Mirko Guadagnini
La stagione Regie Sinfonie presenta sabato 17 ottobre un concerto interamente imperniato sulla produzione sacra di Giovanni Battista Pergolesi.
Dopo lo splendido concerto dello scorso anno, quando sotto la direzione di Stefano Bagliano avevano eseguito lo scintillante Gloria di Antonio Vivaldi, uno dei più grandi capolavori della letteratura sacra di tutti i tempi, sabato 17 ottobre alle ore 18 i ragazzi e le ragazze del Dipartimento di Musica Antica del Conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria torneranno a Regie Sinfonie, questa volta sotto la direzione del celebre tenore Mirko Guadagnini nella Chiesa di San Martino, per presentare un programma interamente dedicato all’opera di Giovanni Battista Pergolesi, uno dei più straordinari geni della musica e tra i massimi protagonisti della Scuola Napoletana, che purtroppo concluse la sua breve ma intensissima parabola artistica e umana nel 1736, all’età di soli 26 anni.
Il concerto si aprirà con il Salve Regina in la minore, un’opera di estrema eleganza e compostezza, la cui scrittura è caratterizzata da una cantabilità morbida e meravigliosamente fluida che risente dello stile operistico dell’epoca, pur mantenendo un decoro sacro.
Il Salve Regina in do minore sprofonda invece in una dimensione più drammatica e introspettiva. La scelta della tonalità di do minore – tradizionalmente associata al dolore – carica ogni sospiro musicale di una tangibile tensione emotiva. È una supplica che sembra riflettere la sofferenza fisica dello stesso autore, ormai irrimediabilmente minato dalla tubercolosi.
Il cuore della serata è però rappresentato dal celebre Stabat Mater. Composto a partire dal 1734 e portato a termine poco prima della morte, lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi rappresenta una delle massime espressioni dell’arte sacra della prima metà del XVII secolo, esprimendo con straordinaria intensità l’animo dolente della sequenza latina tardo medievale – e, di riflesso, quello del compositore – in una forma musicale raffinatissima e scevra di qualsiasi orpello accademico.
Nonostante le ricerche e i contributi di numerosi studiosi, la musicologia non è ancora riuscita a ricostruire la genesi dello Stabat Mater di Pergolesi, che rimane in questo modo avvolto da un’aura di mistero che non fa altro che aumentarne il fascino. Secondo la tesi prevalenti, il capolavoro sacro di Pergolesi sarebbe stato commissionato nel 1734 dall’Arciconfraternita della Beata Vergine dei Dolori, che in questo modo voleva sostituire con un’intonazione più moderna il celebre Stabat Mater di Alessandro Scarlatti, che veniva eseguito da ormai un ventennio – un lasso di tempo insolitamente lungo per l’epoca – tutti i venerdì di marzo nella Chiesa di San Luigi di Palazzo.
La devozione di Maria ai piedi della croce aveva trovato ulteriore linfa nel 1727, quando papa Benedetto XIII istituzionalizzò la Festa dei Sette Dolori di Maria Vergine, in seguito divenuta uno degli eventi più importanti del periodo quaresimale napoletano.
Secondo altri studiosi – tra cui Francesco Degrada – prima dell’Arciconfraternita della Beata Vergine dei Dolori, lo Stabat Mater pergolesiano era stato richiesto dalla Congregazione de’ Musici, cui apparteneva lo stesso compositore jesino, che alcuni memorialisti dell’epoca definiscono religiosissimo.
Sotto il profilo stilistico, quest’opera incarna una religiosità decisamente proiettata verso il futuro, che con la sua vena melodica e la sua struttura fluida si contrapponeva alla compunzione un po’ rigida dello Stabat Mater di Scarlatti che si apprestava a sostituire, pur ricalcandone l’organico.
Dopo una breve introduzione strumentale dalla soffusa tristezza, che alcuni commentatori hanno voluto paragonare alla serena e rassegnata compostezza del Requiem composto da Mozart oltre mezzo secolo più tardi, il soprano e il contralto intessono un dialogo fitto e incalzante, le cui dissonanze contribuiscono a creare un’atmosfera di sottile drammaticità, che sfocia nella prima aria del soprano («Cujus animam»), sconvolgente raffigurazione musicale del desolato sconforto della Madre che vede suo Figlio appeso alla croce, porta e veicolo di salvezza dell’Umanità.
In particolare, in quest’aria Pergolesi riesce a evocare con insuperabile incisività l’immagine della spada che trafigge il cuore della Vergine preconizzata da Simeone (Lc 2, 35). Questa espressione di dolore – nella quale Pergolesi accomuna tutto il genere umano – si stempera nel successivo duetto «O quam tristis et afflicta», nel quale il soprano e il contralto “elaborano” il lutto con trasognata compostezza, dalla quale – anche grazie alle sospirose figurazioni degli archi – sembra emergere il dolce fiore della speranza della redenzione.
Questa sensazione viene rafforzata dalla prima aria del contralto («Quae moerebat»), che passa con disinvoltura dal compianto del sol minore alla baldanzosa vitalità del mi bemolle maggiore sottolineata da una deliziosa melodia dal ritmo sorprendentemente sincopato.
Dopo questa parentesi serena (ritenuta dai critici più severi incongrua con il carattere elevato e solenne dell’opera), Pergolesi ci riporta alla contemplazione di Maria ai piedi della Croce con il duetto «Quis est homo», il cui tono grave, vagamente melodrammatico e pregno di angosciosi interrogativi espressi dai ripetuti «Quis non possit contristari?», prosegue con l’aria del soprano «Vidit suum», la cui vibrante animosità si ricopre di tinte più cupe, spegnendosi in singulti sul «Dum emisit spiritum».
Questa perorazione viene proseguita dal contralto nell’aria «Eja Mater», con un’invocazione a Maria, definita con delicato lirismo «fons amoris». Con il duetto «Fac ut ardeat» la contemplazione dei dolori della Vergine lascia spazio a una sublime preghiera, che raggiunge il vertice nello sguardo devoto rivolto – non senza qualche dolorosa, umana esitazione – alle piaghe del Salvatore sulla Croce, prima di chiudere con il duetto «Quando corpus morietur», desolata presa di coscienza della fragilità umana sorretta dalla forza tanto sottile quanto invincibile della fede e sancito da un animoso Amen fugato che pone il sigillo dell’eternità sulla parabola artistica e umana di Giovanni Battista Pergolesi.
Sabato 17 ottobre 2026 – ore 18
Chiesa di San Martino
Piazza San Martino 11 – Asti
STABAT MATER DOLOROSA
Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736)
Salve Regina in do minore
Salve Regina in la minore
Stabat Mater
Solisti della classe di Canto Rinascimentale e Barocco del Conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria
Giada Ghiglino Amiri, soprano
Chiara Pontoriero, soprano
Sofia Mammone, soprano
Martina Fracchia, soprano
Syria Mangino, soprano
Jennifer De Lorenzo, soprano
Gaia Velonà, soprano
Nabila Trinidade, contralto
Ensemble strumentale de Il Cantiere di Orfeo e Orchestra Canova
Ziyu Zhang, violino I
Riccardo D’Ariano, violino II
Krishna Nagaraja, viola
Gisella Massa, violone
André Lislevand, viola da gamba
Franz Silvestri, organo
Mirko Guadagnini, maestro concertatore
In collaborazione con le classi di violino barocco (Claudio Andriani) e di viola da gamba (André Lislevand)
Ingresso libero
