Di Alessandro Mella
Nota dell’autore – Negli anni ‘10 di questo secolo chi scrive fu autore di molte opere ed articoli relativi alla storia dei servizi antincendi italiani. Nel 2014, per ragioni personali, egli scelse di non dedicarsi più al tema e di non produrre, progressivamente, più testi ex novo. Il molto materiale prodotto all’epoca, tuttavia, fu caro a molti lettori, i quali hanno più volte espresso il desiderio di riaverlo fruibile. Alcuni articoli datati, dunque, vengono riproposti a loro beneficio confermando che, lo scrivente, non si occupa più, con nuovi studi, dell’argomento. Limitandosi a riutilizzare quanto scritto nel passato onde evitare che quel patrimonio vada disperso (a.m.).
Pagina curiosa della nostra militare è quella dei reparti antincendi del Genio. Le prime formazioni di questo tipo furono organizzate già nel 1915 al principio dell’impegno italiano nella Grande Guerra.
Ogni armata era munita di una sezione pompieri del Genio attrezzata con materiali, mezzi e uomini in base al teatro di operazioni ed alle necessità dell’aerea operativa. (1) Ma ovviamente essi furono presenti anche nelle caserme militari “metropolitane”. (2)
Gran parte del personale di queste squadre proveniva dai civici corpi d’Italia, da cui era stato prelevato, per essere inviato in questi reparti avendo già una formazione di base in materia.
Terminata la grande guerra, i reparti antincendio del Genio proseguirono la loro opera nelle colonie d’Africa dove garantirono spesso il servizio antincendi coadiuvati da indigeni locali ed alle volte formati da personale dei corpi pompieri italiani. Noto è un cinegiornale dell’Istituto Luce dedicato ai reparti antincendio del porto di Massaua ove si possono notare uomini e mezzi. E similmente fecero nelle città italiane. (3)
Ma fu nel 1933 che iniziò una singolare esperienza in seno ai corpi pompieri, la quale merita un suo paragrafo a seguire.
I genieri seguirono poi le nostre vicende in terra d’Africa, fino alla fine, come quando nel 1941 il personale dislocato all’Asmara fu assunto dal comune in fretta e furia per impedirne la cattura come prigionieri di guerra dalle forze armate britanniche in arrivo.
Il personale di Bengasi fu invece interamente catturato e trasferito ad Alessandria d’Egitto dagli inglesi.
Ma il Genio, che nel frattempo aveva assunto il nome “Antincendi” a seguito dell’abolizione della parola “pompiere”, aveva seguito il Regio Esercito anche in Grecia e Balcani ed anche in Russia prendendo parte alla drammatica ritirata delle nostre forze.
Così come tutti, anche i reparti Antincendi furono travolti dall’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il suo personale si disperse per essere in parte catturato dalle armate tedesche ed in parte assorbito nei messi successivi dagli eserciti del Regno del Sud e della Repubblica Sociale Italiana.

La formazione
Con la circolare n°461 del 9 agosto 1933, il Regio Esercito dispose che un’aliquota di personale della specialità zappatori minatori dell’arma del Genio fosse inviato ai corpi pompieri di maggior rilievo in Italia per essere formata da questi.
L’istruzione sperimentale avrebbe avuto inizio dal giorno 15 di settembre e sarebbe terminata al congedo della classe interessata all’esperimento.
Ogni reggimento avrebbe dovuto rendere disponibili:
1 Ufficiale Subalterno – 1 Sottufficiale – 2 Caporal Maggiori o Caporali – 18 Soldati di cui almeno 2 muniti di patente abilitante alla guida di automezzi con motore a scoppio.
La destinazione del personale avrebbe di massima seguito lo schema: Corpo Pompieri di Torino: 1° e 2° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Genova: 5° e 6° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Milano: 3° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Verona: 4° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Firenze: 7° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Roma: 8° e 9° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Napoli: 10° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Venezia: 11° Reggimento del Genio – Corpo Pompieri di Palermo: 12° Reggimento del Genio.
I sottufficiali dovevano essere di carriera e fisicamente idonei mentre la truppa poteva provenire dal regolare servizio di leva scegliendo militi che nella vita borghese svolgessero le professioni di muratore, carpentiere, fabbro, motorista, elettricista od idraulico.

Ovviamente dovevano tutti avere i requisiti d’ardimento necessari nonché superato appositi controlli sanitari.
A tutto il personale la Direzione Generale Servizi Logistici della Direzione Generale del Genio distribuì: una uniforme di panno bleu scuro, due uniformi di fustagno grigio scuro, elmetto da incendio (tipo in cuoio modello Milano con fregio del Genio), stivali da pompiere in cuoio, cinturone con picozzino, giubbone in pelle impermeabile e maschera antigas tipo T (a cura del servizio chimico militare).
Al fine di accasermare il personale, dal 15 settembre i vari gruppi furono aggregati presso vari reparti delle forze armate presenti nelle rispettive zone e presso cui trovavano alloggio quando la loro presenza non era prevista presso le strutture dei pompieri per l’istruzione od il servizio.
L’attività formativa iniziò lo stesso giorno 15 con lezioni circa l’uso delle attrezzature, le tecniche, i salvataggi e via discorrendo proseguendo fino al 20 dicembre.
Terminato il corso i genieri furono inviati in licenza fino al 3 gennaio del 1934 quando passarono ad una nuova fase.
Dal giorno successivo, infatti, e fino al 15 febbraio, questi furono inseriti nelle regolari squadre d’intervento dei pompieri in quantità di due per ogni squadra ed i sottufficiali avevano mansioni di semplici pompieri.
Tale combinazione permetteva ai soldati di apprendere ancor meglio tecniche e malizie al fianco dei pompieri direttamente sugli scenari d’intervento.
Quando inseriti nei turni, i comandanti dei reparti di aggregazione che ospitavano i militi presso le proprie strutture si preoccupavano di trasferirli alle caserme dei vigili.
Questa fase transitoria servì a dare un’ulteriore formazione operativa al personale che, da metà febbraio, venne accasermato presse le strutture pompieristiche lasciando così le strutture precedenti.
I sottufficiali del Genio, intanto, avevano ricevuto istruzione per la guida delle squadre e lo svolgimento delle mansioni di un capo squadra e dopo il periodo di istruzione operativa in squadre miste, i genieri costituirono squadre composte interamente da proprio personale che operavano presso i corpi pompieri alternandosi a quelle ordinarie ne turni di 24 ore.
Le caserme dei pompieri, quindi, mandavano sugli interventi squadre proprie e squadre di genieri regolarmente:
Ieri nel pomeriggio poco dopo le 15, una telefonata urgente da Alpignano, avvertiva che era scoppiato un grave Incendio nel cascinale di via A. Cruto, di proprietà dei fratelli Tavella. Partivano immediatamente con una motopompa per recarsi sul posto due distaccamenti di pompieri agli ordini dell’ing. Albj ed un plotone del Genio pompieri comandato dal ten. Torregrossa. Giunti sul posto, i vigili del fuoco dopo circa sette ore di lavoro riuscivano a spegnere l’incendio che si era sviluppato nei granai e nei fienili e che quindi aveva trovato facile esca nel fieno e nella paglia, con grave pericolo della vicina fabbrica di lampadine (…). (4)
Gli ufficiali del Genio comandati affiancavano l’ufficiale di guardia dei pompieri seguendolo sugli interventi delicati, ma anche nei servizi di prevenzione incendi.
I militari di truppa, poi, furono a turni inseriti nei servizi di vigilanza teatrali insieme ai vigili del fuoco locali anche se per tali servizi non fu prevista alcuna forma di indennizzo.
Per l’espletamento dei servizi oltre al parco mezzi dei singoli corpi fu disposto l’uso di: 1 autocarro leggero – 1 motopompa barellabile – 1 motopompa rimorchiabile con corredo di lance, manichette ed attrezzature varie.
Tale formula proseguì fino alla fine del programma che si chiuse con il congedo dei soldati di leva al termine del servizio.
Del rendimento degli uomini risposero, all’Ispettorato del Genio, gli ufficiali che predisposero diari di appunti ed assegnarono ai militi delle qualifiche o meglio delle valutazioni.
Sui fogli matricolari e libretti del personale fu preso nota del servizio prestato, del grado e del giudizio meritato.
Nel complesso l’esperienza fu straordinaria perché alla teoria seguì la pratica con interventi veri e propri.
La presenza di detto personale fu gradita ai corpi pompieri che furono in grado di mettere in servizio un numero superiore di squadre che nel tempo divennero via via più affidabili.
Il programma consentì quindi di preparare personale che negli anni successivi avrebbe svolto il proprio servizio anche in prima linea nelle gelide steppe russe, tra le rocce balcaniche o nelle sabbie infuocate d’Africa.

Ma emerse anche in questa situazione un dato relativo ai corpi pompieri. Una volta di più i diversi metodi dimostrarono la loro eterogeneità e l’urgenza di provvedere alla realizzazione di un servizio di tipo nazionale opportunamente disciplinato. Nondimeno seguirono a lungo svariati corsi per diversi anni e l’attività antincendi del Genio ebbe lunga vita con episodi anche nel secondo dopoguerra:
Due autocarri travolti da torrenti in piena. Piacenza, mercoledì sera. Nel pomeriggio di ieri un grosso camion della ditta Boledi, quasi completamente carico di ghiaia, è stato sorpreso dalla piena del fiume Trebbia nei pressi di Sant’Antonio. Gli autisti riuscivano a salvarsi, mentre l’autocarro è stato travolto. E’ stato poi pescato parecchi chilometri a valle dai soldati del genio pompieri (…). (5)
In seguito forse ad un mozzicone di sigaretta buttato a terra inavvertitamente, ieri sera, poco prima delle 20, si sviluppava un principio d’incendio nello stabilimento industriale di corso Orbassano, 72, (Torino nda) di proprietà dell’ing. Biffi. Avvertiti immediatamente si recavano sul posto due distaccamenti di pompieri: uno al comando dell’ing. Pastore ed un altro della Casermetta del Lingotto comandato dal brigadiere Filippi, nonché un plotone del Genio Pompieri agli ordini del ten. Colucci. Grazie al pronto intervento dei militi del fuoco l’incendio era prontamente domato. I danni ammontano a poco meno di un migliaio di lire. (6)
In alcuni casi, quindi, i reparti servirono anche a guerra finita.

Le uniformi
Come abbiamo detto il personale fu munito di apposite uniformi che di fatto erano un ibrido tra quelle militari e quelle dei pompieri. Si trattava infatti di divise molti simili, ma munite di mostreggiature regolari del Regio Esercito.
I sottufficiali e la truppa indossavano, in genere, una bustina in panno blu con fregio ricamato in oro per i graduati ed in ottone per la truppa.
La giubba era della stessa foggia e taglio di quella grigioverde, ma in panno blu con bottoneria in metallo dorato ed al bavero le pipe del Genio con le regolari stellette sabaude. Una camicia grigioverde con cravatta nera e pantaloni blu completava l’insieme.
Per i servizi interni si faceva uso di una divisa in panno grigio ferro con giubba munita di bottoni di frutto, pantaloni lunghi e bustina con fregio in seta gialla per i sottufficiali ed in filo rosso per la truppa.
Per l’uniforme da incendio si utilizzava l’elmo in cuoio modello “Milano” con finiture in metallo dorato e guarnito di fregio metallico dell’arma del Genio al posto di quello da pompiere.
Si portavano poi il giubbone in pelle ed i pantaloni grigio ferro infilati negli stivaloni in cuoio.
In vita il cinturone o il cinturone da incendio con moschettone ed occhiello di sicurezza.
Gli ufficiali portavano una giubba della stessa foggia di quella grigioverde, ma in panno blu con spalline e bottoni in metallo dorato, stellette al bavero e galloni alle manopole.
Alla tenuta si potevano aggiungere, quando necessario, la sciarpa azzurra, i guanti bianchi e la sciabola con dragona.
Con la circolare 192 del G.M.U./1934 fu introdotto un fregio da spalla per i militi e gli ufficiali raffigurante una fiamma stilizzata su scuri incrociate in canottiglia dorata su panno blu per le uniformi speciali ed in panno grigioverde per le altre tenute.
Questa serie di uniformi ebbe largo uso durante il periodo di formazione presso i corpi pompieri.
Anni dopo, nel corso della Seconda guerra mondiale, si fece uso delle tenute del momento, in particolare della modello 1940 in panno grigioverde con pipe del genio e stellette affiancate al cinturone ventrale da incendio, agli stivaloni ed all’elmo in cuoio, ancora il vecchio modello “Milano” con fregio d’arma.
Sicuramente ad esse furono affiancate varie altre combinazioni in base al teatro d’operazioni come sahariane in Africa od indumenti pesanti in Russia.
Alessandro Mella
NOTE
1) A titolo di esempio si riportano due delle tante motivazioni di decorazioni al valore militare meritare dai genieri. In questo caso due bronzi: CIGOLI Gaetano, da Milano, caporal reggimento genio (sezione pompieri) n. 61526 matricola. Incurante del pericolo, si avventurava in una casa rovinata da una bomba nemica, ed efficacemente coadiuvava al salvataggio di una donna ch’era rimasta sepolta sotto le macerie. – Cervignano, 9 ottobre 1916. (Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra, Dispensa 9, 30 gennaio 1917, p. 765). CACCIALANZA Giuseppe, da Lodi (Milano), sergente reggimento genio, n. 15719 matricola, Fra i migliori dei valorosi ed abili pompieri della 3a sezione d’armata, si distinse per calma e personale iniziativa nell’opera di spegnimento di un grave incendio causato dal tiro d’artiglieria avversaria, lavorando impavido per quattro ore, sotto l’incessante e preciso tiro del nemico, esempio e onore del corpo di cui fa parte. – Monfalcone, 11 maggio 1917. (Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra, Dispensa 89, 4 dicembre 1917, p. 7333).
2) L’incendio sviluppatosi il 18 corrente allo stabilimento G. B. Mino e figli poté essere domato mercè l’opera dei pompieri militari della locale Direzione d’artiglieria accorsi prontamente in luogo, agli ordini dell’ufficiale incaricato tenente Lorella, con la motopompa da incendio, il camioncino attrezzi ed il materiale pompieristico di cui detta Direzione dispone. La prestazione di tali pompieri, che si trovano sempre pronti a portare il loro aiuto in città qualora vengano richiesti per incendi anche a privati, fu sollecita ed efficace (…). (La Gazzetta del Popolo, 357, Anno LXX, 25 dicembre 1919, p. 6).
3) L’incendio di un magazzino all’aerodromo di Mirafiori. L’altra sera, verso le 19,30, i militari di servizio al campo d’aviazione di Mirafiori videro alzarsi da un capannone adibito a magazzino e contenente gomme d’automobili ed accessori d’aeroplani, una densa colonna di fumo presto accompagnata da pallidi guizzi di flamini. Immediatamente fu dato l’allarme ai pompieri e furono chiesti soccorsi ai corpi e reparti militari più vicini. Intanto l’incendio s’impossessava interamente della baracca, le pareti ed il tetto della quale fiammeggiavano come un rogo con un fragoroso crepitio. I pompieri militari di sede al campo di Mirafiori tentarono immediatamente di dar battaglia alle fiamme per mezzo degli idranti. Ma i mezzi si rivelarono subito in adeguali al vigore del fuoco che era favorito dall’infiammabilità delle materie di cui componevasi il deposito (…). (La Gazzetta del Popolo, 110, Anno LXXII, 22 aprile 1919, p. 2).
Domenica alle ore 12 circa una telefonata avvertiva i pompieri del 1° Raggruppamento Genio che un incendio grave erasi sviluppato nella Fornace Marchino. Accorsero prontamente i Civici Pompieri di Casale (Monferrato nds), i Pompieri Militari con una autopompa e reparti di truppa d’Artiglieria per il servizio d’ordine e militi della M. V. S. N. I Civici Pompieri di Casale usufruirono per l’opera di spegnimento, dell’unico idrante da incendio dell’aquedotto (sic.) esistente nei pressi dello stabilimento, mentre i Pompieri Militari non poterono impiegare l’autopompa per l’assoluta mancanza di presa d’acqua esistente intorno alla fornace pel raggio di oltre mille metri. Fu necessario quindi far trasportare l’acqua sul posto con carri botte. (Il Monferrato, 20 marzo 1926, p. 2).
4) La Stampa, 254, Anno LXVIII, 26 ottobre 1934, p. 7.
5) Nuova Stampa Sera, 247, Anno II, 27 ottobre 1948, p. 3.
6) La Stampa, 194, Anno LXVIII, 17 agosto 1934, p. 8.
