IL RABBINO LELIO DELLA TORRE - MARCO CASSIN (Fotografia messa a disposizione da suo nipote, Mathieu Vernant).
Di Aldo A. Mola
Sabato 18 ottobre, nel convegno sul Centenario del Rotary Club di Cuneo svoltosi al Teatro Toselli, il Presidente Daniel Gallina ha presentato il libro “Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025”, pubblicato in edizione non venale dall’Editore Nino Aragno (Torino). In dialogo con l’autore-curatore oltre al Presidente Gallina sono intervenuti l’ex presidente Luigi Fontana, il vicepresidente Luigi Salvatico e i soci Adriano Spada, decano dei rotariani cuneesi, e Manuela Vico, ideatrice del Premio poetico transfrontaliero Inter Alpes.
Il volume comprende contributi di Salvatico, Vico, Fontana, Patricia Indemini e Michele Mestriner e presenta l’inedito (in fotografia, con trascrizione) di Giuseppe Mazzini, già di proprietà del prof. Giuseppe Tardivo, donato dal Rotary Cuneo 1925 alla Città di Cuneo, che lo collocherà con speciale cura ed evidenza nella sede della Biblioteca civica di Cuneo, in allestimento nell’antica sede dell’Ospedale Santa Croce (via Santa Croce).
In appendice al saggio, che costituisce il corpo centrale del volume, sono pubblicati i profili di sei rotariani eminenti del Cuneese: Luigi Burgo, Antonio Bassignano, Marco Cassin, Marcello Soleri, Pier Giovanni Bordiga e Franco Pejrone.
Nel suo profilo l’autore propugna l’intitolazione di un luogo pubblico di Cuneo a Marco Cassin e ne spiega i motivi.
La Comunità (o Università) ebraica di Cuneo nell’Otto-Novecento contò due personalità di peso nazionale: Lelio della Torre e Marco Cassin. A Lelio della Torre la città ha dedicato una strada, tra corso Solaro e viale degli Angeli. Della Torre nacque a Cuneo l’11 gennaio 1805 e morì a Padova il 9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell’avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò latino, greco ed ebraico. A quattro anni già svolgeva sermoni e, per farsi ascoltare, non esitava ad ammonire: «Signori, se volete che io legga, fate silenzio.» Docente di filologia ebraica ed esegesi biblica a Torino, ove si trasferì dal 1820, nel 1828 migrò a Padova per insegnare teologia rituale e pastorale, scienza talmudica e omiletica sacra presso l’Istituto rabbinico. All’epoca il regno di Sardegna aveva ripristinato la ghettizzazione degli ebrei, abolita durante l’età francese e napoleonica. A Padova della Torre conseguì il rabbinato, ma non volle esercitarlo per potersi dedicare esclusivamente agli studi.
Suddito leale della Corona asburgica, nel 1848 aderì alla diffusa aspirazione all’unione dell’Italia enunciandone le ragioni: «Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all’unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intorno allo stendardo della religione, fonte della libertà, di eguaglianza, d’indipendenza, che ausiliaria anch’essa vuol essere della patria e da noi a suo pro’ adoprata.» Autore di poderosi studi e collaboratore di riviste italiane e d’Oltralpe (Parigi, Vienna, Lipsia…), nel 1860 Lelio della Torre respinse l’attribuzione dell’unificazione italiana a un “complotto giudaico”, già all’epoca classico cavallo di battaglia dell’antisemitismo reazionario, in specie dei papisti.
I suoi scritti editi e inediti vennero raccolti in due poderosi volumi a cura dei figli, Michele ed Eucardio. Pubblicati a Padova (ed. Prosperini) furono subito noti anche a Cuneo, ove la figura di Lelio della (o anche “Della”) Torre in quegli anni venne proposta all’attenzione per contrastare la ventata di clericalismo intollerante, che denunciava l’unificazione nazionale come frutto di una congiura ebraico-massonica-socialista, come già era accaduto in Francia negli anni dell’artificioso “affaire Dreyfus”. I clericali non avevano un bersaglio storiografico. Puntavano soprattutto a contrastare i cattolici moderati che stavano avviando alleanze con i liberali per arginare l’ascesa dei socialmassimalisti alla Camera e alla guida delle amministrazioni locali. Il pontefice, Pio X, dall’autunno del 1904 dette il benestare all’afflusso di cattolici alle urne a sostegno di candidati dichiaratamente cattolici. Fu il primo passo verso il cosiddetto “Patto Gentiloni” (1913), che propiziò larghe intese tra “moderati”, fossero o meno osservanti e credenti, in nome della difesa dell’ordine e delle libertà. In alcuni collegi i cattolici votarono persino candidati notoriamente massoni, contrapposti ai rivoluzionari nettamente “anti-sistema”. La figura e l’opera di Lelio della Torre furono dunque evocate nell’ambito della lotta politica in corso nel Cuneese nel primo quindicennio del Novecento. Invitavano alla maturità culturale e politica.
Tra i principali protagonisti della tenzone elettorale nel Cuneese in età giolittiana fu l’altro insigne esponente della comunità ebraica locale: Marco Cassin (Cuneo, 29 agosto 1859 – Padova 8 aprile 1926).
I Cassin si affermarono verso fine Ottocento come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885 caldeggiò l’ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere provinciale per il mandamento di Caraglio. Col sostegno di Cassin, il sindaco di Caraglio offrì la candidatura a Giolitti, che accettò, fu eletto e rimase consigliere del mandamento sino al 1920, cioè sino alla morte di Luigi Moschetti, figlio di Agostino. Luigi Moschetti veniva eletto per il mandamento di San Damiano e Prazzo con il pieno sostegno del clero locale, che si faceva carico di diffonderne il materiale elettorale. Luigi Moschetti non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all’inizio della Grande Guerra. Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento. Da quel momento rappresentò in Consiglio la terra dei suoi antenati, come scrisse il 21 dicembre 1925 nella lettera di dimissioni da presidente del consiglio provinciale e da consigliere, vittima della “lurida congiura” ordita da fascisti, con la connivenza di alcuni “liberali” e cattolici del partito popolare italiano.
Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell’omonima banca. Rimase in carica dal 1873 alla morte (1882). Sette anni dopo venne eletto Marco. Nel 1893 non fu confermato. Riconquistò il seggio nel 1905, quando, come si è detto, stavano affiorando le tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Da quell’anno Marco Cassin divenne punto di riferimento di una linea politica destinata a fare da spartiacque nell’amministrazione civica cuneese: i conservatori da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, eletto presidente del consiglio provinciale proprio quell’anno; i liberali progressisti dall’altra. Sulla scia di don Davide Albertario, anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana polemizzavano a freddo contro ebrei e massoni. Alle elezioni comunali cuneesi del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.
La lotta fra moderati e liberali progressisti in città crebbe di tono con il trasferimento da Mondovì a Cuneo della loggia massonica “Vita Nova”, il cui stratega fu l’avvocato Angelo Segre. Il conflitto per la conquista dell’amministrazione civica si ripercosse sul piano politico. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l’arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a filoclericale) venne confermato deputato. I liberali progressisti in Cuneo e altre zone della provincia decisero di fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti riformisti, sia i cattolici. Il loro vero alleato e “tutore” era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti), lo statista lo controllava anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all’Interno.
Per sciogliere il nodo, il Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei progressisti. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano cuneese, il “Corriere Subalpino” (poi “Il Subalpino”), contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” di Tancredi Galimberti e al foglio cattolico “Lo Stendardo”. Le elezioni del 7 agosto 1912 decretarono la vittoria dei progressisti, guidati da Marco Cassin, Eugenio Cavaglione, Cesare Pilastri, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato Marcello Soleri, che venne eletto sindaco. Questi chiamò in giunta l’avvocato Giuseppe Acutis, Pietro Delfino, Giuseppe Guglielmone e, ovviamente, Cassin.
Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati.
Alle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d’essere ebreo e massone e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma Cassin rispose di non sentirsi in colpa solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì invece di essere affiliato alla massoneria italiana. Precisò che se lo fosse stato, non avrebbe avuto motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio, da Depretis, Crispi e Zanardelli ad Alessandro Fortis e Luigi Luzzatti. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché, appunto, non lo era. Infatti non esiste alcun documento che lo provi. Fra altro, molti massoni propugnavano la cremazione delle salme, non condivisa dagli israeliti osservanti.
Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin (che non si era ricandidato) annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin fu eletto al consiglio provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda. Sconfitto da Marcello Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Tancredi Galimberti fu battuto alle provinciali nel mandamento di Borgo e Valdieri, ove prevalse l’industriale Fernando Olivero.
Cassin non tornò nel consiglio comunale di Cuneo perché ormai aveva altre e più alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all’intervento dell’Italia nella grande guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) nel maggio 1915, egli fu il solo a gettare sul piatto della bilancia la richiesta di una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della arzigogolata linea di frontiera italo-francese. Essa risaliva ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III, peggiorati dai plebisciti del 1860. Occorreva più ragionevolezza. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento nello strumento di accessione alla Triplice intesa (Londra, 26 aprile 1915).
Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell’aviazione militare a Cameri (Novara).
Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l’anno seguente, lasciate tutte le cariche amministrative locali, ascese a vicepresidente della Camera di commercio internazionale e fu proposto da Giolitti o per la nomina a senatore.
Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sede della Camera di Commercio di Cuneo, progettata dal geometra Camia. Autore di studi scientifici, economici e statistici, Cassin pronunciò il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo, sull’altipiano, presenti Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie, Riccardo Bianchi, e altre personalità di rilievo nazionale.
Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non chiese a Cassin di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti. Chi poteva, doveva rimanere al proprio posto per protrarre l’età liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione sull’attività camerale, che fu anche il suo testamento politico di Cassin.
La sua figura rimane da approfondire. Manca di una biografia esaustiva. A farla scendere nell’oblio concorse il concordato cui la Banca Cassin fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A un secolo dalla sua morte, Marco Cassin merita di essere dedicatario di un luogo o di edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo.
Aldo A. Mola

IL RABBINO LELIO DELLA TORRE – MARCO CASSIN (Fotografia messa a disposizione da suo nipote, Mathieu Vernant).
Non fu lo Statuto promulgato da Carlo Alberto re di Sardegna il 4 marzo 1848 ad abolire la discriminazione civile e politica degli ebrei. La loro parificazione ebbe luogo con due decreti legge successivi, firmati dal luogotenente del Re, il principe Eugenio (nome poi ricorrente in molte famiglie ebraiche), che riconobbe la parità dei diritti (incluso quello di prestare servizio militare) a tutti i regnicoli quale ne fosse la confessione religiosa.
Giolitti confermò la sua stima per Marco Cassin sollecitando il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, a proporne la nomina a senatore del regno d’Italia, all’indomani delle elezioni del 16 novembre 1919, in cui Cassin, già deputato e presidente della Camera di Commercio di Cuneo, rimase soccombente. Eccone il testo: «Caro Nitti, nelle ultime elezioni cadde, nel collegio di Cuneo, il deputato Cassin che rappresentava il collegio di Borgo San Dalmazzo. Egli era da molti anni Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, ed era presidente della Unione delle Camere di Commercio del Regno. Tale sua qualità, e il titolo del censo che possiede, lo designa per la nomina a Senatore, posto che egli degnamente coprirebbe per la grande conoscenza delle quistioni economiche, e tale nomina tornerebbe gradita alla provincia di Cuneo. Coi più cordiali saluti, aff.mo Gio.Giolitti.»
Nitti non dette seguito all’autorevole suggerimento. Cuneo può rimediare ora, dedicando a Cassin, a un secolo dalla sua morte, un luogo pubblico: anche a memoria della Comunità israelitica locale che contribuì al Risorgimento e all’affermazione della democrazia parlamentare nello Stato d’Italia.
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