Pioniere “verde” in Piemonte, quando l’ecologia non esisteva ancora
La via che il Comune di Torino gli ha intitolato è parallela a corso Beccaria, e va da piazza Statuto 10 a corso Principe Eugenio. La targa stradale recita semplicemente “medico”, ma Allioni è stato molto di più.
Il “poligrafo” Vittorio Modesto Paroletti (Torino, 12 febbraio 1765 – Torino, 12 dicembre 1834), nella sua opera Vite e ritratti di sessanti piemontesi illustri (1824) così lo definisce:
«ei volse l’animo allo studio della medicina, benché l’indole sua lo traesse alla contemplazione delle cose naturali (…) egli sapeva discernere ogni pianta delle molte che crescono nei bei dintorni della città di Torino».
Oggi è usuale e normale, anche per la medicina “ufficiale”, fare ricorso a rimedi naturali per la cura di alcuni problemi di salute. Nella seconda metà del Settecento, sotto l’influsso della cultura illuminista, numerosi studiosi europei si dedicano con successo alla ricerca, catalogazione e descrizione delle specie botaniche viventi, con l’obiettivo di offrire standard di descrizione e notizie di impiego che possano offrire indicazioni utili sulle proprietà e sull’utilizzo delle diverse specie.
In Italia, molto di ciò che sappiamo si deve all’opera del medico e botanico Carlo Allioni.

Egli nasce a Torino il 3 (o 23) settembre 1728, da famiglia benestante (il padre Stefano Benedetto è dottore e consulente personale del Re Vittorio Amedeo II, la mamma si chiama Margherita Ponte). Iniziato allo studio dei classici latini e greci, nel 1747 consegue la laurea in medicina, avviando una attività di studio e cura di malattie diffuse all’epoca (ad esempio la pellagra, come vedremo più avanti). Ben presto il suo studio e i suoi interessi si indirizzano verso le scienze botaniche, all’epoca ancora considerate parte della medicina, e allo studio delle specie vegetali.
Nel 1755 pubblica il suo primo scritto botanico, dal titolo Rariorum Pedemontii stirpium specimen primum, risultato dei suoi primi studi sistematici della vegetazione del territorio piemontese, nel quale riporta anche essenze vegetali ancora sconosciute ai botanici del suo tempo.
Questi primi studi gli procurano una tale fama da essere nominato, giovanissimo, membro di parecchie accademie scientifiche: nel 1756 è nell’Accademia Reale di Madrid, nel 1757 nelle Accademie di Scienze di Montpellier e di Gottinga, nel 1758 nella Royal Society di Londra, nel 1759 nella Società Botanica di Firenze e della Facoltà Medica di Basilea.
Intanto, nel 1757 stampa a Parigi un saggio di orittologia [studio dei fossili], che si intitola Oryctographiae pedemontanae specimen, exhibens corpora fossilia terrae adventitia.
Nello stesso anno egli è il primo aderente alla Società Privata Torinese, fondata in quell’anno dal chimico Conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio (Saluzzo, 2 ottobre 1734 – Torino, 18 giugno 1810), dal matematico e astronomo Giuseppe Luigi Lagrange (Torino, 25 gennaio 1736 – Parigi, 10 aprile 1813), e dal medico e chimico Giovanni Francesco Cigna (Mondovì, 2 luglio 1734 – Torino, 16 luglio 1790). La nuova società ha la prima sede presso la dimora del Conte, in palazzo San Germano a Torino. Qui si radunano scienziati, cultori di storia, filosofia e letteratura; il luogo diventa un punto di raccordo per tutti quei fermenti culturali che vanno formandosi nella capitale sabauda. Dopo tanti e caparbi tentativi, il Saluzzo riuscirà, nel 1783, a far erigere dal Re Vittorio Amedeo III, questa società in Accademia delle Scienze; di essa Allioni sarà, sino al 1801, il primo tesoriere. Anche per questa sua carica mantiene una corrispondenza estesissima con centinaia di medici e scienziati italiani e stranieri.

Nel 1758 pubblica il Tractatio de milliarum origine, progressu, natura et curatione, nel quale espone i risultati dei suoi studi sulle febbri miliari (pellagra e flegmasie esantematiche), che flagellano il Piemonte nella prima metà del secolo.
Nominato nel 1760 professore di botanica nell’Università di Torino, si dedica con passione all’insegnamento e imprime un vigoroso impulso all’Orto Botanico che, sotto la sua direzione, arricchisce la sua flora da poco più di 300 a oltre 4500 specie; per tale capacità organizzativa, nel 1777, è nominato direttore del Museo torinese.
Allioni pubblica varie memorie accademiche, accolte con plauso dagli scienziati e specialmente da Linneo, che gli dedica il nome d’una pianta, l’Allionia incarnata.
L’opera che gli dà maggiore e immortale notorietà è Flora Pedemontana, sive enumeratio stirpium indigenarum Pedemontii, Torino, 1785, in 3 tomi, dedicata al Re Vittorio Amedeo III: il terzo è costituito da 92 tavole a colori (alle quali sono premesse, a principio del volume, le relative legende), disegnate dall’erborista e pittore Francesco Peiroleri (è questa la grafia del nome dal medesimo adottata nella prima tavola e nelle sue lettere all’Allioni; altri scrive Peyroleri o Peyrolesi) e incise su rame da suo figlio Pietro.
Nel 1795, infine, pubblica a Torino il Ragionamento sopra la pellagra, colla risposta del signor dottore Gaetano Strambio.
Il suo erbario, in origine formato da oltre 6000 specie, è conservato nei locali dell’Orto Botanico di Torino; i bombardamenti aerei del 1942 distruggono in parte il suo ricco museo di scienze naturali e i suoi manoscritti che, dopo vari passaggi, erano conservati nella biblioteca del Seminario Metropolitano di Torino. Si salvano soltanto, e sono ancora conservate dalla stessa biblioteca, le lettere inedite della sorella, suor Marianna Teresa della Visitazione, dal 1780 al 1794, rilegate in volume.
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