L’antropologia diventa uno strumento indispensabile per spiegare l’origine e il significato delle maschere
La storia delle piccole comunità umane, fin dalle prime documentazioni disponibili, è sempre stata caratterizzata da manifestazioni di socialità che, se in prima istanza erano di natura economica e di organizzazione civile, nello stesso tempo si riconoscevano ed si esprimevano attraverso tradizioni, usanze, costumi, modi di vita, forme artistiche peculiari e originali.
In sintesi potremmo dire che le antiche comunità umane, insediate nelle molteplici periferie territoriali, sono sempre state portatrici e tenaci custodi di una realtà profondamente antropologica e identitaria.
Hanno rappresentato un patrimonio storico ed etno-culturale che il potere politico dominante, con la finalità d’unificazione funzionale, ha sovente relegato ad un ruolo subalterno, per non dire “popolare e inferiore”, sconveniente e passatista, dove sarebbe stato il tempo a cancellarlo ineluttabilmente.
Nel presente l’impetuoso fenomeno della globalizzazione economica e tecnologica ha ulteriormente imposto linguaggi, visioni e prospettive che stanno relegando ulteriormente queste “culture tradizionali”, considerate una armamentario obsoleto, nel rischioso limbo della definitiva sostituzione e dell’oblio.
Tuttavia la resilienza delle antiche culture che affondano le proprie radici nell’antropologia umana, sono difficili da estirpare.
Un esempio che ha dato prova di resistere alla forza cancellatrice della modernità omologante è la tradizione del “Carnevale”, antichissimo evento antropologico per antonomasia del mondo cristiano, dove vengono stravolte le regole, le convenzioni, attraverso dissacranti allegorie, rappresentazioni fantastiche, maschere e personaggi simbolici.
Proprio in riferimento a questo evento e in omaggio alla Città di Torino e al Piemonte è interessante conoscere la storia simbolica di Gianduja e di Giacometta, che riportiamo integralmente dal volume edito dalla Regione Piemonte “Carnevale in Piemonte – maschere, personaggi e costumi della tradizione”.

In ogni caso, preso atto che le “storie” delle maschere di “Gianduja e Gicometta” possono trovare narrazioni discordanti dalla presente, ospiteremo suggerimenti o versioni alternative, purché supportate da una documentazione che la tradizione ha ampiamente confermato nel tempo.
Buona lettura. (m. b.)
***************
“ Gianduja è la maschera principale del Piemonte e di Torino. nasce nel 1808 a Callianetto (At), dalla creatività di Giambattista Sales e di Gioacchino Bellone. L’antenato di Gianduja fu la marionetta Gironi (Gerolamo), già noto nel 1630, con cui aveva molte cose in comune, sia caratteriali, sia estetiche.
Negli ultimi anni del ‘700 Gironi veniva rappresentato negli spettacoli del famoso marionettaro torinese Umberto Biancamano , meglio conosciuto come “Giôanin d’ij osei”. Fu appunto a Torino che il giovane Sales seguì con assiduità gli spettacoli dei burattinai del Biancamano, iniziando a dare egli stesso recite nel cortile di casa per i conoscenti. Ma le sue ambizioni erano altre: andare in provincia con uno spettacolo ambulante, senza la concorrenza del suo “maestro”.
Trovò nell’amico Bellone un aiuto economico per dotarsi di marionette e di un teatrino ambulante, e insieme a lui, diede vita al personaggio di “Gerolamo”.
Il loro spettacolo fu portato in giro per tutto il Piemonte sino ad arrivare a Genova, dove si stabilirono ed ebbero un notevole successo.
Qui però iniziarono per i due burattinai i problemi, perché l’allora Doge di Genova era Gerolamo Durazzo, il quale non prese bene la propria omonimia col beffardo burattino e fece espellere dal territorio genovese i due amici per il reato di lesa maestà.
Tornati a Torino, si attrezzarono con un teatrino permanente dove entrava sempre in scena l’arguto e ironico Gerolamo.
Poco tempo dopo furono fatti arrestare dal Vicario di Torino, con la medesima accusa , questa volta nei confronti del fratello minore di Napoleone Bonaparte , Re Gerolamo di Westfalia. Dopo un periodo di prigionia furono liberati, ma il teatrino venne chiuso e i due messi al bando.
Fu così che l’indissolubile coppia giunse a Callianetto, forse per trovare rifugio nel paese che a quei tempi era attorniato da una fitta vegetazione.
Sales si esibiva nelle osterie del luogo, mascherato con tricorno e codino, sfoggiando una parlantina sbeffeggiante; l’avere sempre con sé la doja, un boccale di terracotta per bere il vino, lo fece soprannominare “Giôan d’la dôja”, appellativo che presto fu condensato in Gianduja.
Il nome potrebbe anche derivare da un atto di riguardo di Sales verso l’amico Bellone, che era originario di Oja, frazione di Racconigi e quindi di qui Giôanin d’Oja.
La simpatia, l’astuzia e l’ironia del personaggio lo resero ben presto famoso in tutto il Piemonte, sino a divenirne l’emblema.
Gianduja ha un viso rubicondo e allegro e la capigliatura raccolta in un codino girato all’insù con fiocco rosso; il cappello è a tricorno, il vestito è composto da una giubba color marrone bordata di rosso, il panciotto è giallo, i pantaloni verdi e lunghi sino al ginocchio, le calze sono rosse e le scarpe hanno una fibbia in ottone.
Il carattere della maschera rispecchia un po’ il popolo piemontese: è conservatore, di umore sempre allegro, di battuta pronta, scaltro anche se all’apparenza rozzo e ingenuo, un contadino che ama il buon Barbera e la buona tavola.
La sua compagna è Giacometta , una fioraia popolana, gentile e piena di buon senso , vestita con un abito a gonna ampia e lunga e un grembiule bianco, lo scialle sulle spalle, un copricapo a cuffia guarnito da fiori multicolori e legato con un nastro.
Nei giorni di Carnevale, Gianduja e Giacometta fanno la loro apparizione nelle feste paesane e cittadine con canti e balli a testimoniare l’allegria che li contraddistingue.
Nella settimana che precede l’inizio della Quaresima fanno visite a ospedali , case di riposo e scuole portando il loro amichevole saluto”.
© 2025 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF

allora come adesso i “politici potenti” non hanno il senso dell’umorismo anche perchè nella loro mentalità sono molto tristi. se avessero un pò più di allegria la vita sarebbe migliore per tutti.
Giovanni della dolea è forse la versione più conosciuta.
C’è anche il cognome Gandola nel Piemonte nord orientale e nella Lombardia nord occidentale, presente anche nel Canton Ticino.
Potrebbe trattarsi di un toponimo di una qualche località ma l’ assonanza con Gianduia può assimilare al noto personaggio piemontese anche qualche caratterizzazione di persone scherzosamente definite Gandola.