Quando la giustizia sceglie di diventare spettacolo.
Il 3 dicembre 2026 gli Stati Uniti trasmetteranno in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, l’uomo che nel 2009 uccise 13 persone a Fort Hood.
Non è la condanna a morte in sé a colpire. È la scelta di farne uno spettacolo.
Il Pentagono ha spiegato che “gli americani devono assistere”. Come se la morte di un uomo, per quanto colpevole, potesse diventare una lezione morale trasmessa in alta definizione. Il New York Times ha ricordato che le esecuzioni pubbliche appartengono oggi a regimi come Iran, Corea del Nord e Afghanistan, e che la diffusione video di uccisioni è tipica dei gruppi estremisti. L’ONU parla di possibili violazione del divieto di tortura e di trattamenti degradanti.
Il male che si nutre di sé stesso
Hasan non è stato solo un assassino. È stato il prodotto di una logica antica e distruttiva: la vendetta sacralizzata. L’idea che il male ricevuto debba essere restituito, amplificato, trasformato in missione. Ha colpito persone innocenti solo perché indossavano un’uniforme e appartenevano a un mondo che lui aveva deciso di odiare. Il suo gesto non nasce dal nulla: nasce da un odio ereditato, coltivato, trasformato in assoluto.
Ma la risposta a questo odio non può essere la sua semplice copia.
Il rispecchiamento
Esiste una dinamica antica e pericolosa. Si chiama teoria dello specchio.
Quando una società risponde al male con gli stessi codici del male — vendetta pubblica, umiliazione rituale, messa in scena della morte — finisce per assomigliare a ciò che pretende di combattere. Non perché diventi improvvisamente cattiva, ma perché abbassa il proprio standard. Accetta che la giustizia possa essere anche spettacolo. E una volta accettato, il confine diventa più labile.
Hasan ha agito secondo una logica di odio sacralizzato: il male ricevuto doveva essere restituito, amplificato, trasformato in missione. Ha ucciso persone innocenti solo perché appartenevano a un mondo che aveva deciso di odiare.
La risposta che oggi si prepara — fucilazione pubblica, nello stesso luogo, alla stessa ora, trasmessa in diretta — rischia di entrare nella stessa logica. Non nella sostanza (la pena può essere legittima), ma nella forma. E la forma, in questi casi, conta più di quanto si voglia ammettere.
La storia insegna che le società non si degradano solo quando commettono ingiustizie. Si degradano anche quando, nel punire, adottano i gesti e i rituali di ciò che combattono. Lo spettacolo della morte non educa. Abitua. Non rafforza la giustizia. La trasforma in contenuto.
Giustizia o spettacolo?
Davanti a un crimine così atroce è naturale che molti reclamino la legge del taglione. “Chi uccide deve morire.” Il problema non è la pena. Il problema è quando la pena diventa un evento, un contenuto, un momento di condivisione collettiva.
Quando la morte viene messa in scena, smette di essere giustizia e diventa teatro. La società ferita non si guarisce mostrando il sangue: rischia solo di abituarsi a guardarlo.
La storia è piena di esempi. Ogni volta che una civiltà ha deciso di trasformare l’esecuzione in spettacolo pubblico, ha finito per degradare sé stessa prima ancora del condannato. La dignità non è un privilegio dei giusti. È un limite che una società pone a sé stessa. Se quel limite cade, cade per tutti.
Cosa resterebbe dopo lo spettacolo?
Si può discutere della pena di morte. Si può discutere se Hasan meriti di morire. Quello che non si può normalizzare è la decisione di farne un evento mediatico. Perché quando la giustizia diventa intrattenimento, quando la punizione diventa un contenuto da guardare, la società perde qualcosa di sé. Diventa un po’ più simile a ciò che pretende di combattere.
La fucilazione di Hasan chiuderà una storia di sangue. La sua trasmissione in diretta, invece, rischia di aprirne un’altra: quella di una civiltà che ha deciso di guardare la morte in faccia e di non distogliere lo sguardo.
Il silenzio come scelta
Il 3 dicembre è ancora lontano. Non sappiamo se la decisione andrà fino in fondo. Le voci di dissenso si sono già levate da più parti: istituzioni, giuristi, organizzazioni per i diritti umani, cittadini comuni.
Dopo aver detto quello che c’era da dire, resta un’unica possibilità: scegliere il silenzio. Non il silenzio dell’indifferenza, ma quello del rispetto. Rispetto per le famiglie delle tredici vittime, che hanno già pagato un prezzo che nessuna pena potrà restituire. E rispetto, sì, anche per ciò che resta di umano in ogni essere umano, compreso il più colpevole.
La giustizia deve proteggere.
La vendetta vuole solo mostrare.
La differenza tra le due cose passa proprio da qui: dal rifiuto di trasformare la morte in spettacolo.
Nota
Concludiamo questo articolo richiamandoci alle riflessioni di Michel Foucault (1926-1984), filosofo e storico, espresse in Sorvegliare e punire.
In quell’opera Foucault ha ricostruito il passaggio storico dalle esecuzioni pubbliche — il “supplizio” come spettacolo del potere sul corpo — alle forme moderne di pena, più discrete e istituzionali. Per Foucault lo spettacolo del patibolo non era solo crudele: era un dispositivo politico. Mostrava il potere sovrano in modo esplicito, teatrale, quasi pedagogico. La modernità ha progressivamente ritirato questo spettacolo dietro le mura del carcere non per umanitarismo ingenuo, ma perché aveva compreso che la messa in scena pubblica della morte produceva effetti ambigui: eccitazione, abitudine, talvolta solidarietà con il condannato. Tornare oggi a una forma di esecuzione trasmessa in diretta non è un semplice ritorno al passato. È la riattivazione, in chiave mediatica, di un dispositivo che la modernità aveva deliberatamente abbandonato.
Il pensiero converge su un punto:
la forma della pena non è mai neutrale.
Quando la giustizia sceglie di diventare spettacolo, non sta solo punendo un individuo. Sta disegnando un autoritratto. E ogni autoritratto, a lungo andare, finisce per assomigliare a ciò che ritrae.
