L’attrice e diva Eleonora Duse è ricordata in una minuscola via del centro
A Torino, la breve via che oggi porta il suo nome si è chiamata in passato vicolo del Montone; è scomparsa con il rifacimento del primo tratto di via Roma, eseguito tra il 1931 e il 1933, da piazza San Carlo a piazza Castello. Prima di allora, il vicolo non raggiungeva via Maria Vittoria. Il vicolo del Montone, appartenente alla Torino romana, anche se collocato fra edifici prestigiosi e nei pressi del “salotto di Torino”, è un luogo malfamato, dal quale si accede a vecchie case fatiscenti. Come altre vie torinesi, ha preso nome dall’albergo che vi sorgeva, all’insegna del Montone d’Oro, poi divenuto un postribolo.
Eleonora Duse (Vigevano, 3 ottobre 1858 – Pittsburgh, U.S.A., 21 aprile 1924), colei alla quale è intitolato questo breve tratto di strada torinese, trascorre l’infanzia tra il nomadismo e il dilettantismo della compagnia girovaga del padre, Alessandro Vincenzo Duse (1820-1892) e della madre Angelica Cappelletto (1833-1906), calcando le scene fin da bambina.
C’è una pagina sofferente e poco nota nella sua vita, che la lega indissolubilmente alla nostra città. Nel gennaio 1880 Eleonora arriva a Torino, scritturata l’anno prima come seconda attrice dalla “Compagnia Semistabile di Torino” di Cesare Rossi, un uomo che ha trascorso l’esistenza nel teatro. Egli esordisce nel 1860 come primo caratterista nella compagnia “modello” di Luigi Bellotti Bon, con Papà Goriot di Honoré de Balzac. La sua collaborazione con Bellotti Bon si interrompe per un triennio, nel quale Rossi viene scritturato da Fanny Sadowsky: non solo come primo attore da parrucca, caratterista e promiscuo, ma anche come direttore, per la prima volta. Dal 1874 al 1875 dirige e recita nella compagnia “Bellotti Bon n. 3”, prendendo parte all’ambizioso esperimento delle tre compagnie gemelle. L’esperienza di capocomico, maturata negli ultimi anni, gli consente di avviare un proprio progetto, a lungo agognato: il 5 ottobre 1876 la municipalità di Torino delibera a suo favore l’uso e il godimento gratuito del Teatro Carignano per 6 mesi l’anno, una concessione triennale prorogata fino al 1885.
La Drammatica Compagnia della Città di Torino costituisce, nell’Italia unita, il primo esempio di “compagnia semistabile” sovvenzionata da una municipalità. Viene, inoltre, istituito un premio annuale per gli autori delle migliori commedie rappresentate – a cui Rossi stesso contribuisce finanziariamente – e progettata una scuola di declamazione. Il capocomico forma la nuova troupe con attenzione sia all’armonia dell’insieme, sia alle giovani promesse, cui fa da mentore, come Teresina Leigheb – sostituita poi da Celeste Paladini –, Claudia Lichi e soprattutto Eleonora Duse, che conquista il ruolo di prima donna, orientando anche la scelta dei testi teatrali messi in scena dalla compagnia. Rossi, all’inizio restio a mettere in scena i testi proposti dalla Duse, che considera rischiosi, si lascia convincere ad assecondare le proposte della sua prima attrice, come nel caso de La principessa di Bagdad di Alexandre Dumas figlio e Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni.
Torniamo, quindi, a quel 1880: Eleonora ha 21 anni, un’infanzia e una giovinezza trascorse sui palcoscenici di provincia al seguito del padre, un successo nazionale recente ottenuto con la Teresa Raquin di Zola, rappresentata con venti repliche. Sulla scena esprime tutta la sua sensualità, ma quando cala il sipario è una donna disperata. Viene da Napoli dove, dal 1878 ha recitato nella Compagnia Stabile del Teatro dei Fiorentini e alcune sue interpretazioni hanno destato l’interesse del pubblico. In quella città ha incontrato il primo amore, Martino Cafiero, direttore del Corriere del Mattino, un uomo affascinante che ha vent’anni più di lei, figura di rilievo nella società napoletana dell’epoca. Quando Eleonora scopre di essere incinta, Cafiero si raffredda, teme uno scandalo e la abbandona con toni sbrigativi. Nel tentativo di allontanarsi da lui, la Duse accetta la proposta dell’impresario Rossi, che ha affittato il Teatro Carignano.
Giunta a Torino, prende alloggio in una locanda in vicolo del Montone, a fianco del Teatro Carignano, nella piccola via che oggi porta il suo nome. Scrive all’uomo che l’ha lasciata e usa toni accorati: «Salvami da questa spaventosa nemica che mi persegue e mi opprime, salvami dalla solitudine che è qui nel silenzio della mia camera». La gravidanza procede e lei scrive ancora al padre ingeneroso: «Ma pensa, pensa a quel che, in me, è tuo. O Martino! È questo l’amore? È questo il padre…?».
Alla compagnia teatrale tace il suo stato, che con il passare delle settimane diventa impossibile celare. Alla sofferenza sentimentale si aggiunge il timore di essere allontanata e perdere le 7250 lire di ingaggio, unico suo sostentamento.
Una sera, dopo lo spettacolo, Eleonora si incammina, da sola, per le strade torinesi. Ricorderà questo fatto, molti anni dopo, in un’intervista: «Vagai per Torino, nei quartieri pieni di silenzio e senza luce, poi in quello delle donne di malaffare, poi fino alle rive del fiume». Una giovane donna che cammina sola di notte rischia di essere fermata dalle Guardie di Città, portata in carcere e schedata come prostituta. Lei lo sa, ma non le importa, ha altri pensieri per la testa, affiora perfino l’idea del suicidio.
«Vidi l’acqua scura che scorreva sotto di me, e non ebbi il coraggio. Allora tornai indietro. Rientrai nella locanda che era l’alba: raggiunsi la mia stanza e mi lasciai cadere sul letto, senza forze, gelata dal freddo».
Quando il suo stato si fa evidente a tutti, l’attrice trova un’inattesa solidarietà da parte della Compagnia di Rossi e un contatto per partorire in un luogo tranquillo, a Marina di Pisa. Gli altri attori le sono di aiuto anche per raccogliere la somma necessaria ad affidare il neonato a un orfanotrofio: le logiche (e il perbenismo!) del tempo prevedono che se una donna non ha i denari necessari, per oltre un anno è tenuta a prestare servizio come balia nell’orfanotrofio, costretta ad allattare altri neonati e non il proprio. Lo sfortunato figlio di Eleonora vivrà poche settimane e lei tornerà presto al teatro; nonostante le luci della ribalta e la fama crescente, quella notte d’angoscia a Torino resterà per sempre nella sua memoria.
Anni dopo, nel 1894, le parti si rovesciano, Rossi è scritturato da Eleonora Duse per due tournées: la prima a Londra, da maggio a giugno, e la seconda in Germania, tra novembre e dicembre. Sorgono alcune incomprensioni, dovute in primo luogo al fatto che pubblico e stampa pensano che la Duse sia alle dipendenze di Rossi; l’attrice, pur ribadendo il proprio affetto per l’antico maestro, a luglio lo invita a non unirsi alla compagnia durante la seconda tournée.
Chissà quante persone, fra le tante che ogni giorno transitano in piazza San Carlo, alzano gli occhi verso quell’angolo, accanto ad una antica farmacia, dove il nome di Eleonora Duse, seminascosto dall’alto palazzo, potrebbe raccontare tante storie ai torinese e ai turisti.
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