Recensione
Non sappiamo se fu la frase di Pascal, “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”, a far partire, con un biglietto aereo di sola andata, l’Autrice di «Istantanee dal Senegal» per la repubblica dell’Africa occidentale, ma pensiamo che abbia indirizzato, se non la scelta della destinazione, il desiderio di un cambiamento radicale.
Elisabetta Picco narra poeticamente e per immagini scritte e fotografate, i circa due anni trascorsi in Senegal. Non è un vero diario, sebbene qua e là vi sia l’indicazione di qualche data, ma un cammino interiore.
Dalla partenza/fuga al rapido adattamento in una realtà geografica e umana distante non soltanto fisicamente ma anche culturalmente, procediamo con lei e scopriamo ciò che lei scopre degli altri e di sé.
Arriva a Dakar, ma si sposta subito a Mbour, una cittadina di circa trecentomila abitanti a sud della capitale. Affitta una casa a poca distanza da Vivre Ensamble, la pouponnière che dà lavoro a circa centotrenta persone del luogo e dove lei presta assistenza volontaria a centoquarantasei bambini.
Già al primo impatto si rende conto che essere una Toubab, una bianca in lingua Woldf, significa essere diversa: i bambini la toccano incuriositi dal colore, le donne, immaginandola abbiente, le chiedono qualche contributo economico, gli uomini ne sono attratti.
Procedendo nella lettura, le pagine ci svelano il popolo senegalese colto oggettivamente o interpretato da Elisabetta Picco. I Senegalesi sono molto rumorosi, gioiosi e allegri; nonostante le condizioni di vita siano di grande povertà e squallore mantengono una fiduciosa serenità che non denota sopportazione ma capacità di adeguarsi all’inevitabile.
Per comprendere «Istantanee dal Senegal» non basta leggere il libro; è necessario mettersi in ascolto, proprio come ha fatto Picco. Con l’orecchio attento si può cogliere sia la realtà di quella terra, per quanto conosciuto da chi ha redatto il libro, sia la realtà della stessa autrice.
Non ci sono soltanto i bambini delle pouponnière, la prima e la seconda dove ha agito Elisabetta, ma anche quelli che vivono per strada semisvestiti e senza cibo. Ci sono i Talibè, bambini anonimi senza una data di nascita, senza nome e cognome, mandati dalle famiglie a tre o quattro anni a vivere presso le scuole coraniche per diventare discepoli dei Marabouts, considerati maestri spirituali, guaritori e intermediari tra il mondo umano e quello spirituale.
“Il destino che attende questi bambini è terribile: schiavizzati, sfruttati e costretti a mendicare vengono psicologicamente distrutti.” Li vedi elemosinare vestiti di stracci a piedi nudi sull’asfalto rovente. Ciò nonostante sorridono.
Sorridono anche gli adulti, a dispetto della povertà tanto evidente da vedere in vendita sui banchi del mercato mezzo pomodoro, mezza carota, una tazzina di riso. E serenamente tra un “Inshallah” e un “c’est là vie” ti fanno capire che accettare significa sopravvivere.
La figura della donna, ben illustrata nel libro, ha uno spazio importante nella vita di quel luogo. Lavora (il marito spesso no) si veste come vuole e non è velata. Quasi tutte indossano la parrucca e si truccano pesantemente.

Il ruolo della donna è legato a quello di buona moglie e madre, secondo i precetti della religione musulmana. I matrimoni sono in genere combinati. Gli uomini possono avere quattro mogli. Se si chiede a un musulmano perché la sua religione lo permette, risponderà che serve a impedire l’adulterio considerato peccato. Questa regola non vale, però, per le donne e, in ogni caso, l’adulterio non viene evitato.
La situazione sanitaria è carente: una donna su tre muore di parto e la mortalità infantile è elevata nei primi cinque anni di vita. L’ospedale di Joal-Fadiouth, distante 31 km per strada da Mbour, “è una struttura disastrata e fatiscente, indescrivibile nella sua inadeguatezza e inimmaginabile per noi.”
Dall’ospedale, attraversando un ponticello pedonale di legno, si arriva all’isolotto delle conchiglie, costituito dalla stratificazione secolare dei gusci. Esistono un villaggio e un cimitero, dove sono sepolti, in tombe decorate con conchiglie e bianche croci, sia musulmani sia cristiani. L’integrazione non è solamente tra i morti ma deriva dal rispetto che c’è tra i vivi delle varie religioni.
Elisabetta Picco, sebbene dichiari che “l’Africa non si racconta, si vive”, cede alla narrazione e descrive personaggi e situazioni, talvolta in modo crudo talaltra lasciandosi andare alla visione sognante che le procurano i tramonti infuocati e le notti africane in cui il cielo trapuntato di stelle la avvolge. Rievoca il soggiorno all’Hotel de la Poste di Saint-Louis, città situata su un’isola alla foce del fiume Senegal ai margini del deserto del Sahara. Riferisce che “sembra immersa in un chiarore irreale” e porta ancora i segni degli antichi fasti coloniali. La città, culturalmente vivace, è sede del più famoso appuntamento di musica jazz del continente. Probabilmente sono queste istantanee, il resoconto freddo e quello emozionato, che hanno condotto l’autrice a trasformare il semplice punto di rammendo in un vero e proprio ricamo, frutto di un intervento, risoluto e accurato, sui lembi strappati della sua esistenza. Un cucito nato dalla consapevolezza che l’esperienza senegalese, se non l’ha guarita, l’ha curata e resa più forte.
Il filo conduttore di «Istantanee dal Senegal» è il dolore, l’affannosa sofferenza fisica e morale che si confronta con la sofferenza comunque sorridente dell’altro; ed è grazie agli Africani che Elisabetta Picco ha imparato a orientare le vele per assecondare il vento.
Termineremo le nostre riflessioni scegliendo della poesia di Borges riportata nel libro un verso che ci pare rilevante: “Ci sono momenti in cui si deve vivere la vita attraverso la vita degli altri.” Immaginiamo che il viaggio dell’autrice sia stato soprattutto interiore: nelle sue Istantanee affiorano i ricordi, non i rimpianti, si ha l’impressione che il distacco sarà definitivo perché l’esperienza appare esaurita e il tempo in Senegal è terminato. Elisabetta Picco non ha viaggiato per restare o tornare perché, per dirla con Andrej Tarkovskij, “L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato.” Con questo libro Elisabetta ha dimostrato che il cambiamento c’è stato.
Elisabetta Picco
«Istantanee dal Senegal»
Paola Caramella Editrice 2025, pagg. 160 – € 28,00

Grazie Francesco, la tua recensione è bellissima!
Esaustiva la presentazione del libro,della sua autrice,del territorio esplorato….
Complimenti per la recensione,
Sei riuscito a trasmettere e a rivelare
Lo spirito di adattamento nella storia del paese, stimolando la curiosità del lettore.
Quindi l’articolo più che positivo.
Ancora auguri carissimi
Giancarla Manfrinati
Recensione… immaginifica! Riesce a farti già entrare nello spirito autentico del libro! Complimenti
Bellissima recensione
Leggendo questa recensione mi viene voglia, non solo di leggere il libro, ma di andare in Senegal. Grazie
Bella la recensione, invita a leggere il libro.
La bella e descrittiva recensione del libro “Istantanee dal Senegal ” incuriosisce il lettore
Tu sei come un bellissimo corso stradale. Pulito, con tanti alberi, che conduce direttamente ad una piazza. Una piazza che non tradisce le aspettative. Mi piacciono le metafore 😀 ciao, buonanotte 🤗
Recensione veramente interessante. Una istantanea delle istantanea. Sicuramente un libro vero e dal forte impatto emotivo.
Ho letto con molta attenzione la recensione del libro
Che la ritengo di buon livello
Perché fa entrare nella tematica
Del libro e ti mette in relazione con il messaggio della scrittrice .
Mario
Caro Francesco, la tua bella recensione mi invita ad andare a leggere il libro di Elisabetta Picco. Non sono mai stata in Senegal, ma un amico senegalese mi ha tanto descritto Dakar come una capitale moderna. Non riesco ad immaginare, invece, lo spaccato e la distanza che può esserci rispetto alla quotidianità di vita vissuta in una cittadina come M’bour. Sono curiosa di esplorare, attraverso la lettura. Essa rappresenta di per sé il viaggio nel viaggio, che è, contemporaneamente, il viaggio interiore dell’autrice e diventa nutrimento per il lettore.
Recensione interessante e stimolante per la lettura del libro.
Una bellissima recensione per un bellissimo scritto! Francesco ha colto in modo perfetto l’essenza, la forza ed il fascino di questo diario in cui Elisabetta esprime le sue esperienze, le sue emozioni ed il suo cammino interiore.
Bellissima recensione come bellissima si evince sia stata l’esperienza raccontare dall’autrice sia attraverso le parole scaturite dal cuore, sia dalle straordinarie immagini del suo diario di viaggio, che non vedo l’ora di leggere.
Precisa e dettagliata recensione che invita alla lettura di questo libro in forma di diario intimo che ci permette di conoscere la vita del popolo senegalese e il viaggio interiore vissuto dall’autrice.
Bellissima recensione che coglie lo spirito del viaggio e della scoperta nelle sue diverse accezioni, spirito che ha mosso Elisabetta forse anche oltre le sue stesse aspettative
Recensione molto bella e fedele allo spirito del libro che colpisce per la forza dell’esperienza, per l’incredibile capacita’ dell’Africa di lenire e guarire le nostre ansie nonostante le sue drammatiche problematiche, e dell’autrice, di descrivere l’Africa in modo equilibrato e veritiero in un momento di smarrimento profondo. Chapeau!
Le tue parole, Francesco, invitano a perdersi nelle immagini del libro. Grazie
Una recensione intensa che va dritta al cuore. Istantanee dal Senegal è un viaggio umano prima ancora che geografico, fatto di ascolto, dolore e dignità sorridente. Un libro che cambia lo sguardo e lascia il segno.
Recensione molto bella e fedele allo spirito del libro che colpisce per la forza dell’esperienza, per l’incredibile
capacita’ dell’Africa di lenire e guarire le nostre ansie le sue drammatiche problematiche, e dell’autrice, di descrivere l’Africa in modo equilibrato e veritiero in un momento di smarrimento
profondo. Chapeau!
Splendida recensione, che coglie l’essenza del meraviglioso libro di Elisabetta Picco: un viaggio interiore che era ormai pronto per essere intrapreso dall’autrice e a cui uno spicchio di Senegal offre la perfetta scenografia.