Di Alessandro Mella
Questa storia è una delle tante inghiottite dalle nevi di Russia al tempo della sciagurata e sfortunata campagna militare ad est scatenata nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. A quel tempo, infatti, gli eserciti ed i governi che ne disponevano l’impiego non mancarono di macchiarsi di crimini di guerra di ogni genere. Lo fecero quello tedesco e purtroppo anche quello italiano ma non fu da meno l’Armata Rossa del totalitarismo stalinista ed il sistema cui faceva capo che, per i crimini, non era secondo a nessuno. Ne furono vittime in tanti, vittime trascurate per anni dalla storia.
Stefano Oberto nacque a La Morra, tra le colline cuneesi, il 10 ottobre 1909 da Francesco e Lucia Rabino.

Fin da bambino, quando frequentava l’oratorio del paese natale, dimostrò una certa sensibilità verso il contesto religioso ed i suoi temi:
La Morra. Domenica sera 20 corr. ebbe luogo la Gara Catechistica fra gli alunni del Ricreatorio m. S. Luigi. Vi assistettero il Rev. Sig. Cav. Arciprete, il Clero, le Suore Luigine maestre, le Suore dell’ospedale, il Sindaco, il Maresciallo dei R.R. Carabinieri, il Segretario Comunale, un’eletta di persone più distinte della cittadinanza ed una turba di popolo.
La Gara diretta dal Rev. Sac. Fiorenzo Castagnotti, coadiuvato dalla Presidenza del c. g. Immacolata, ebbe un esito brillante. Dopo una calorosa contesa, riuscì primo vincitore il giovanetto Revello Domenico di Carlo. Una frenetica e lunga ovazione applaudì il fortunato vincitore, quando al suono della marcia reale, incoronato di alloro, ricevette il premio di L. 25 dalle mani del Rev. Sig Cav. Arciprete. Il secondo vincitore Bosco Giovanni di Battista ebbe un elegante orologio. Il terzo Bosco Mario di Battista L. 10.
Di poco inferiori ai sullodati per merito furono: Bosco Mario di Matteo, Oberto Stefano di Francesco, Revello Luigi di Carlo, e Revello Battista di Francesco, i quali ricevettero un biglietto da L. 5, ed un artistico Crocefisso. Venti altri giovanetti, che diedero pure bella prova di studio, ebbero in premio una splendida statua religiosa (…). (1)

Nel 1925 divenne Salesiano ed il 6 giugno del 1933 fu ordinato sacerdote concretizzando, così, la propria fede. (2)
Dopo la laurea in filosofia e storia e lo studio delle lingue straniere si diede per qualche tempo all’insegnamento nel Liceo Salesiano Valsalice.
Tuttavia, il vento della storia soffiava e presto giunse a stravolgere la sua vita e con l’ingresso dell’Italia nella guerra in corso anche il nostro prete fu richiamato dal Regio Esercito Italiano ed inquadrato negli alpini come cappellano militare.
Fu prima sul fronte occidentale, contro la Francia agonizzante sotto la furia delle armate tedesche, poi inviato, già a dicembre, sul disastroso fronte greco-albanese. Rientrò in Italia, inquadrato nel battaglione “Dronero”, solo nel maggio del 1941 ma per poco tempo purtroppo.
Il 17 agosto 1942 il “Dronero” fu inviato al fronte russo ed egli partì con il suo reparto per dare aiuto e conforto ai militari smarriti da tanti disagi e tanto orrore. Furono pochi ma intensi mesi di sofferenza quelli in prima linea poi, con l’Operazione Piccolo Saturno e lo sfondamento sovietico, fu inviato anche lui a trattare la resa. I suoi alpini avevano protetto la marcia della Tridentina, ma ad un tratto non avevano retto più. Troppi feriti, troppi dispersi, troppi morti. Un candido, bianchissimo, inferno.
Il 4 gennaio 1943 i soldati dell’Armata Rossa lo presero prigioniero insieme agli altri combattenti, ormai inerti di fronte al disastro. Nel gelo della steppa i militari furono avviati, a piedi in marcia, verso i gulag sovietici, fino alle ex scuderie zariste a Kurnavaja ove il tifo petecchiale iniziò subito a far strage degli italiani indeboliti, malnutriti e non curati.

Trasferito al gulag 74 di Oranki contrasse anche lui la fatale malattia che progressivamente si prese la sua giovane esistenza eroica:
Iniziò il calvario dei figli della nostra terra: dopo aver fatto da interprete per la resa, don Oberto, fu con tutti gli altri preso prigioniero e a piedi nella steppa desolata e con una temperatura glaciale convogliato verso le scuderie dello Zar a Kurnavaja, dove per 8 giorni i prigionieri rimasero senza vitto e senza coperte. Il tifo petecchiale cominciò il suo carosello di morte e le file dei prigionieri furono decimate. Finalmente le tradotte poterono partire dirette verso i campi di concentramento. Don Stefano, che a Kurnavaja aveva fatto da cappellano, da medico, da infermiere con una dedizione ammirevole per assistere i colpiti da tifo, giunse nei primi giorni di marzo del 1943 nel famigerato campo di Oranki n. 74 e quasi subito fu colpito dal tifo. Ricoverato nel lazzareto n. 5 camera n. 2 si trovò con un’altra ventina di malati gravissimi e lentamente si spense per mancanza di alimento e di medicinali. Conservò piena lucidità fino all’ultimo respiro e consegnò ad un ufficiale medico il suo crocifisso e la corona del rosario con preghiera di farli pervenire alla mamma: non giunsero mai. Spirò il 5 aprile 1943. Per colmo di ironia dopo la fine della guerra fra i messaggi giunti dalla Russia arrivò pure il suo saluto al fratello e la famiglia si illuse di vederlo tornare da un giorno all’altro; ma il messaggio era stato registrato dopo la cattura e veniva trasmesso a oltre due anni dalla sua morte. (3)
Passata la furia della guerra, gli orrori e le infamie, i crimini peggiori, mentre ancora tanti italiani soffrivano abbandonati nei campi di concentramento russi, il presidente conferì al cappellano militare tenente don Stefano Oberto la medaglia d’oro al valore militare con una magnifica motivazione:
Cappellano del battaglione alpini “Dronero”, magnifica figura di asceta e patriota, sul fronte greco-albanese si prodigò con mirabile abnegazione e sprezzo del pericolo nella sua instancabile alta missione di assistenza morale. Rinunciando all’esonero, volle seguire i suoi alpini sul fronte russo dividendo con loro pericoli e sacrifici. Durante l’estenuante ripiegamento dal Don, benché stremato dalle durissime fatiche, diede luminose prove delle sue elevatissime virtù militari e cristiane, portandosi sempre dove maggiore era il rischio, pur di assolvere al suo compito di conforto agli alpini feriti e congelati. In fase critica, seppe far rifulgere il suo spirito eroico, mettendosi di iniziativa alla testa dei resti di un plotone rimasto senza comandante e lanciandosi decisamente al contrattacco di preponderanti forze nemiche. Caduto prigioniero dopo strenua lotta, quando il battaglione esaurì ogni possibilità di resistenza, continuò nella sua opera benefica durante le tragiche marce verso l’interno e, fra l’abbandono generale, valendosi del grande ascendente che aveva sugli alpini, li invitò ad austera rassegnazione, ne lenì le sofferenze trasformandosi in medico ed infermiere, ne condivise la dura sorte con stoica fermezza. Morì, stremato dalla fatica e dai disagi, nel campo di prigionia n. 74 di Oranki il 5 aprile 1943. Sacerdote esemplare e saldo combattente ha voluto, col sacrificio, concorrere a tenere in grande onore, in terra straniera, lo spirito eroico del soldato d’Italia. – Fronte greco-albanese, dicembre 1940-aprile 1941; Fronte russo, settembre 1942-gennaio 1943. – D.P.R. del 15 marzo 1950. (4)

Oggi una via lo ricorda a Roma mentre al suo paese d’origine, La Morra, una lapide fu posta per rinnovarne la memoria. Sotto il profilo dell’eroe si legge:
DON STEFANO OBERTO PROFESSORE SALESIANO – DOCENTE IN FILOSOFIA
CAPPELLANO MILITARE DEL BATTAGLIONE “DRONERO” DEL 2° REGGIMENTO ALPINI DIVISIONE “CUNEENSE”
NATO IL 10-10-1908 E CADUTO IL 5-4-1943 AD ORANKI – RUSSIA MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE
QUESTA TERRA GLI DETTE L’ELETTO INGEGNO E IL CUOR GRANDE CHE LO SPINSE SUL FRONTE GRECO
E NELLE STEPPE DI RUSSIA SOLDATO DELLA PATRIA E DI CRISTO ALL’ESTREMO ARDIMENTO
LA MEDAGLIA D’ORO DEGLI EROI È UNITA IN LUI ALLA PALMA DEL MARTIRIO
Oggi il nome di Stefano Oberto forse suona familiare a pochi, ma il suo martirio è parte della storia e l’esempio resta smisurato. Combatté, recò conforto ai soldati proiettati in un folle orrore, fu stroncato dalla crudeltà di un nemico non meno feroce, si consacrò eroe ed in odore di santità. Il suo ricordo sia di monito ai posteri perché la guerra non torni. Anche ad est, di questi tempi, tira un vento impetuoso e terribile. La Storia, purtroppo, non sempre sa farsi ascoltare dai suoi distratti allievi.
Alessandro Mella
NOTE
1) Gazzetta d’Alba, 17, Anno XXXVIII, 26 aprile 1919, p. 2.
2) La Guida, 3 maggio 2007, p. 45.
3) Ibid., 12, Anno XVIII, 29 marzo 1963, p. 4.
4) L’Eco della Zizzola, 11, Anno IV, 15 marzo 1951, p. 3.
