“È punito chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza senza giustificato motivo caschi protettivi o altro mezzo idoneo a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”
L’argomento è di forte attualità, di estrema importanza e di significatività profonda per il vivere e il ‘fiorire’ naturale della cultura occidentale e medio orientale. È argomento che investe svariati ambiti, dal sociale al religioso, dal politico al giuridico, e non si può avere la pretesa di conchiuderlo esaustivamente in un articolo. Per questo, di questo argomento darò solo cenno, a volo d’uccello, dell’aspetto preoccupante che riguarda il colonialismo religioso dell’islamismo ai danni della cultura e della religione cristiana, che si appalesa ai nostri occhi con sempre maggiore evidenza. Chiedo venia pertanto per la inevitabile incompletezza di quanto andrò a scrivere.
L’abbigliamento delle donne islamiche non è argomento da riviste femminili e neanche da chiacchiere da parrucchiera. Ha una precisa funzione che trascende il semplice senso naturale del coprire il corpo, esso influenza, determinando condizionamenti mentali i processi evolutivi della società, della religione, del diritto e della politica.
Dell’abbigliamento delle donne islamiche ciò che colpisce la psiche e che influenza la realtà anche occidentale, non è solo il vestito abaya largo e lungo fino ai piedi che copre tutto il corpo della donna nascondendone le forme, ma anche e soprattutto i veli che queste devono portare in testa quando sono in pubblico. Ci sono svariate tipologie di questi veli, ma tre in particolare sono maggiormente usati e attraggono l’attenzione e le domande di noi occidentali. C’è l’hijab, il più comune e il più usato sia nel mondo musulmano che in Occidente, che copre i capelli, il capo e il collo, lasciando visibile solo il viso, dal mento alla fronte. C’è poi il niqab, abbinato ad un abaya scuro, che copre tutto il capo e anche il volto, lasciando solo una fessura a livello degli occhi per consentire alle donne di vedere. È diffuso nei paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman), ma è portato anche in occidente. E infine c’è il famigerato burqa, un abito integrale che copre totalmente il corpo, dalla testa ai piedi, e all’altezza degli occhi ha una piccola e fittissima rete dello stesso tessuto per permettere alla donna di ‘intravvedere’ il mondo esterno al suo. È usato in Afghanistan e Pakistan, ma anche in Occidente.
Ma perché ci sono svariati tipi di ‘coperture’ delle donne musulmane nei diversi paesi islamici? Nel Corano, che rappresenta la più elevata legge islamica, perché si dichiara che manifesta la parola diretta di Allah (Dio), rivelata al profeta Maometto, non esiste l’imposizione per la donna di coprire completamente il volto. In diverse Sure, Maometto invita alla tutela del pudore e chiede che la donna non mostri la propria bellezza in pubblico, e vesta con sobrietà e modestia.
Ma nella Sunnah, leggi di secondo grado che non riportano le parole di Allah ma interpretazioni umane di esse, come la moltitudine dei detti, delle azioni, e dei comportamenti di vita quotidiana del profeta, i movimenti fondamentalisti radicali (salafiti, talebani) credono che ci sia la previsione e l’imposizione del niqab per le donne. Questo al fine di non provocare il desiderio sessuale maschile, stimolabile, a loro dire, alla semplice vista di certe parti della donna, quali le mani, i capelli e il collo.
La Sharia, il diritto islamico della morale e dell’etica, che trae i suoi precetti dal Corano e dalla Sunnah, si basa su diverse scuole giuridiche di pensiero che propongono interpretazioni diverse riguardo al velo integrale. La maggioranza delle scuole stabiliscono che il viso e le mani (le parti che devono essere coperte davanti agli estranei) delle donne non devono essere obbligatoriamente coperti, ma viene consigliato come atto di devozione volontario e di pudore della donna. Il messaggio sembra chiaro, se non ti copri significa che non sei una devota di Allah! Le scuole e i movimenti minoritari fondamentalisti (salafiti, talebani) invece sono più radicali, e sostengono che l’obbligatorietà del niqab o del burka per la donna sono chiaramente rinvenibili in alcuni racconti della Sunnah.
Anche in Occidente dove vivono 50 milioni circa di musulmani ci sono orientamenti e comportamenti diversi. Mentre in tutti i 50 Stati Uniti d’America, in ossequio al primo emendamento della Costituzione che garantisce la libertà di espressione e di culto, è consentito portare il velo integrale (niqab e burka), in diversi stati europei come la Francia, la Bulgaria, il Belgio, l’Austria, la Danimarca, il Portogallo e la Svizzera è vietato nei luoghi pubblici o aperti al pubblico per motivi di sicurezza e di identificazione personale. In Spagna, Italia, Regno Unito, Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Grecia e Polonia non esiste invece una legge nazionale generale che lo vieti, pertanto, è regolarmente portato ovunque.
Eh si! Ho letto bene, in Italia non esiste un divieto generale e specifico di portare il velo integrale nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, sebbene delle leggi sulla pubblica sicurezza vietino il travisamento del volto senza giustificato motivo. Già con Regio Decreto 773/1931 venne intodotto il T.U.L.P.S (Testo unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) che all’art. 85 così recita: “È vietato comparire mascherato in luogo pubblico”, valido tuttora e in vigore per gli italiani, ma non per le donne islamiche perché i magistrati, interpellati sull’argomento, non equipararono il burka/niqab a delle maschere. Certamente si, non sono delle maschere, ma poiché la legge parla di sicurezza nei luoghi pubblici e per garantirla è necessaria la identificazione immediata del volto delle persone, le donne velate, a mio modesto parere, rientrano a tutto titolo nella fattispecie. Prima forma di discriminazione dei cittadini italiani per realizzare la non discriminazione dello straniero, e favorire la pelosa inclusività, di cui siamo tutti protagonisti.
Successivamente, negli anni di piombo, e a seguito delle stragi terroristiche, venne emanata la Legge Reale 152/1975 che al primo comma dell’art. 5 Divieto di travisamento, così recita “È punito chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza senza giustificato motivo caschi protettivi o altro mezzo idoneo a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona.” Tale legge è tuttora vigente, in parte trasfusa nel Codice Antimafia 159/2011, viene altresì applicata durante lo svolgimento delle partite calcistiche diventate arene per i peggiori spettacoli di violenze tra tifoserie.
Riguardo al burka/niqab, di cui più volte è stato chiesto di vietarne l’uso in pubblico o in luoghi aperti al pubblico, da anni pende una disputa ideologica e politica che ancora oggi tiene banco e non consente una definizione chiara, definitiva ed equa nei confronti dei cittadini italiani e della nostra cultura e identità storica. L’opinione pubblica e la giurisprudenza maggioritaria riteneva che velare il volto per motivi culturali o religiosi non costituisse quel ‘giustificato motivo’ esimente dal rispetto della norma di legge, e che la tutela dell’ordine pubblico del territorio italiano e della riconoscibilità della persona prevalesse sulla libertà religiosa degli stranieri. Loro, una volta trasferiti in Italia devono in toto rispettare le leggi, i costumi, la cultura la morale, le tradizioni e la religione del luogo; cosa che a volte non accade. Pertanto, le donne islamiche dovrebbero in ossequio della legge Reale aver il volto scoperto nei luoghi pubblici o aperti al pubblico italiani.
Ma poiché la magistratura è politicizzata da più di trent’anni, e poiché sembra essersi trasformata in una corrente dei partiti di sinistra, i quali da anni favoriscono l’immigrazione da paesi africani e medio orientali, la norma suindicata non è stata estesa al velo integrale delle donne islamiche. La testa al toro l’ha tagliata la famosa sentenza del Consiglio di Stato 3076/2008 con la quale i magistrati amministrativi hanno chiaramente sentenziato che il velo integrale non viene portato per eludere i controlli della polizia ma per motivi puramente religiosi. Pertanto, non rappresentando un pericolo per l’ordine pubblico è ammesso portarlo. Certo se la polizia dovesse chiedere di identificare la persona che lo indossa sarebbe dovere di quest’ultima consentirlo.
E siamo arrivati ad oggi, epoca in cui constatiamo che abbiamo fatto talmente tante concessioni (anche bypassando le nostre leggi) agli stranieri regolari e irregolari in nome della politica buonista che il globalismo ci ha imposto, che il caos nel paese in materia di sicurezza e di sopraffazione dei nostri diritti è ormai evidente a tutti. Tanti altri paesi europei stanno messi peggio di noi, perché la loro accoglienza è di più antica data della nostra, e per noi è come vedere il nostro futuro tra le loro piazze affollate di cittadini che si ribellano e che non ne possono dell’immigrazionismo selvaggio, degli immigrati che delinquono, che assorbono il nostro welfare, che vogliono eradicare la nostra cristianità e imporre la sharia come legge universale. In Spagna, UK, Germania, Francia, Svezia, Finlandia la guerra civile è alle porte. I nativi, i veri cittadini vogliono rivendicare la loro terra, prima che sia troppo tardi.
I musulmani si stanno infiltrando nel mondo politico attraverso le candidature proposte dalla sinistra che spera di avere per il futuro un buon bacino di votanti; diversamente non riuscirebbero più a vincere un’elezione neanche a Poggibonsi. Non rendendosi conto che una volta arrivati al potere gli islamici farebbero fuori anche loro, perché per loro il nemico è l’infedele tout court, cioè il non islamico.
Ad ogni buon conto, per non fare allarmismo né politica da bar si guarda avanti e si spera che tutte le parti in gioco ad un certo punto rinsaviscano, c’è chi deve svegliarsi e c’è chi deve darsi un limite e abbandonare i propositi imperialisti già ampiamente tentati nei secoli addietro in Europa. È in discussione in Senato il DDL 1823/26 che specificatamente è volto a rendere illegale l’occultamento del volto anche con burka e niqab, statuendo così che per la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico sono vietati “indumenti o accessori di qualsiasi tipo di origine etnica, culturale o religiosa” in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Altresì sarà reato anche l’atto di costrizione della donna di portare il velo integrale da parte del marito, della famiglia o dell’imam di riferimento.
E allora ci si rende conto che il bene da preservare non è solo la sicurezza dello Stato e degli italiani, ma anche la dignità e i diritti civili e sociali di ogni donna, per tentare così una effettiva integrazione tra due civiltà profondamente diverse, in primis la religione islamica dovrebbe rispettare aderendovi i valori laici e democratici nazionali. Purtroppo la donna per il Corano, la Sunnah e la Sharia è pari all’uomo solo di fronte ad Allah, mentre sul piano terreno non ha diritti umani, civili, sociali ed economici, e subisce la peggiore discriminazione di genere che si sia mai vista sulla terra, causata dall’unico vero patriarcato ancora esistente nel mondo. Piccolo inciso, ma come fanno le donne di sinistra e le femministe progressiste a sostenere gli immigrati e a non contestare il ruolo delle donne relegato a mere fattrici?
Gli islamici non hanno una legge civile e laica come i paesi europei scissa dalla legge religiosa. La Sharia, la legge spirituale che contiene i dogma di Allah, e quindi è immodificabile, è anche legge civile, si applica a tutti gli aspetti dell’esistenza religiosa e civile delle donne. Non hanno scampo! Se le correnti più moderate e flessibili non cercheranno di ‘modernizzare’ i precetti coranici l’esistenza delle donne continuerà ad essere un inferno.
Le donne islamiche subiscono ogni sorta di violenza dal marito, dal padre, dai parenti maschi e dalla collettività in genere, sono considerate un animale inferiore agli uomini in tutto e per tutto e il velo integrale e le palandrane con le quali le coprono sono uno degli strumenti più abili ed efficaci per ricordarglielo e mantenerle in una situazione di perenne sottomissione. Schiave, sono solo delle schiave, che deambulano per strada difficoltosamente, ammantate dai veli delle minacce, dei ricatti e della violenza fisica e psicologica che subiscono ogni giorno. Mi capita alle volte d’incrociare un loro sguardo che si fa spazio nella vita, tra tessuti e viso, sono tristi, rassegnati e addolorati. Ma sono le prime a proteggere i loro carcerieri (Sindrome di Stoccolma).
Non è vero che sono contente e fiere di portare il loro velo per ‘difendere’ la loro cultura e la loro fede, nessuno in Occidente gliel’ha mai contestata o rifiutata. Sono loro che contestano le minigonne alle nostre ragazze! Sono costrette a coprirsi il volto, così come devono subire la poligamia dei mariti, l’infibulazione e altre forme di mutilazione dei genitali, e il diritto di un uomo cinquantenne di prenderle in moglie dall’età di nove anni. Questo dichiarano le note attiviste e femministe musulmane Saida Keller, Henda Avari e Waleed Al Husseini che si battono contro l’estremismo islamico e il potere patriarcale dell’uomo.
Vietare il velo integrale è una liberazione per le donne e un atto di civiltà! Si curino gli uomini musulmani turbati dall’esuberanza delle donne occidentali, sono dei sessuofobi cresciuti nella deprivazione affettiva e sentimentale.
Questi fondamentalisti sono pericolosi anche e di più per le donne bianche cristiane che odiano e disprezzano perché ‘infedeli’ e meno che animali, ma bestie. Su un recente studio di Open Doors si legge che «le donne cristiane sono tra le più violate al mondo, forse in una maniera che non ha precedenti». I dati diffusi certificano la media di sei donne stuprate ogni giorno solo perché cristiane. «Dobbiamo alzare la nostra voce, tutto ciò è ormai prassi», ha denunciato il presidente e CEO di Open Doors USA, David Curry.
Basta al velo integrale, come alla carne halal nelle scuole pubbliche, alla dichiarazione del Ramadan come festa nazionale, all’eliminazione del crocifisso dalle aule scolastiche, alle lezioni di Corano ai bambini italiani, alla loro ascesa politica nelle amministrazioni locali, alle profanazioni delle nostre chiese, agli stupri e i reati predatori commessi nel nostro territorio, al ricatto di Mestre etc. E ancora le dichiarazioni urlate dagli imam dai loro pulpiti “Vi conquisteremo con i nostri ventri!” e “L’Italia è corrotta, adesso è il momento dell’Islam!”, non sono dichiarazioni a sostegno della loro cultura e della loro religione sono strumenti politici di conquista con una guerra ibrida, di cui il velo integrale è uno strumento. E la soluzione non sarà la guerra civile alla quale il deep state vuole condurci, ma l’intelligenza, di cui il popolo italiano è fortemente dotato.
