile morì a Parigi il Conte Tornielli Ambasciatore d’Italia presso il Governo francese. Fin da martedì aveva chiesti e ricevuti i conforti religiosi. Era nato a Novara nel 1836 dalla nobile famiglia dei conti Tornielli Brasati di Vergano, e cominciò la sua carriera diplomatica fin dal 1860, passando da Costantinopoli a Pietroburgo e ad Atene. Fatto Senatore nel 1879 fu subito dopo mandato come Ministro plenipotenziario a Belgrado e a Bucarest. Nel 1883 fu fatto Ambasciatore a Madrid, nel 1889 a Londra, e nel 1895 a Parigi, dove morì coprendo l’alta carica. Era il più anziano e il più stimato dei nostri diplomatici. Colla sua morte Novara perde uno dei più illustri suoi figli. Noi uniamo la nostra voce di rimpianto a quella di tutta la sua città natale, che egli sempre ricordò e amò dai posti alti a cui era salito. Le nostre sincere condoglianze alle nobili famiglie dei Tornielli, che tanto lustro ricevevano dal loro parente defunto. La salma sarà trasportata a Novara. (6)
La notizia della sua scomparsa generò un’ondata di sconforto e di disperazione che avvolse l’Italia e la Francia in un lutto collettivo profondamente sentito. Alla cerimonia funebre di Parigi furono moltissimi i cittadini che, in lacrime, vollero rendergli omaggio. Giolitti e Vittorio Emanuele III fecero rapidamente pervenire le loro manifestazioni di cordoglio ed i giornali nazionali gli dedicarono ampi servizi per ricordarlo e commemorarlo come poi fece anche l’aula del Senato:

Atti Parlamentari – Commemorazione. Giuseppe Manfredi, Presidente. Signori senatori! Durante la sospensione delle nostre sedute, la morte ci ha rapiti due colleghi. È stato un lutto, non soltanto del Senato, ma pubblico, quello su d’un feretro lagrimato d’ogni parte d’Italia e dal di fuori. Le funebri onoranze, dalle rive della Senna alla nativa Novara, ebbe solenni la salma del conte Giuseppe Tornielli; circondata sul suolo francese dal maggiore tributo di riverenza ufficiale e cittadina; ricevuta in patria con le riconoscenze estreme del Sovrano, del Governo, del paese, al diplomatico spento sul posto del dovere, nel servizio della nazione e del Re. Quale perdita soffrisse la nostra diplomazia nel giorno nefasto 9 aprile, in cui trapassò l’illustre ambasciatore, che cotanto utilmente e nobilmente rappresentava l’Italia presso il Governo della Repubblica francese, disse la stampa nostrale e la straniera; un’eco d’elogio si ripercosse dal Tamigi al Volga. Dalla figura del giovane patrizio, laureato d’un anno appena nelle leggi, scelto a segretario da Massimo d’Azeglio, venendo commissario del Re nelle Romagne alla riscossa del 1859, sino a quella del decano del corpo diplomatico in Parigi, collare dell’Ordine supremo, è un brillante passare dell’addetto, del segretario, del consigliere di legazione, del delegato a congressi, membro di commissioni, plenipotenziario per trattati o convenzioni internazionali, del chiamato al gabinetto del ministro alla divisione politica del Ministero, del sottosegretario di Stato, dell’inviato straordinario, ministro plenipotenziario, dell’ambasciatore; in ogni grado ed ufficio grandemente apprezzato; in ogni residenza reputato degno di somma considerazione. Il Senato ha perduto, non solo un ornamento ed un aureo carattere, ma una attività proficua, della quale il senatore Tornielli diede prova, quando poté essere presente. Rammentiamo le sue relazioni sui disegni di legge, circa lo stato degli impiegati, la riforma giudiziaria nell’Egitto, trattati vari e convenzioni internazionali; ed i suoi discorsi. Corrono i vanti dell’alto ed antico lignaggio, della razza forte, della scuola piemontese, onde formossi il gentiluomo ed il politico. Sulla pianta annosa della diplomazia fiorì in Piemonte l’innesto della politica nazionale; quando la nuova impresa sfolgorò con lo scudo di Savoia sulla bandiera tricolore italiana. I commissari e governatori del Re nelle provincie insorte, quando la guerra per l’indipendenza si riaccese con i migliori auspicii, ed i giovani allievi, che seco condussero, dei quali fu il nostro Tornielli, ne furono i fervidi cultori. La diplomazia nuova, con l’antica fede alla monarchia e con l’avita servitù ai Sabaudi, ebbe a faro il compimento di quel voto, per il quale Carlo Alberto era morto nell’esilio, e Vittorio Emanuele, che meritò il nome di padre della patria, non era stato insensibile al grido di dolore degli italiani divisi ed oppressi. La nostra politica, egli aveva proclamato il 10 gennaio 1859, inaugurando la seconda sessione della sesta legislatura, riposa sulla giustizia, sull’amore della libertà e della patria. Il maestro di quella politica, che fece l’Italia, il grande ministro, aveva insegnato a scortare l’ardire con la prudenza, a temperare i voti alla opportunità, a subordinare i moti del cuore all’impero della ragione, gli ideali ai fatti; gli italiani avevano appreso; fu chiuso il periodo, in cui già bastantemente l’amor patrio aveva seminato nel sangue dei martiri, attorno ai ceppi ed ai patiboli; e l’Italia, procacciato favore col senno alla sua causa, con alleanza potente nelle armi, risorse, e le ali della libertà si spiegarono sicure al trionfo. L’equilibrio della mente e del cuore, lo spirito conciliativo del sentimento e della realtà, diede il Tornielli ad ammirare in singolar modo nella seconda conferenza dell’Aja; ove, degno successore di Costantino Nigra, quale decano dei nostri diplomatici, tenne la presidenza della delegazione italiana. Il pratico intelletto non lo disperava di un’era futura di pacificazione e fratellanza dei popoli; ma il più forte pegno di pace chiedeva all’opinione pubblica universale; da conquistarsi mediante l’opera conciliativa della diplomazia, togliendo di conflitto i singoli interessi, armonizzandoli e rendendoli cooperanti. Su questa via ponevasi il progresso verso il fine umanitario dal nostro diplomatico, che nella conferenza, presidente della terza Commissione, ottenne l’accordo dei delegati sulle particolari questioni, e, sopiti gli antagonismi, fece convenire le più opposte tendenze in guisa da rimandar salve le maggiori ideali aspirazioni. Se in tutte le legazioni e le ambasciate il conte Tornielli colse onore, in Parigi l’opera sua fu segnalata per l’avveduta condotta, per il tatto sapiente, per le abili maniere, con cui cooperò a riamicare le due maggiori sorelle latine. Facendo amar sé, fece amare l’Italia; dissipati i sospetti, svanirono i rancori. Il Re d’Italia a Parigi, il presidente della Repubblica a Roma, diedero il suggello. Riabbracciammo i francesi con il grato ricordo del sangue sparso sui campi lombardi dalle valorose schiere guidate da Napoleone III, l’alleato di Vittorio Emanuele II.
Il riavvicinamento franco-italiano, scrisse penna francese, dal Tornielli compiuto, è di quelle opere, di cui un diplomatico può essere superbo. L’Italia e la Francia lo piangono insieme. La Francia ha perduto uno dei suoi più sinceri, devoti ed utili amici. Tal fu sulla bara del Tornielli l’opinione di quella stampa, che in Parigi, al suo arrivo di tredici anni addietro, lui aveva ricevuto come ostile. E finisco ancora, a maggior attestato di merito, del nostro collega defunto, prendendo la parola dalla stessa bocca straniera. Il venerando decano del Corpo diplomatico era tanto amato, quanto rispettato da tutti coloro, che lo avvicinarono. Questo piemontese entusiasta del risorgimento italiano lavorò in tutta la sua vita alla grande opera della pace europea, allo svolgimento degli scambi economici ed intellettuali, alle convenzioni internazionali. Il conte Tornielli sarà universalmente rimpianto. (Approvazioni). […]

DI COLLOBIANO. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DI COLLOBIANO. Mi associo con tutto l’animo alle nobili parole dette dal nostro illustre Presidente per commemorare il conte Tornielli. Egli rese al paese eminenti servizi che furono ben tratteggiati nella commemorazione del nostro Presidente. Io però voglio ricordare l’opera sua quando fu per lunghi anni al Ministero degli esteri, come direttore degli affari politici e segretario generale e col consiglio e con l’opera collaborò alla direzione della politica estera. Egli fu uno degli autori del nostro ordinamento per le carriere diplomatiche e consolari, che fu in vigore fino all’anno scorso. Egli continuò sempre con studi e con proposte a cercare il miglioramento di tutti i servizi dipendenti dal Ministero degli affari esteri, e questi suoi studi e queste sue proposte furono di somma utilità per la preparazione del recente disegno di legge che regola questa materia. La sua vita diplomatica non gli fece dimenticare il suolo nativo. Consigliere provinciale di Novara nel tempo che fu in Italia, vi dedicò la sua opera zelante ed attiva, ed anche lontano si adoperò sempre per gli interessi di sua provincia. Amico e collega del conte Tornelli mando l’espressione del mio profondo cordoglio alla sua memoria, e spero che il suo esempio sarà sempre vivo nella diplomazia italiana. In ultimo propongo al Senato che l’onorevole nostro Presidente si faccia interprete delle nostre espressioni di cordoglio presso la vedova dell’illustre uomo. (Bene).
LACAVA, ministro delle finanze. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LACAVA, ministro delle finanze. […] Del conte Tornelli dirò che io gli fui compagno nella Camera elettiva e divisi con lui la responsabilità del potere nel Ministero Depretis. Lo fanno benemerito della patria i numerosi servizi da lui resi, tanto nell’amministrazione quanto nelle diplomazie, e ultimamente anche alla conferenza dell’Aja. Le più difficili missioni diplomatiche furono da lui compiute con grande dignità, con molta fortuna e con felice successo. (7)
Oggi il conte Giuseppe Tornielli, icona intramontabile della nostra storia e diplomazia, riposa serenamente nella sua amata Novara. Esempio di rettitudine umana e morale, di senso dello stato, di amore per le istituzioni. Una figura la cui memoria merita di essere tramanda e raccontata, specialmente ai giovani che oggi, coraggiosamente, ne seguono le orme nella medesima ed importante carriera.
Alessandro Mella
NOTE
1) Genealogia e dettagli in: Annuario della Nobiltà Italiana, Andrea Borella a cura di, Edizione XXXI, 2011, Tomo II, Parte II, p. 2248. Presso l’ambasciata, a Parigi, il Tornielli conservava una copia dell’Annuario che consultava alla bisogna come egli stesso riconobbe a quel tempo.
2) Circa la concessione dell’Ordine di Vila Vicosa si veda: Notizia tratta da A Ordem Militar de Nossa Senhora da Conceicao de Vila Vicosa – 1955.
3) A riguardo si veda: Giovanni Giolitti al governo, in parlamento, nel carteggio; Aldo A. Mola e Aldo G. Ricci a cura di, Edizioni Bastogi, Tomo III, pp. 563-564.
4) Il Fossanese, 15, Anno XLI, 11 aprile 1908, p. 2.
5) La Sentinella della Alpi, 85, Anno LIX, 10 aprile 1908, p. 3.
6) L’Azione, 15, 10 aprile 1908, p. 3.
7) Senato del Regno, Atti parlamentari. Discussioni, 19 maggio 1908.
